CAFONALINO - SI PUO' FAREFUTURO CON LA PROSTATA? E' QUELLO CHE ACCADE A ROMA CON IL LIBRO DI MASSIMO FINI, "RAGAZZO. STORIA DI UNA VECCHIAIA" - MUGHINI MUGHINEGGIA: "INVECCHIATE VOI IO E MASSIMO NON CI STIAMO"..

Reportage di Umberto Pizzi da Zagarolo

Tra le mura della fondazione vicina ad An Farefuturo, in via del Seminario è stato presentato ieri il libro "Ragazzo. Storia di una vecchiaia", di Massimo Fini. Oltre l'autore c'erano Luca Barbarbareschi, il presidente di Marsilio Cesare De Michelis, Eleonora Giorgi, Giordano Bruno Guerri e Angelo Melloni.

Di seguito la recensione scritta su "Libero" lo scorso settembre da Giampiero Mughini.

INVECCHIATE VOI IO E MASSIMO FINI NON CI STIAMO
Giampiero Mughini per "Libero" (14/09/2007)


Temo che Massimo Fini mai nella mia vita riuscirò a sgropparmelo di dosso. Eguali e molto diversi come siamo, fanno ormai 25 anni che ce l'ho accanto e contro. La metà abbondante delle cose che lui scrive e pensa, io risolutamente non le condivido, innanzitutto quella secondo cui stavamo meglio quando stavamo peggio, e questo perché "il progresso" è tutta una fanfaluca.

Ma per me conta molto quell'altra metà di cose che abbiamo in comune, e dove lo sento dolorosamente affine. A cominciare dal fatto che sono più i giornali dai quali lui e io siamo stati espulsi e congedati, che non quelli che ci hanno in simpatia. Quando mi è arrivato il suo ultimo libro, che ha un titolo e un sottotitolo apparentemente contraddittori, "Ragazzo. Storia di una vecchiaia" (Marsilio, pp. 112, euro 13) , ho avuto un sobbalzo.

Perché lui e io siamo stato ragazzi negli stessi anni, a fare più o meno le stesse cose, più o meno negli stessi giornali. Adesso siamo "vecchi" più o meno allo stesso modo, anche se io ho un paio d'anni in più di lui. Mi è subito piaciuto quell'ossimoro, quella contraddizione in termini, se quello che avevo preso in mano fosse un libro che raccontava "un ragazzo" o invece un libro che raccontava uno che è divenuto "vecchio".

E difatti ho cominciato a leggerlo un paio d'ore dopo che mi era arrivato. Nei 25 anni che ci conosciamo, non so più quante volte mi sono giurato e spergiurato di non avere più a che fare con Fini, di non pronunciare nemmeno il suo nome. Un litigio ciclico dopo un altro. Da quando, a metà degli anni Ottanta, al tempo in cui collaboravamo entrambi a quel bellissimo giornale che era il "Giorno" diretto da Guglielmo Zucconi, lui scrisse delle inenarrabili porcate su un mio libro appena uscito, "Compagni addio". Più tardi saremmo stati nella stessa squadra giornalistica, l'"Indipendente", il primo dei quotidiani su cui Vittorio Feltri ha impresso il suo marchio.

Tra anni Novanta e inizio del terzo millennio le nostre traiettorie sono state diverse ma non dissimili, quelle di due cani franchi tiratori lontani da ogni famiglia e fazione politica. E a non dire che siamo stati entrambi fra i primissimi, noi che venivamo dalla sinistra, a parlare con rispetto di uomini e idee della destra. Di più, Fini è uno che alla destra odierna ha fornito attrezzi intellettuali con libri che in quegli ambienti hanno avuto una grande audience. Nel frattempo succedeva sempre che noi continuassimo a litigare, e sempre a morte.

Lui si offese molto perché una volta avevo scritto che in una riu- nione redazionale di "Pagina", il mensile dov'è nato il "terzismo italiano", lui s'era detto contrario a che una mia lettera aperta a Indro Montanelli venisse "richiamata" in prima pagina, a dargli ulteriore risalto.

IL GIOVANILISMO
Se ricordavo male e mi sono sbagliato, gliene chiedo scusa. E del resto anche in questo suo ultimo è immancabile la porcata nei miei confronti, nel senso di attribuirmi un pensiero che non è neppure lontanamente il mio, e cioè che io reputerei il Sessantotto e la battaglia di El Alamein due esperienze generazionali di pari valore.



