mircea lucescu

IL CALCIO PIANGE QUEL VECCHIO VOLPONE DI MIRCEA LUCESCU, EX CT DELLA ROMANIA. AVEVA 80 ANNI. IN ITALIA HA ALLENATO PISA, IL BRESCIA DI HAGI, REGGIANA E INTER - IL MALORE DURANTE UNA RIUNIONE TECNICA CON LA NAZIONALE. TRE GIORNI PRIMA ERA IN PANCHINA PER LA SEMIFINALE PLAYOFF PERSA CONTRO LA TURCHIA – HA VINTO 36 TROFEI, TRA CUI L'UEFA CON LO SHAKHTAR, LANCIATO CENTINAIA DI CALCIATORI (AL BRESCIA FECE ESORDIRE IL SEDICENNE PIRLO), INVENTATO LA “MATCH ANALYSIS” (QUANDO ARRIVÒ IN ITALIA A PISA NEL 1990, AL PRESIDENTE ANCONETANI CHIESE UN VIDEOREGISTRATORE) - “CI SONO DUE MODI PER VINCERE: COI SOLDI O COI GIOVANI. COI SOLDI VINCI FINCHÉ DURANO I SOLDI, NEL SECONDO CASO CONTINUI..."

 

Giulio Di Feo per gazzetta.it - Estratti

 

È morto questa sera poco dopo le 19 all'ospedale universitario di Bucarest Mircea Lucescu. Aveva 80 anni. Fatale un infarto dal quale non si era più ripreso nonostante i ripetuti tentativi dei medici. Era ricoverato da una settimana ma da oltre 24 ore era in coma indotto. (Gabriel Safta)

 

mircea lucescu

La misura della grandezza di Mircea Lucescu sta qui: oggi tutti parlano di match analysis, lui se l'è inventata. La faceva già in Romania, ai tempi di Ceausescu, coi mezzi dell'epoca. Si faceva prestare dalla scuola più vicina gli otto studenti migliori e li piazzava ognuno in un settore dello stadio col compito di annotare ogni quarto d’ora le posizioni dei calciatori.

 

Il giorno dopo metteva insieme i foglietti, si faceva un’idea precisa della partita e spiegava alla sua Dinamo Bucarest come aveva giocato. Con la tecnologia poi le cose cambiarono e quando arrivò in Italia a Pisa nel 1990, prima ancora che punte e terzini, al presidente Anconetani chiese un videoregistratore. Tutte queste cose ce le raccontava in un freddo venerdì sera mentre mangiava ostriche in un ristorante italiano a Donetsk. Si fece attendere un quarto d’ora: ritardo giustificato, il venerdì all’opera c’è il balletto. Era anche piccato perché era riuscito a vederlo solo in tv, prima gli era toccata un’incombenza meno artistica: rifilare un 4-1 nel derby al Metalurg.

 

mircea lucescu

Mircea Lucescu è stato il Nikola Tesla del calcio, un genio non convenzionale che ha inventato per sé e per gli altri. Un rivoluzionario furbo, un visionario che non si limitava all’ordinario ma sapeva vedere oltre.

 

Per lui potrebbero parlare il palmares, 36 trofei alzati alla guida di 8 squadre diverse, oppure le centinaia di calciatori lanciati dal calcio che conta, lo spettacolo che ha saputo mettere in scena o l'ultimo atto d'amore che a pochi mesi da un problema respiratorio da ricovero l'ha portato a 80 anni sulla panchina di una Romania male in affare a tentare la qualificazione al Mondiale.

 

(…)  Il Lucescu-pensiero partiva da un assioma: se tutti fanno una cosa in un modo, non vuol dire che sia la maniera migliore di farla. In Romania i campionati doveva vincerli lo Steaua del figlio di Ceausescu?

 

mircea lucescu

Lui con la Dinamo faceva il calcio migliore coi ragazzi presi dalle campagne, al punto che il dittatore a un certo punto gli diede la nazionale per rivitalizzarla. Nel calcio italiano degli anni 80-90 ti salvavi con catenaccio e mediani killer?

 

Lui parlava di possesso palla e spaziature, e faceva giocare i piedi buoni e non i fabbri. In Ucraina da trent’anni vigeva la dittatura tattica di Lobanovski, due marcatori e il libero? Lui ribaltò il calcio del colonnello, annegò gli attacchi sovietici nelle paludi del fuorigioco e abbatté la superiorità che tutti davano per scontata della Dinamo Kiev: finì che per 12 anni la squadra da battere diventò il suo Shakhtar.

