1. LA NOMINA DI TONINO CATRICALÀ A VICEMINISTRO DELLO SVILUPPO ECONOMICO CON LA DELEGA ALLE TELECOMUNICAZIONI PUÒ MEDIARE NEL GROVIGLIO DI INTERESSI E FAR DIVENTARE LO STRETTO PERCORSO DI BERNABÈ UN’AUTOSTRADA PER LA SALVEZZA TELECOM 2. LO SMONTEZEMOLATO CALENDA, VICEMINISTRO ALLO SVILUPPO (ARRIVA GHENZER?), BILANCIA IL RUOLO DEL TITOLARE DEL DICASTERO MAURIZIO LUPI, GRANDE AMICO DI MORETTI 3. SCOTT-EX JOVANE È RIUSCITO IN SEI MESI A INTASCARE UNO STIPENDIO DI 1,06 MILIONI 4. NEGLI UFFICI DELLA FILIALE ITALIANA DI MCKINSEY SI RESPIRA UN’ARIA PESANTE DI 50 MLN

1. LA NOMINA DI CATRICALÀ PUÒ FAR DIVENTARE LO STRETTO PERCORSO DI BERNABÈ UN'AUTOSTRADA PER LA SALVEZZA TELECOM
Dopo aver dato un'occhiata ai giornali Franchino Bernabè stamane si è guardato allo specchio con l'aria soddisfatta.

Per il manager di Vipiteno cominciano a diradarsi le ombre che rischiavano di oscurarlo e di rimettere in discussione la sua gestione dell'azienda per la latitanza del Governo Monti e per le critiche degli azionisti. A farlo sorridere sono state prima di tutto le dichiarazioni di Sawiris, il piccolo faraone che dopo aver tentato di entrare sul mercato italiano adesso si lancia in profezie iettatorie prevedendo che l'integrazione tra Telecom e H3G non avrà successo.

È facile immaginare che il capo di Telecom abbia sfiorato con la mano i suoi attributi, ma la notizia più divertente l'ha trovata in un articolo del quotidiano "ItaliaOggi" dove il giornalista Andra Giacobino scrive che Marco Fossati, l'azionista che detiene il 4,9% del capitale di Telecom, ha messo in liquidazione la struttura finanziaria con la quale operava a Lugano.

Dopo aver ceduto nel 2006 la Star agli spagnoli di Galina Blanca, il 54enne erede della famiglia del brodo ha abbandonato le vesti del banchiere,un'attivita' nella quale ha perso nell'ultimo anno oltre 11,6 milioni di franchi svizzeri.

Questo non significa che la sua Findim finanziaria di cui è titolare insieme al fratello Giuseppe e alle sorelle Daniela e Stefania cesserà di operare, ma per l'arrogante socio di Telecom è un colpetto alla credibilità che dovrebbe fargli abbassare le penne nella polemica che da tempo porta avanti contro la gestione di Bernabè.

Ci sono però altri motivi ben più rilevanti che rasserenano il capo di Telecom e allontanano quella definizione di "uomo velato a se stesso" che qualche competitor ha sussurrato ripetendo una celebre frase dello scrittore argentino Borges.

Il primo è rappresentato dall'accelerazione che sta prendendo il progetto di scorporare la Rete con una newco da collocare sul mercato per una quota che oscilla tra il 45 e il 60%. Su questa operazione ,che rappresenta il preliminare necessario per aprire la strada ai cinesi di Hutchinson Wampoa e a 3 Italia, stanno lavorando ventre a terra i consulenti legali e le quattro banche coinvolte da Franchino che pur avendo simpatie per la sinistra ha celebrato il 1° maggio con una lunga riunione del Comitato composto da Julio Linares, Elio Catania e dal grande rompicoglioni di Luigi Zingales.

Stamane la Borsa ha reagito bene alle notizie del "Messaggero" che con la penna di Rosario Dimito (solitamente bene informato) anticipa l'eventuale coinvolgimento nell'operazione del Fondo Strategico Italiano, il braccio operativo della Cassa Depositi e Prestiti. Se le cose andranno per il verso giusto, il Fondo potrebbe acquisire una quota di minoranza della Newco e il controllo dell'infrastruttura strategica resterebbe in mani italiane facendo cadere le obiezioni politiche.

