QUELLI CHE L'ITALIA? - SNOB DI DESTRA, BLOB DI SINISTRA, CALCIOFOBI DI CENTRO. PADANI DI BOSSI: LE NICCHIE TRASVERSALI CHE NON GUARDERANNO LA PARTITA
Pierluigi Battista per La Stampa
E c´è anche il partito dei «disfattisti», degli anti-italiani, dei renitenti che non vogliono mescolarsi con chi grida «Forza Italia», quelli che storcono il naso per l´inno di Mameli somministrato in quantità da overdose. Anti-italiani di sinistra, prevalentemente, ma anche, imprevedibilmente, di destra. E poi i padani contro gli italiani, i multiculturalisti contro l´«Italia della Bossi-Fini», gli snob, i distratti, i calciofobi, gli efficientisti che non sopportano le pause pallonare in orario lavorativo. Il crollo dei «bleus», nella stampa italiana di destra, è stata accolto da un «ben gli sta» e da sinistra suona il de profundis per la Francia multirazziale e pluricolorata di Zinedine Zidane.
Ora tocca all´Italia: nicchie agguerrite di anti-azzurri che oggi, senza cedere alle lusinghe nazionalistiche, grideranno (o sussurreranno) «que viva Mexico». Ilda Boccassini l´aveva detto già ai tempi della prima partita con l´Ecuador: «Spero che l´Italia venga eliminata». L´ha detto, beninteso, per non intralciare la celerità dei processi in corso che già vanno a passo di lumaca. Ma la motivazione efficientistica nasconde pur sempre la riluttanza a identificarsi con chi grida «Forza Italia», malgrado le migliori e apolitiche intenzioni. Era già accaduto nel `94, quando una parte dell´opinione sussiegosa di sinistra, orripilata dall´Italia di Berlusconi, esultò per il rigore sbagliato che negli Stati Uniti cancellò il sogno azzurro di battere il Brasile in finale. Il manifesto fu all´avanguardia del sentimento calcisticamente e politicamente disfattista. Valentino Parlato si era già speso in una campagna a sfavore degli italiani che nel 1982 sventolarono il tricolore nel tripudio per il trionfo degli azzurri in Spagna.
E anche oggi, mentre la Nazione pallonara e politica sarà incollata al televisore, il leader del manifesto ha annunciato che farà altro e, in cuor suo, «gufando». Nel frattempo, il critico sportivo del suo giornale, Pippo Russo, si lamenta per il «mare magnum di conformismo che attanaglia i quotidiani (sportivi e non) durante una manifestazione come i Mondiali di calcio. E Liberazione, diretta da Alessandro Curzi (che pure personalmente non si iscrive nel partito degli anti e, una volta tanto, si dichiara filo-azzurro), per non essere da meno chiama a far da ariete contro il muro dell´unanimismo nazionale lo sferzante corsivista principe del quotidiano di Rifondazione comunista, quello che si firma con lo pseudonimo «Don Pancrazio», per antipatizzare apertamente con l´Italia trapattoniana e berlusconiana, auspicando esplicitamente che la Nazionale impegnata contro il Messico possa baggianamente «tornare in Italia con il codino tra le gambe». Ma il sentimento anti-italiano è trasversale e multiforme. La superleghista Radio Padania non ne può più «della sindrome demenzial-burocratica-pallonara dei Mondiali di calcio tricolori».
Sul giornale La Padania si è inneggiato agli avversari dell´Italia: «Forza Croazia». Il capogruppo della Camera della Lega Nord, Alessandro Cè, ha cortesemente ma fermamente opposto un diniego all´invito di assistere alla partita assieme al centro-destra in una sala forzista del Parlamento. Militanti padani, riferisce compiaciuto il quotidiano leghista, hanno detto di «preferire Rita Pavone all´inno di Mameli». Già, l´inno di Mameli croce e delizia a destra come a sinistra. Sull´uso e l´abuso di Fratelli d´Italia, colonna sonora e pretesto polemico nell´avventura azzurra in Giappone e Corea, si creano infatti inedite e impreviste convergenze. Sul Giornale è Paolo Granzotto a dirsi francamente saturo della «retorica» che circonda l´inno nazionale, l´ossessione compulsiva con cui si chiede ai giocatori di cantarlo con stentorea solennità: e questo suscita in Granzotto irrefrenabili istinti anti-nazionali. Ma anche a sinistra, la sovrapposizione tra imprese pallonare ed esecuzione dell´inno di Mameli crea un cortocircuito emotivo che inevitabilmente finisce per confluire in un generico e indistinto sentimento anti-azzurro.
