E’ TUTTO UN MAGNA MAGNONI! PERCHÉ LA SOPAF DEI FRATELLI MAGNONI HA POTUTO REALIZZARE OPERAZIONI FINANZIARIE SPERICOLATE, SENZA OSTACOLI, FINO ALL’IRRUZIONE DELLA MAGISTRATURA? CHI DOVEVA CONTROLLARE?

1 - I FRATELLI MAGNONI E I CONTROLLI INESISTENTI
Salvatore Bragantini per il "Corriere della Sera"

Corruzione e reati finanziari sempre ci saranno, ma la società civile risponde in modi diversi a questi eventi nei diversi Paesi; tutto sta a vedere come si lavora per prevenirli prima, e poi come si reagisce quando essi si verificano. Infiacchito da decenni di tolleranza per ogni malversazione, il nostro organismo non produce quasi più gli anticorpi per combatterle prima, e gli antidoti per evitare le ricadute poi.

A Milano, per il crollo di una finanziaria un tempo blasonata, la Sopaf, sono finiti in prigione i tre fratelli Magnoni, persone di notevole peso nell'ambiente finanziario. Quando purtroppo avvengono, scandali simili devono essere occasioni di riscatto da cogliere per emendarci e rafforzare gli anticorpi a protezione dell'organismo.

Servirebbe spietatezza nell'analisi delle nostre manchevolezze, ma purtroppo questo non è carattere tipico della nostra società: siamo inclini al perdono dato alla leggera, nella speranza che un giorno, se toccasse a noi averne bisogno, lo riceveremmo con altrettanta facilità.

Tutti dobbiamo augurarci che gli arrestati possano provare la propria innocenza rispetto ai gravi reati loro contestati. Se i fatti sono quelli ieri resi noti, tuttavia, bisogna pur prenderne atto, al di là della loro qualificazione giuridica. In Sopaf si sono potute realizzare operazioni finanziarie almeno spericolate, senza grandi ostacoli, fino all'irruzione della magistratura.
Dobbiamo domandarci dove era, in quel caso, la moltitudine di livelli di controllo che la nostra farraginosa legislazione impone a tutti, onesti e disonesti.

Non produciamo né gli anticorpi né gli antidoti, perché non sembriamo prendere nota di questi comportamenti, non ne percepiamo la gravità, fino a quando si spalancano le porte del carcere. I controlli spettano sempre a qualcun altro, la responsabilità non è mai nostra. Se non emergono elementi che un magistrato ritenga penalmente rilevanti, finché non scattano le manette, per noi nulla accade; e anche dopo non è detto che cambi qualcosa.

In questa luce andava letta la proposta del ministero dell'Economia volta a vietare la nomina in Consiglio di amministrazione (Cda) di persone che abbiano riportato condanne, proposta che i grandi fondi d'investimento hanno invece bocciato in assemblea Eni: l'han fatto, evidentemente, nella corretta sì, ma astratta, convinzione che spetti al Cda sfiduciare un amministratore «macchiato».

Ne soffre la nostra reputazione, in un mondo già di per sé incline ad affibbiarci un giudizio morale negativo sommario, forse ingiusto ma del quale non possiamo scordarci.
Con tutti i loro ben noti difetti, gli Usa mostrano la reazione giusta di un grande Paese ad eventi che minano le basi della convivenza civile: bisogna guardarsi dentro per cogliere al proprio interno, e stroncare, i sintomi di una grave malattia.

La Securities and Exchange Commission (Sec), organo di controllo dei mercati mobiliari americani, dopo un glorioso passato veniva da una lunga stagione di appannamento, ravvisabile nella mancanza di attivismo nella lunga incubazione della grande crisi finanziaria, o nella mancata reazione alle segnalazioni sulle anomalie delle gestioni (poi rivelatesi truffaldine) di Bernard Madoff.

Dall'inizio della crisi è toccato a due donne presidenti, prima Mary Schapiro (esperta di mercati finanziari), poi a Mary Jo White, ex procuratrice distrettuale a New York, rimettere la Sec sul binario giusto. Davanti ai disastri della crisi, Schapiro aveva badato al sodo, cercando di far pagare il massimo possibile per le loro malefatte alle investment bank; queste pagavano sì ma senza riconoscere alcuna violazione di norme, anche per depotenziare le indagini penali (su cui negli Usa anche la Sec è competente).

È stata la magistratura, a partire della decisione del giudice federale Jed Rakoff, a costringere la Sec a invertire la rotta, respingendo la sua proposta di un «patteggiamento» con Citicorp. Dopo di lui anche altri giudici federali hanno respinto proposte simili, sostenendo che esse pur assicurando buoni incassi, impediscono l'indispensabile risanamento di un ambiente finanziario gravemente malato.

È più importante far emergere i fatti, e costringere i responsabili ad assumersene le responsabilità, che incassare i soldi, anche tanti soldi. Di qui la scelta della nuova presidente, White, che ha preso una linea determinata, andando fino in fondo nelle indagini; ne sono venuti incassi miliardari, ben superiori ai «patteggiamenti», ma soprattutto è cominciata a venir fuori la verità.

