CHI TOCCA L’IRAN, MUORE (O, QUANTOMENO, PAGA) - GLI USA METTONO SOTTO INCHIESTA DEUTSCHE BANK PER OPERAZIONI CON IRAN, SUDAN E ALTRI “STATI CANAGLIA” - I TEDESCHI SI AGGRAPPANO ALLE DATE PER EVITARE PESANTISSIME CONSEGUENZE: “NEL 2008 LE OPERAZIONI ERANO LEGITTIME” - MA DIETRO L’INDAGINE C’è COME SEMPRE UNA QUESTIONE DI SOLDI: LE AUTORITA’ DI CONTROLLO AMERICANE GIA’ LITIGANO SU CHI INCASSERA’ L’ENNESIMA MULTA SUPERMILIONARIA….

Paolo Mastrolilli per "La Stampa"


Dopo la banca britannica Standard Chartered, anche la tedesca Deutsche Bank è sotto inchiesta negli Stati Uniti, per le operazioni condotte con Iran, Sudan, e altri paesi sottoposti a sanzioni. Proprio il caso inglese, però, ha creato tensioni tra le autorità Usa, che rischiano di complicare la nuove indagini. Standard Chartered era finita nel mirino di Benjamin Lawsky, capo del Department of Financial Services di New York, perché aveva spostato circa 250 miliardi di dollari per conto di entità iraniane, usando la sua sede di Manhattan.

Questi soldi forse e sono serviti a finanziare il programma nucleare della Repubblica islamica, e la banca britannica ha accettato di chiudere la questione con un accordo extragiudiziale in cui ha pagato 340 milioni di dollari, in cambio della possibilità di conservare la licenza per operare negli Stati Uniti. Ora lo stesso problema, secondo il New York Times, si ripropone per la Deutsche Bank. I dettagli di questa inchiesta non sono ancora noti, ma si tratterebbe di operazioni condotte con l'Iran, il Sudan e altri paesi sottoposti a sanzioni, attraverso l'ufficio di Manhattan.

Il problema principale da risolvere riguarda le date, perché fino al 2008 esistevano delle eccezioni nella legge che consentivano di aggirare le sanzioni. La banca tedesca ha dichiarato che «nel 2007 abbiamo deciso di non avviare nuovi affari con controparti in paesi come Iran, Siria, Sudan e Corea del Nord, e concludere quelli già esistenti per quanto era legalmente possibile». Dunque da una parte c'è l'ammissione di aver gestito le transazioni con queste nazioni fino al 2007, e dall'altra il tentativo di evitare le conseguenze più pesanti che deriverebbero da un coinvolgimento protratto a dopo il 2008.

Quelli di Standard Chartered e Deutsche Bank non sono i primi casi di questo tipo, sulla piazza di New York. Dal 2009 ad oggi il dipartimento alla Giustizia e la procura di Manhattan hanno aperto fascicoli simili su almeno cinque grandi banche internazionali, Abn Amro, Barclays, Credit Suisse, Lloyds e Ing, perché avevano aggirato le sanzioni, lavorando in particolare con Iran, Cuba e Corea del Nord.

Tutte queste inchieste si erano concluse con il pagamento di una somma per chiudere il caso. Ing ha dato 619 milioni nel 2012, Credit Suisse 536 milioni nel 2009, Abn 500 nel 2010, Lloyds 350 nel 2009, e Barclays 298 milioni di dollari nell'anno 2010. Il fenomeno dimostra quanto fossero ricorrenti le violazioni, e quanto fosse difficile per le autorità americane far rispettare davvero le sanzioni imposte a livello bilaterale, o in certi casi con l'appoggio dell'Unione Europea, perché a differenza di quelle approvate in sede Onu non avevano una vera legittimazione globale.

Queste inchieste hanno contribuito a cambiare l'atteggiamento delle banche straniere, motivate dal fatto che non vogliono perdere la licenza a operare negli Usa, ma le tensioni emerse tra le varie autorità coinvolte stanno complicando la situazione.

Il Department of Financial Services di New York ha gestito da solo la vicenda con Standard Chartered, anche perché così ha incassato la multa, mentre in passato era stato escluso dai pagamenti. Dipartimento alla Giustizia e la procura, però, si sono risentite, e ora potrebbero limitare la collaborazione sul caso Deutsche Bank.

In questo periodo le autorità americane sono impegnate su vari fronti, per i reati finanziari. Proprio venerdì, il giudice federale di New York Shira Scheindlin ha deciso che Moody's e Standard & Poor's dovranno andare a processo, per aver gonfiato il rating di titoli venduti da Morgan Stanley basati su mutui subprime.

 

 

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