Mercoledì prossimo ci sarà un passaggio importante nel consiglio di amministrazione di Telecom dove i soci potrebbero dare semaforo verde a Bernabè rinfrancati dal coinvolgimento della Cassa Depositi e Prestiti.

A questo punto entrerebbero quattrini preziosi per alleggerire i 37 miliardi di debito lordo dell'azienda e dentro Telco, la scatola che controlla Telecom cadrebbero i dubbi sull'arrivo in Italia dei cinesi. Anche Telefonica potrebbe mettere da parte le sue riserve. Il Gruppo spagnolo ha un sacco di problemi e un indebitamento mostruoso.

Non a caso nelle settimane scorse ha venduto sul mercato 90 milioni di azioni proprie incassando 975 milioni di euro e nei giorni scorsi ha raggiunto un accordo per vendere il 40% delle proprie attività centroamericane alla società di investimento Corporacion Multinversiones che porterà nelle casse di Madrid e di Cesar Alierta altri 500 milioni di dollari.

A questo punto si capisce perché Franchino Bernabè si sia guardato allo specchio con l'aria soddisfatta e si sia abbandonato al piacere di sognare un'azienda risanata e in grado di reggere il confronto con quei competitor che come Fastweb stanno guadagnando in Italia soglie di mercato. A maggior conforto è arrivata ieri sera sul tardi la notizia della nomina di Tonino Catricalà a viceministro dello Sviluppo Economico con la delega alle Telecomunicazioni.

La scelta del magistrato calabrese ha spiazzato le previsioni che davano CatricaLetta al posto del capo di gabinetto di Grilli, Vincenzo Fortunato, e in alternativa all'Authority per i Trasporti. Il nuovo incarico non arriva senza una ragione. L'universo delle telecomunicazioni è in fermento e in ballo ci sono partite estremamente delicate come l'assegnazione delle frequenze e il nodo Telecom. Solo una personalità forte come l'ex-sottosegretario di Palazzo Chigi può mediare nel groviglio di interessi e far diventare lo stretto percorso di Bernabè un'autostrada per la salvezza.

2. LO SMONTEZEMOLATO CALENDA, VICEMINISTRO ALLO SVILUPPO, BILANCIA IL RUOLO DI MAURIZIO LUPI, GRANDE AMICO DI MORETTI
Negli ultimi sei mesi del governo Monti, Luchino di Montezemolo si era fatto la convinzione che "da un legno così storto non si potesse costruire nulla di perfettamente dritto".
Questo concetto gli era entrato nella testa dopo aver letto un libro che il filosofo tedesco Kant ha scritto nel 1784, un'opera che Luchino divora durante le pause della Formula1 per aggiungere il profumo delle idee all'odore nauseabondo dei pneumatici.

Adesso finalmente può tirare un sospiro di sollievo perché nella compagine dei viceministri e sottosegretari è entrato Carlo Calenda, il 40enne manager romano che ha messo anima e corpo per coordinare l'esercito sgangherato di "ItaliaFutura". Con Calenda c'è un antico rapporto di amicizia che risale al '98 quando il manager approdò alla Ferrari prima di passare al marketing di Sky e alla direzione degli Affari Internazionali di Confindustria durante i quattro anni di presidenza di Montezemolo.

È probabile che la sua nomina abbia mandato fuori dai gangheri un altro uomo di Confindustria, quel Giampaolo Galli già direttore con la Marcegaglia che con immensa benevolenza alcuni giornali designavano a ministro. L'arrivo di Calenda va interpretato anche sotto il profilo politico perché con l'incarico di viceministro allo Sviluppo bilancia il ruolo del titolare del dicastero, Maurizio Lupi, grande amico di Moretti.

