L'ARBITRO CATRICALÀ CONVALIDA IL GOL DI PROFUMO: BAZOLI E PASSERA BATTUTI 1 A 0 - L'OK DELL'AUTHORITY ALLA FUSIONE UNICREDIT-CAPITALIA CONDIZIONA LA PARTITA SU GENERALI E MEDIOBANCA - I TIMORI DI SANT'INTESA PER L'AUTONOMIA DI PIAZZETTA CUCCIA.

Francesco Manacorda per "La Stampa"

Nessun commento mentre ancora risuona il fischio di fine partita. Ma l'ennesimo match tra Unicredit e Intesa-Sanpaolo, questa volta legato ai destini di Mediobanca e soprattutto a quelli di Generali si conclude con un 1 a 0 netto che non fa certo felice la squadra guidata da Giovanni Bazoli e Corrado Passera. Anche perché l'arbitro - leggasi il presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà - si è di fatto limitato a formalizzare le aperture, dal dimezzamento della quota in Mediobanca alla vendita delle partecipazioni nel Leone, che la stessa Unicredit aveva già presentato.

Non a caso Alessandro Profumo parla di una decisione «in linea con i nostri impegni». Per Intesa-Sanpaolo, che specie attraverso le parole del presidente Bazoli aveva più volte chiesto negli ultimi mesi - sia pubblicamente, sia nei due incontri estivi con l'Antitrust - che proprio l'Autorità sanasse quello strapotere che a suo parere si veniva a creare con il consolidarsi dell'asse Unicredit-Mediobanca-Generali il risultato è ovviamente deludente. Il problema «aggravato» - come lo aveva definito Bazoli - del conflitto di interessi tra una sola banca e la controllata Mediobanca resta. E questo, visto dalla prospettiva di Intesa-Sanpaolo, è un grosso problema.

Un problema a cui si aggiunge quello ancora più incisivo delle Generali, che hanno come azionista di riferimento Mediobanca e che stanno con i 5% nel capitale della stessa Intesa-Sanpaolo. Il tema è stato spesso approfondito negli ultimi mesi. Secondo Intesa-Sanpaolo al vertice di Mediobanca c'è adesso un uomo che è diretta espressione di Unicredit-Capitalia come Geronzi.

E proprio il comitato nomine di Mediobanca designa i vertici delle Generali: oggi il presidente Antoine Bernheim, che è anche vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa-Sanpaolo e l'amministratore delegato Giovanni Perissinotto, che siede invece nel consiglio di sorveglianza della banca. Insomma, per proprietà transitiva - si sostiene - Unicredit ha voce in capitolo nel consiglio della stessa Intesa-Sanpaolo, mettendo così a rischio la concorrenza tra i due maggiori gruppi creditizi. Una posizione che ovviamente Profumo rigetta: la sola riduzione dal 18 al 8,6% in Mediobanca è per lui garanzia di una presa assai minore su piazzetta Cuccia e su tutto ciò che ne discende.



Ma gli impegni di Unicredit, ha replicato la banca concorrente scrivendo all'Antitrust il 16 agosto, «non sembrano idonei a garantire l'indipendenza di cui Mediobanca ha storicamente goduto». Allo stesso modo sembra dare scarsa soddisfazione ai concorrenti la decisione dell'Antitrust di non fare «partecipare alla discussione e alla votazione delle delibere», quando si parla di merchant bank o di assicurazioni in Italia quei consiglieri che siedono sia in Unicredit sia in Mediobanca, ossia Dieter Rampl e Fabrizio Palenzona.

Se davvero Generali rischia di diventare un Cavallo di Troia di Unicredit nella banca concorrente perché mai Bazoli e Passera dovrebbero augurarsi che abbia più peso nel loro azionariato, come auspicato da Bernheim? Le cose però stanno in modo diverso: nella posizione di delicato equilibrio in cui si trova tra i due grandi gruppi bancari italiani il presidente del Leone sta ben attento a giocare sempre di sponda, ma negli ultimi mesi è certamente più facile attribuirgli una comunione di visioni e forse d'interessi con Bazoli che non con Profumo.

Lo testimonia ad esempio l'uscita a metà giugno, quando Bernheim parlò di Unicredit-Capitalia come di un «gigante sproporzionato» nel panorama italiano, salvo poi rettificare a 48 ore di distanza e dopo una furibonda telefonata di Geronzi. Dunque, per verificare i rapporti di potere con Intesa-Sanpaolo sarà proprio a Trieste che bisognerà guardare con attenzione.

L'altro punto del sistema da osservare è ovviamente la stessa Mediobanca: a chi andrà quel 9,36% che Unicredit dovrà vendere? Qualche cosa si sa già: i soci francesi - peraltro vicinissimi a Bernheim - hanno prenotato almeno un 1%, le Fondazioni sembrano fuori dalla partita e si punta verso il solito mix di industriali e soggetti finanziari italiani ed esteri, nel rispetto dei paletti messi dall'Antitrust. Quel che è certo è che vedere arrivare in piazzetta Cuccia mani e voti vicini a Bazoli appare assai improbabile perché i nuovi soci avranno azioni sindacate e dovranno dunque avere il benestare del patto.


Dagospia 19 Settembre 2007