FERMEZZE & SCHIFEZZE D'ANTAN - ZINCONE RIPERCORRE LA SUA VIA CRUCIS: "QUANDO LE BR RAPIRONO D'URSO E IL LORO "DELIRANTE VOLANTINO" MI COSTÒ L'OSTRACISMO DELLA RIZZOLI" - IL PASSAPAROLA AZIENDALE NON SI LIMITO' A MARCHIARMI COME UN MILITANTE DELLE BR.

Giuliano Zincone per "Il Foglio"


Partito della Fermezza vs partito della Trattativa (o del Cedimento). Di questo tenace confronto torna a discutere Vittorio Emiliani sul Riformista, prendendo le mosse dalle polemiche sulla liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo e sugli assurdi paragoni tra questo episodio e gli strazianti antagonismi che accompagnarono la prigionia e il martirio di Aldo Moro.

Emiliani dirigeva il Messaggero quando (dicembre 1980) il magistrato Giovanni D'Urso fu rapito dalle Br che, in cambio della sua scarcerazione, chiedevano che i giornali pubblicassero un loro documento (detto anche "delirante volantino"). Il Messaggero fu uno dei pochissimi quotidiani che "cedettero al ricatto", per ragioni umanitarie e non certo per conferire alcuna dignità politica agli assassini.

Fra gli altri pochissimi ci fu anche il Lavoro di Genova, allora da me diretto. Quando D'Urso fu liberato, non ce ne attribuimmo il merito, ma fummo lieti d'aver agito secondo coscienza. In quella occasione, comunque, ci rendemmo conto che la partita tra Fermezza e Cedimento non era un semplice duello tra opinioni e/o strategie, ma un conflitto politico molto pesante o, addirittura, feroce.

La mia situazione era anomala, per diversi motivi. In primo luogo perché il Lavoro faceva parte del Gruppo Rizzoli, che controllava una ventina di testate. In secondo luogo perché, mentre ero "distaccato" a Genova come direttore, continuavo ad essere un dipendente del Corriere della sera, dal quale prendevo lo stipendio e sul quale scrivevo articoli, compresi i reportage sui boat people del Mar Cinese. In terzo luogo, non sapevo niente della P2 e della sua presenza nel Gruppo, né tanto meno della sua provvisoria contiguità con il Pci.



Tramonta il 1980. Il Gruppo mi propone di fare il "capo area", cioè di indirizzare la politica culturale di tutte le testate Rizzoli dall'interno del Corriere. Il sindacato (comprensibilmente) ostacola il progetto, che considera troppo "omologante". Mentre se ne discute, i terroristi rapiscono Giovanni D'Urso e dettano le loro condizioni per il rilascio. Il Gruppo chiede a tutti i direttori di scrivere un articolo contro i "cedimenti". Io rifiuto, non soltanto per salvare l'innocente, ma perché ritengo che i sermoni brigatisti si possano facilmente confutare. A questo punto, il Gruppo stampa d'autorità il suo ukaz sul mio giornale.

E' cessato il "rapporto di fiducia", me ne rendo conto. Telefona la figlia di D'Urso, parla anche con i nostri operai. Io ho già deciso di pubblicare il "delirante volantino", in una pagina interna, in corpo cinque e con un breve corsivo che invita a non leggerlo. Ma un telegiornale sostiene che il Gruppo punirà la nostra disobbedienza con la chiusura del giornale. Sono il direttore responsabile, ma non me la sento di condannare alla disoccupazione i redattori. Convoco l'assemblea. I coraggiosi ragazzi di Genova votano all'unanimità (meno due astenuti) contro il diktat del Gruppo. I poligrafici, però, minacciano lo sciopero. A mezzanotte, non hanno ancora deciso. Con alcuni colleghi andiamo a cena in un ristorante notturno. Alle due, anche gli operai danno il via libera. Partono le rotative. Ci abbracciamo tutti, nel frastuono e nell'odore d'inchiostro.

La mattina dopo telefona il Gruppo. Devo lasciare immediatamente la mia scrivania. Il manager che (roba inaudita) firmerà il giornale come direttore, proclama che i dipendenti del Lavoro non meritano la libertà che lui ha conquistato combattendo da partigiano. Io torno a casa, sono pur sempre un inviato del Corriere. No, niente, sei fuori: stipendio e silenzio. Poi arriva una lettera di licenziamento, prontamente stoppata dagli avvocati del Gruppo, che temono un autogol.

Il passaparola aziendale, adesso, non si limita a marchiarmi come un militante delle Br, ma sostiene che, qualche mese prima, avevo brindato per festeggiare la morte di Walter Tobagi, insieme con la mia criminale redazione. Walter, per me, era un fratello. Quando veniva a Genova scrivevamo insieme nel mio ufficio, ci scambiavamo consigli. L'enormità di quest'ultima calunnia mi sembrò un sintomo troppo minaccioso.

Così mi cercai dei garanti, persone al di sopra dei sospetti come (tra gli altri) Aldo Bozzi e Massimo Severo Giannini, per chiedere se avrebbero giurato sulla mia innocenza, se qualcuno avesse trovato un'arma o un pacco di cocaina nella mia macchina. Nessuno si meravigliò della mia sollecitazione, che poteva apparire stravagante. "Sono cose che succedono, purtroppo", dissero tutti, assicurandomi la loro solidarietà. Passarono tre anni e mezzo, la P2 fu espulsa dal Corriere. Il nuovo direttore, Piero Ostellino, mi restituì l'onore del lavoro, esiliato e sfregiato dai fanatici della Fermezza.


Dagospia 27 Aprile 2007