Non c'è bisogno di imitare in toto la Sec, che costituisce perfino società di copertura per adescare e incastrare potenziali criminali; basterebbe che noi almeno usassimo bene le risorse che abbiamo, senza atteggiamenti retrò (come quello della Consob per i calcoli probabilistici sul rendimento dei titoli offerti al pubblico). Prendiamo però esempio da White, che ha lanciato un grande piano di investimenti in tecnologia informatica, essenziale per decifrare programmi e algoritmi utili a realizzare le strategie di trading. Big data sconvolgerà anche la vigilanza.

La lezione sarebbe chiara, per chi avesse voglia di ascoltarla: controlli più semplici, ma con chiara attribuzione e riconoscimento delle responsabilità, un po' più di schiena dritta da parte di tutti. E indagini senza paraocchi per far emergere i fatti.

2 - LA SAGA DEI MAGNONI FINISCE IN GALERA
Marco Franchi per il "Fatto quotidiano"

Associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, truffa, appropriazione indebita e frode fiscale. Sono i reati contestati dalla magistratura di Milano che ieri hanno fatto scattare le manette per i fratelli Ruggero, Aldo e Giorgio Magnoni, e per il figlio di quest' ultimo, Luca. Tutti coinvolti nell'inchiesta sulla Sopaf che avrebbe distratto oltre 100 milioni dal patrimonio.

Sono stati arrestati anche Andrea Toschi, Alberto Ciamperoni e Gianluca Selvi. Toschi è stato in passato presidente di Arner Bank, il cui conto corrente numero uno era intestato a Silvio Berlusconi, e amministratore delegato della Adenium, controllata da Sopaf. Attraverso Adenium, alcuni degli indagati si sarebbero appropriati di 50 milioni della Cassa nazionale di previdenza dei ragionieri, di 7 milioni dell'Inpgi (giornalisti) e di 20 dall'Enpam (medici).

Per la procura Giorgio Magnoni è il "promotore e capo dell'associazione", il figlio Luca, "collaborava in tutte le attività illecite ", Aldo Magnoni "seguiva le operazioni immobiliari", mentre Ruggero, "formalmente privo di cariche sociali in Sopaf, svolgeva un ruolo attivo quale amministratore di fatto".

Ma chi sono i Magnoni? La storia di questa famiglia è intrecciata a quella della finanza italiana degli ultimi trent'anni. Il capostipite Giuliano Magnoni fu anche socio di Michele Sindona nonché consuocero perché il primogenito Piersandro ne aveva sposato la figlia e ne era diventato il braccio destro.

Il fratello minore di Giorgio, Ruggero, era uno degli azionisti di maggioranza di Sopaf ma soprattutto vicepresidente di Lehman Brothers Europe e poi banchiere di Nomura con cui Mps aveva sottoscritto i famosi derivati Alexandria. Giorgio e Ruggero sono stati vicino anche a Gianpiero Fiorani nell'estate del 2005: i due fratelli si schierarono a fianco del banchiere lodigiano proprio mentre la Lehman di Ruggero era consulente dei rivali di Fiorani nella partita su Antonveneta, gli olandesi di Abn Amro.

Ruggero vantava anche la stima dei due nemici Berlusconi e Carlo De Benedetti che negli anni Novanta gli fecero seguire rispettivamente i dossier Mondadori-Telepiù e poi i telefonini Omnitel. Come ha raccontato di recente il Fatto Quotidiano, Ruggero aveva tentato di coinvolgere De Benedetti nel salvataggio di Mps senza però riuscirvi.

Non solo. Luca Magnoni, ex presidente del Monza, nel 2012 si è seduto per pochi mesi anche nel cda del Siena Calcio sponsorizzato - si mormora nelle contrade - dall'allora vertice di Rocca Salimbeni. La tela dei rapporti di affari di Ruggero tocca infine la Intek di Vincenzo Manes (considerato oggi molto vicino a Renzi) di cui è azionista e consigliere di amministrazione.

Ma i Magnoni vengono associati soprattutto alla cosiddetta razza padana: furono loro a ideare negli anni 90 il fondo Oak con base alle Cayman che partecipò alla scalata a Telecom guidata da Roberto Colaninno e benedetta da D'Alema. I legami fra Colaninno e i Magnoni hanno poi spaziato per tutta la galassia dell'imprenditore mantovano, dalla Omniainvest a Piaggio passando per la Immsi, che ha in pancia anche Alitalia.

Il declino è cominciato quando le banche creditrici hanno cominciato a battere cassa e la Sopaf è finita sull'orlo del fallimento. A far barcollare la finanziaria è stato soprattutto l'investimento in Banca Network messa in liquidazione a luglio 2012 dopo il fallimento della ristrutturazione di un debito di oltre 100 milioni con le banche (tra cui Unicredit e Mps). Ieri a fare crac è stata un'intera famiglia.

 

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