Sull´Unità Gloria Buffo, autorevole esponente del «correntone» diessino, scrive indignata che non è sopportabile l´accettazione dell´inno di Mameli «usato come una clava». Per arginare la «deriva patriottico-populista», la responsabile delle pagine culturali del quotidiano diretto da Furio Colombo, Stefania Scateni, applaude ai giocatori che si rifiutano di cantare l´inno e spera che l´Italia sia la terza grande a essere rimandata a casa, dopo Francia e Argentina. Dario Fo, che pure aveva deplorato il «furto» arbitrale ai danni degli azzurri nella partita contro la Croazia, dichiara inflessibilmente che l´inno di Mameli «porta jella». Sentimenti confusi e contraddittori, forse, ma che convergono in un comune e minoritario atteggiamento di «diserzione».
Con Livia Turco che, come ha riferito al Foglio, proclama: «Faccio il tifo per il Senegal, la mia squadra del cuore. Diventerò immigrata anch´io, con la schifezza di legge fatta. Mentre l´Italia giocava, ero impegnata a scrivere un articolo per Italianieuropei di D´Alema. Tanto c´è mio figlio che fa pure per me: ha riempito casa di tricolori». Appunto: addirittura famiglie spaccate, quasi a smentire il sentimento pressoché totalitario di devozione calcisticamente corretta ai colori della Nazionale. Con le bandiere tricolori che sventolano e il piccolo partito dei «disfattisti» a gridare «que viva Mexico». Peccato che anche il Messico sia bianco, rosso e verde.
Dagospia.com 13 Giugno 2002
E c´è anche il partito dei «disfattisti», degli anti-italiani, dei renitenti che non vogliono mescolarsi con chi grida «Forza Italia», quelli che storcono il naso per l´inno di Mameli somministrato in quantità da overdose. Anti-italiani di sinistra, prevalentemente, ma anche, imprevedibilmente, di destra. E poi i padani contro gli italiani, i multiculturalisti contro l´«Italia della Bossi-Fini», gli snob, i distratti, i calciofobi, gli efficientisti che non sopportano le pause pallonare in orario lavorativo. Il crollo dei «bleus», nella stampa italiana di destra, è stata accolto da un «ben gli sta» e da sinistra suona il de profundis per la Francia multirazziale e pluricolorata di Zinedine Zidane.
Ora tocca all´Italia: nicchie agguerrite di anti-azzurri che oggi, senza cedere alle lusinghe nazionalistiche, grideranno (o sussurreranno) «que viva Mexico». Ilda Boccassini l´aveva detto già ai tempi della prima partita con l´Ecuador: «Spero che l´Italia venga eliminata». L´ha detto, beninteso, per non intralciare la celerità dei processi in corso che già vanno a passo di lumaca. Ma la motivazione efficientistica nasconde pur sempre la riluttanza a identificarsi con chi grida «Forza Italia», malgrado le migliori e apolitiche intenzioni. Era già accaduto nel `94, quando una parte dell´opinione sussiegosa di sinistra, orripilata dall´Italia di Berlusconi, esultò per il rigore sbagliato che negli Stati Uniti cancellò il sogno azzurro di battere il Brasile in finale. Il manifesto fu all´avanguardia del sentimento calcisticamente e politicamente disfattista. Valentino Parlato si era già speso in una campagna a sfavore degli italiani che nel 1982 sventolarono il tricolore nel tripudio per il trionfo degli azzurri in Spagna.