Sul suo tavolo passeranno i dossier dei trasporti e le nomine, prima fra tutte quella di Corradino Passera all'Eni al posto di Scaroni che i giornali già indicano al vertice delle Generali. A soffrirne di più sarà Ntv dove Calenda e l'amministratore delegato Sciarrone due giorni fa hanno lanciato messaggi trionfalistici sui 4 milioni di passeggeri di "Italo". D'ora in avanti il buon Calenda dovrà dimenticare il lavoro fatto come direttore generale di Interporto Campano e il sodalizio stabilito con Gianni Punzo, Luchino e gli altri soci della società dei treni.

In queste ore gira la voce che Montezemolo, grande ammiratore di denari, belle donne e di Kant, si stia guardando intorno per cercare un manager in grado di tenere alta la velocità di Ntv. E il nome che gira è quello di Massimo Ghenzer, il 70enne romano che ,dopo aver rivestito per dieci anni la carica di presidente di Ford Italia, è passato alla direzione generale di Trenitalia e adesso lavora dentro la società LoJack che si dedica a rilevare e recuperare i veicoli rubati.

3. SCOTT-EX JOVANE È RIUSCITO IN SEI MESI A PORTARE A CASA UNO STIPENDIO DI 1,06 MILIONI DI EURO
Tutti, ad eccezione dei giornalisti del "Corriere della Sera" e del Gruppo Rcs, vorrebbero avere un padre come Pietro Scott Jovane, l'uomo che a luglio dell'anno scorso ha preso il timone della corazzata editoriale.

E fanno bene perché questo 44enne nato in America da un professore del Mit di Boston, è riuscito in sei mesi a portare a casa uno stipendio di 1,06 milioni di euro.

Se il Papa argentino Bergoglio avesse cognizione di questa notizie clamorosa, stenterebbe a esclamare nella sua lingua la parola "carajo" che in italiano volgare allude al membro maschile, ma si può tradurre anche con il semplice "caramba".

In effetti un uomo che quando nel '94 si è presentato per il suo primo lavoro aveva - come lui ha detto - "un curriculum disastroso", è degno della più alta ammirazione perché durante ogni giorno trascorso dentro la corazzata disastrata di Rcs ha guadagnato poco meno di 6mila euro. Ciò che più impressiona i 70 giornalisti del "Corriere della Sera" in esubero e gli altri colleghi che stanno per essere licenziati, è la modalità con cui il Gruppo editoriale ha arruolato nel luglio dello scorso anno il giovane manager che ha fatto l'asilo a Napoli.

Pare infatti che nel contratto fosse stabilito un compenso fisso di 375mila euro, un bonus di pari valore e altri 300mila euro come bonus di ingresso (lasciamo perdere i 16mila euro in benefici non monetari).

È prassi nelle aziende introdurre il nuovo amministratore delegato con tutti i riguardi. Dopo avergli fatto vedere l'ufficio con i palmizi e un quadro d'autore, il neoassunto si presenta ai top manager e dopo aver rivolto il solito appello allo spirito di squadra abbozza le sue strategie. Nessuno ha pero' il cattivo gusto di mettergli in mano un bonus d'ingresso di 300mila euro e di denunciare il suo compenso. Per Scott Jovane e' stata fatta un'eccezione al fine incoraggiarlo a suonare il de profundis del primo Gruppo editoriale italiano.


4. NEGLI UFFICI DELLA FILIALE ITALIANA DI MCKINSEY SI RESPIRA UN'ARIA PESANTE
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che negli uffici della filiale italiana di McKinsey si respira un'aria pesante.
Sembra infatti che i tre commissari incaricati di liquidare i creditori della vecchia Alitalia abbiano intenzione di chiedere alla società di consulenza la restituzione dei 50 milioni di euro ricevuti dal 2004 al 2006 durante la gestione di Giancarlo Cimoli.

Secondo il quotidiano "MF" l'arbitrato minaccia di andare per le lunghe perché il procedimento contro McKinsey è fermo alla Camera di Commercio internazionale di Parigi. Sullo sfondo rimane comunque viva la sensazione che le parcelle stratosferiche pagate da Cimoli rappresentino uno scandalo".

 

 

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