SQUILLOPOLI - LA RABBIA E IL DOLORE DI MASSIMO DE LUCA: "CHI MI RISARCIRA' DI QUESTA VERGOGNA?"
Lettera di Massimo De Luca a "Il Giornale"
E' veramente doloroso per un giornalista che ha sempre creduto fermamente nella delicatezza e nell'importanza dei suo lavoro, verificare sulla propria pelle il livello di barbarie toccato dalla professione che esercita da 32 anni. I fatti: mentre ero al mio tavolo nella redazione sportiva di Mediaset a Cologno Monzese, sono stato avvertito da colleghi che il settimanale «L'Espresso» mi aveva inserito nella lista dei clienti della casa-squillo di Roma frequentata, si dice, da molti esponenti del mondo del calcio. Penso inizialmente a uno scherzo ma purtroppo non è così. Poco dopo il telefonino comincia a squillare e, ad oggi, non ha smesso più. Richiesta di interviste, dichiarazioni. Improvvisamente sono diventato un «caso».
Non ho nulla da nascondere perché non so nemmeno dove sia questa famosa casa. Sono romano, ma vivo e lavoro a Milano da più di 10 anni. Ogni tanto torno a Roma per passare qualche ora con i miei figli che sono ormai grandi. Fino a due mesi fa dedicavo un po' di tempo anche a mia madre che ora non c'è più. E mi vien da dire per fortuna, perché non so come avrebbe retto alle menzogne totalmente infondate diffuse non so perché, non so da chi. Non riesco, ad immaginare come il mio nome sia potuto finire in pagina in un articolo, per giunta anonimo. Non sono stato contattato né da un poliziotto né da un magistrato nonostante si stia indagando, a Roma.
Però sono sul giornale. E dunque nell'implacabile tritacame. Un paio di quotidiani importanti, fra cui questo che mi ospita, pubblicano le mie parole sconcertate. Perché veramente non so dire da dove possa essere cominciata questa storia. Però, ad esempio, proprio questo quotidiano, nel riportare correttamente le mie dichiarazioni le ha fatte precedere da una titolazione e da un'impaginazione fotografica che nel lettore frettoloso lasciavano solo la sensazione che io potessi essere realmente coinvolto nella vicenda.
Dopo l'incredulità del primo momento, dopo l'ira susseguente, si fa strada in me la riflessione più amara. A che tipo di categoria appartengo? Che giornalismo è questo che sconvolge la vita di una persona, rischia di incidere sugli affetti più cari senza che possa esistere un minimo appiglio a supporto delle menzogne?
Gli amici mi invitano a riderne, ma non ci riesco: proprio perché ho amato fin da ragazzo questo mestiere. Ma adesso è dura riconoscersi in un sistema del genere Anche se i miei. familiari fanno a gara nello scherzarci su per farmi sentire il loro affetto e la loro stima, io penso all'ombra che anche su di loro questa ignobile montatura proietta. Con un'aggravante paradossale. Che siccome fare l'amore a pagamento non è reato, non ci sarà nessun-mancato rinvio a giudizio che potrà testimoniare la mia estraneità.
Finirà tutto come è cominciato: nel nulla. E anche se qualcuno pagherà è esattamente per i danni recati alla mia Immagine, chi mi risarcirà di questa vergogna?
Dagospia.com 13 Ottobre 2002
E' veramente doloroso per un giornalista che ha sempre creduto fermamente nella delicatezza e nell'importanza dei suo lavoro, verificare sulla propria pelle il livello di barbarie toccato dalla professione che esercita da 32 anni. I fatti: mentre ero al mio tavolo nella redazione sportiva di Mediaset a Cologno Monzese, sono stato avvertito da colleghi che il settimanale «L'Espresso» mi aveva inserito nella lista dei clienti della casa-squillo di Roma frequentata, si dice, da molti esponenti del mondo del calcio. Penso inizialmente a uno scherzo ma purtroppo non è così. Poco dopo il telefonino comincia a squillare e, ad oggi, non ha smesso più. Richiesta di interviste, dichiarazioni. Improvvisamente sono diventato un «caso».
Non ho nulla da nascondere perché non so nemmeno dove sia questa famosa casa. Sono romano, ma vivo e lavoro a Milano da più di 10 anni. Ogni tanto torno a Roma per passare qualche ora con i miei figli che sono ormai grandi. Fino a due mesi fa dedicavo un po' di tempo anche a mia madre che ora non c'è più. E mi vien da dire per fortuna, perché non so come avrebbe retto alle menzogne totalmente infondate diffuse non so perché, non so da chi. Non riesco, ad immaginare come il mio nome sia potuto finire in pagina in un articolo, per giunta anonimo. Non sono stato contattato né da un poliziotto né da un magistrato nonostante si stia indagando, a Roma.
Però sono sul giornale. E dunque nell'implacabile tritacame. Un paio di quotidiani importanti, fra cui questo che mi ospita, pubblicano le mie parole sconcertate. Perché veramente non so dire da dove possa essere cominciata questa storia. Però, ad esempio, proprio questo quotidiano, nel riportare correttamente le mie dichiarazioni le ha fatte precedere da una titolazione e da un'impaginazione fotografica che nel lettore frettoloso lasciavano solo la sensazione che io potessi essere realmente coinvolto nella vicenda.
Dopo l'incredulità del primo momento, dopo l'ira susseguente, si fa strada in me la riflessione più amara. A che tipo di categoria appartengo? Che giornalismo è questo che sconvolge la vita di una persona, rischia di incidere sugli affetti più cari senza che possa esistere un minimo appiglio a supporto delle menzogne?
Gli amici mi invitano a riderne, ma non ci riesco: proprio perché ho amato fin da ragazzo questo mestiere. Ma adesso è dura riconoscersi in un sistema del genere Anche se i miei. familiari fanno a gara nello scherzarci su per farmi sentire il loro affetto e la loro stima, io penso all'ombra che anche su di loro questa ignobile montatura proietta. Con un'aggravante paradossale. Che siccome fare l'amore a pagamento non è reato, non ci sarà nessun-mancato rinvio a giudizio che potrà testimoniare la mia estraneità.
Finirà tutto come è cominciato: nel nulla. E anche se qualcuno pagherà è esattamente per i danni recati alla mia Immagine, chi mi risarcirà di questa vergogna?
Dagospia.com 13 Ottobre 2002