E anche oggi, mentre la Nazione pallonara e politica sarà incollata al televisore, il leader del manifesto ha annunciato che farà altro e, in cuor suo, «gufando». Nel frattempo, il critico sportivo del suo giornale, Pippo Russo, si lamenta per il «mare magnum di conformismo che attanaglia i quotidiani (sportivi e non) durante una manifestazione come i Mondiali di calcio. E Liberazione, diretta da Alessandro Curzi (che pure personalmente non si iscrive nel partito degli anti e, una volta tanto, si dichiara filo-azzurro), per non essere da meno chiama a far da ariete contro il muro dell´unanimismo nazionale lo sferzante corsivista principe del quotidiano di Rifondazione comunista, quello che si firma con lo pseudonimo «Don Pancrazio», per antipatizzare apertamente con l´Italia trapattoniana e berlusconiana, auspicando esplicitamente che la Nazionale impegnata contro il Messico possa baggianamente «tornare in Italia con il codino tra le gambe». Ma il sentimento anti-italiano è trasversale e multiforme. La superleghista Radio Padania non ne può più «della sindrome demenzial-burocratica-pallonara dei Mondiali di calcio tricolori».
Sul giornale La Padania si è inneggiato agli avversari dell´Italia: «Forza Croazia». Il capogruppo della Camera della Lega Nord, Alessandro Cè, ha cortesemente ma fermamente opposto un diniego all´invito di assistere alla partita assieme al centro-destra in una sala forzista del Parlamento. Militanti padani, riferisce compiaciuto il quotidiano leghista, hanno detto di «preferire Rita Pavone all´inno di Mameli». Già, l´inno di Mameli croce e delizia a destra come a sinistra. Sull´uso e l´abuso di Fratelli d´Italia, colonna sonora e pretesto polemico nell´avventura azzurra in Giappone e Corea, si creano infatti inedite e impreviste convergenze. Sul Giornale è Paolo Granzotto a dirsi francamente saturo della «retorica» che circonda l´inno nazionale, l´ossessione compulsiva con cui si chiede ai giocatori di cantarlo con stentorea solennità: e questo suscita in Granzotto irrefrenabili istinti anti-nazionali. Ma anche a sinistra, la sovrapposizione tra imprese pallonare ed esecuzione dell´inno di Mameli crea un cortocircuito emotivo che inevitabilmente finisce per confluire in un generico e indistinto sentimento anti-azzurro.
Sull´Unità Gloria Buffo, autorevole esponente del «correntone» diessino, scrive indignata che non è sopportabile l´accettazione dell´inno di Mameli «usato come una clava». Per arginare la «deriva patriottico-populista», la responsabile delle pagine culturali del quotidiano diretto da Furio Colombo, Stefania Scateni, applaude ai giocatori che si rifiutano di cantare l´inno e spera che l´Italia sia la terza grande a essere rimandata a casa, dopo Francia e Argentina. Dario Fo, che pure aveva deplorato il «furto» arbitrale ai danni degli azzurri nella partita contro la Croazia, dichiara inflessibilmente che l´inno di Mameli «porta jella». Sentimenti confusi e contraddittori, forse, ma che convergono in un comune e minoritario atteggiamento di «diserzione».
Con Livia Turco che, come ha riferito al Foglio, proclama: «Faccio il tifo per il Senegal, la mia squadra del cuore. Diventerò immigrata anch´io, con la schifezza di legge fatta. Mentre l´Italia giocava, ero impegnata a scrivere un articolo per Italianieuropei di D´Alema. Tanto c´è mio figlio che fa pure per me: ha riempito casa di tricolori». Appunto: addirittura famiglie spaccate, quasi a smentire il sentimento pressoché totalitario di devozione calcisticamente corretta ai colori della Nazionale. Con le bandiere tricolori che sventolano e il piccolo partito dei «disfattisti» a gridare «que viva Mexico». Peccato che anche il Messico sia bianco, rosso e verde.
Dagospia.com 13 Giugno 2002