La stessa mattina in cui mi è arrivato il libro di Fini, la Mondadori mi ha mandato la copia staffetta del mio ultimo libro, quel "Sex Revolution" che dovrebbe raccontare le muse e gli eroi dell'avventura che a partire dagli annni Sessanta ha trasformato la cultura e il costume delle società moderne. In quel libro ho scritto così: «Del mondo che nei Sessanta era stato il mio non mi è rimasto né il nome di un amico, né la briciola di un ricordo, né un'immagine che valga e duri all'oggi. Niente di niente. Se non il bilancio amarognolo che per il 50 per cento noi eravamo delle gran teste di cazzo che straparlavano di una Cina e di una Cuba intraviste solo sull'atlante geografico, e per l'altro 50 per cento non eravamo affatto dei geni».

Per tornare alla diade proposta da Fini, la memoria di quando eravamo "ragazzi" e la realtà presente del nostro essere entrati nella "terza età", io non mi penso affatto come un reduce di El Alamein. Mi penso come uno lontanissimo dalle memorie e dalle leggende della mia generazione, e anche se quella resta la mia generazione. Beninteso, condivido il giudizio sferzante di Fini sul «giovanilismo» di cui eravamo zuppi, e di come questo giovanilismo vada in pezzi di fronte alla realtà degli anni che avanzano, dei capelli che si imbiancano, del corpo che flette, delle macchie che cominciano a emergere sulla pelle delle nostre mani.

È saporosissima la citazione che Fini fa del distico che s'è inventato un suo coetaneo: «Ho visto allo specchio il volto di un vecchio/ devo essere pazzo/ io son solo un ragazzo». Tutto, fuorché riconoscere che stiamo invecchiando. Se è per questo, io sono ancora più pazzo del coetaneo di Fini, io ogni mattina allo specchio continuo a vedere il volto di un ragazzo.

IL CORPO SPEZZATO
E non che la mia prostata non faccia sentire il suo linguaggio che è severo per quanti hanno superato i sessanta. Tanto che i medici del Policlinico Gemelli di Roma hanno dovuto metterci le mani, ad asportarne un tumore. Però pazzo sono e pazzo resto, e a poche ore dall'operazione avevo ricominciato a fare delle battute. Solo così so vivere, fare il Gran Ragazzaccio. Esattamente come Fini. E difatti è la foto di lui ragazzo che sta sulla copertina del libro. E difatti sono i racconti di lui "ragazzo" che ne costituiscono le pagine più avvincenti.

I racconti degli amorini e degli amorazzi, le nuotate in mare, le amicizie dei venti e dei trent'anni. E persino quel rapporto feroce e drammatico con la madre, un'ebrea russa. Quello è il sugo del libro, non le lamentele sulla "vecchiaia" che incombe. Detto altrimenti, Fini che si maschera da "vecchio" è del tutto inattendibile. Lui e io siamo purtroppo dannati dalla nostra formazione e dal nostro carattere a restare Ragazzacci.

Fino al momento in cui risulteremo patetici. Non c'è scampo. Voglio dire che è inattendibile uno che si vuole testimonial della "vecchiaia", nel mentre che è professionalmente attivo quanto lo è Fini, e scrive libri vitali come questo di cui vi sto parlando, e racconta che ci sono fanciulle di trent'anni che lo tengono in gran cale.

Decrepito come sono, certo che i miei capelli sono imbiancati e tutto il resto; certo che talvolta non mi ricordo neppure come mi chiamo. Ma per altro verso mi reputo professionalmente dieci volte più bravo di quando avevo trent'anni. Sulle pareti di casa mia sono allineati dieci volte di più dei libri che avevo a trent'anni. So tastare infinitamente meglio adesso il sapore di un vino o il corpo di una donna.

Parlo così perché è talmente grande la paura che ho dell'invecchiamento reale e della morte? Certo che è per questo. Il resto, la vecchiaia reale, e lo sfinimento fisico, e l'agonia, e la morte che sarà certo più orribile di quel che prevediamo, non possiamo dirne e sapere nulla. Leone Tolstoi seppe raccontare straordinariamente la morte di Ivan Ilìic, di un personaggio che si era inventato. Quando venne il suo turno, la morte di Tolstoi fu orribilmente diversa.



Dagospia 26 Febbraio 2008