 

Se gli parlavi di 4-3-3 e compagnia, storceva il naso: “Non alleno schemi, ma idee”. "Lucescu cambia ruolo ai giocatori", dicevano, ma non era vero: Lucescu allenava i calciatori a capire il loro sport. Mkhitaryan, per esempio, avrebbe gli stessi tempi di inserimento se non avesse passato mesi a chiudere quelli degli altri perché in allenamento a Donetsk faceva il terzino o il mediano?

 

Quando gli chiedevi lumi, ti citava un esempio: “Con il Brescia siamo 1-1 in casa della Juve, palla a Nappi al limite, i difensori addosso, lui prova a dribblare, perde palla e loro fanno gol in contropiede. Nappi fa così perché è un attaccante, se avesse fatto anche il difensore avrebbe saputo cosa fare”.

 

MIRCEA LUCESCU

Per insegnare principi, Lucescu metteva paletti. Dai suoi voleva in primis educazione a tutti i livelli, compresi igiene e cultura, poi dedizione e disciplina. In ogni trasferta portava a spese sue i suoi calciatori a vedere un monumento, un museo, un pezzo di storia locale, anche a costo di saltare la rifinitura. Senza guida, la faceva lui in tutte le otto lingue che parlava. "Sono ragazzi fortunati, girano il mondo, non possono vedere solo stadi e hotel. Se tuo figlio ti chiede cos’hai visto a Roma, a Parigi, cosa gli rispondi?". Era contento se si sposavano giovani perché "un marito è maturo e un fidanzato forse". Non metteva multe, parlava e si spiegava. Però se doveva fare una guerra di principio la faceva: al Brescia fece esordire nell’Anglo-italiano il sedicenne Pirlo che combinò un paio di pasticci, e in spogliatoio per proteggere un bimbo in cui aveva visto il futuro litigò a brutto muso con il leader del presente, Luzardi.

Nel turbocalcio attuale che arrivi oggi e sei scarso se non alzi una coppa domani, Lucescu sembrava un mammuth tra gli elefanti. Le sue non erano rivoluzioni-sofficino, da scaldare e praticare, avevano dei tempi: “A un allenatore servono minimo tre mesi per trasmettere idee, automatismi, geometrie.

 

mircea lucescu

A volte ne occorrono di più, anche sei”. Lo disse quando nel 1998 prese l’Inter da Simoni, in una Pinetina che traboccava di talento e partiti di spogliatoio: dopo tre mesi le idee non attecchirono e si dimise. Gli andò bene quando trovò presidenti visionari come lui. Gino Corioni a Brescia per esempio, con lui ha fatto plusvalenze eccellenti e ha ammirato al Rigamonti il sinistro di Hagi, uno dei più belli di sempre.

 

Il capolavoro l'ha fatto con Rinat Akhmetov, magnate ucraino dell’acciaio con un sogno alla Fitzcarraldo: portare un calcio poetico e vincente nell’Europa di confine, a Donetsk. A Lucescu ha dato carta bianca, gli ha fatto sistemare a piacimento un centro sportivo grosso come un paese e ha sposato in toto la sua filosofia, compresa un’altra delle sue regole: il sistema dev'essere impermeabile al mercato, se ne vendo uno devo averne in casa un altro già pronto.

 

“Ci sono due modi per vincere: coi soldi o coi giovani. Coi soldi vinci finché durano i soldi, nel secondo caso continui”. Nacque così il Brasile d’Ucraina. Lucescu è sempre stato affascinato dal pallone verdeoro, fin da quando giocava e ai Mondiali del 70 scambiò la maglia con Pelé. Allo Shakhtar iniziò a prenderne a dozzine, giovanissimi, ci provò pure col sedicenne Neymar.

 

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Per loro in deroga alle consuetudini sovietiche ammise la Playstation nella sala degli scacchi e il churrasco in riva al lago del centro sportivo. Era il suo capolavoro: un circo dei miracoli che in una dozzina di anni ha portato a Donetsk una Coppa Uefa ("Ma tu sai quant'è difficile vincere con una squadra dell'est in questo calcio?") e ha fatto tremare le big.

 

Il sogno di Akhmedov e Lucescu l'hanno fatto crollare solo i mortai della guerra civile. Stessa cosa a Kiev, dove una sera si svegliò pensando che ci fossero i fuochi d'artificio ma invece erano i missili russi: usò i suoi buoni uffici per far uscire i suoi ragazzi dal paese con le famiglie, poi lo fece lui, in macchina.

 

Alla Dinamo qualche anno prima l'avevano chiamato quasi per gioco: "Pensavo volessero dei consigli in amicizia, mi hanno offerto la squadra". Era come se Sacchi andasse all'Inter o Guardiola al Real, spaccò la nazione. Non se ne curò, e vinse anche qui. A un certo punto avevano in cassa una ventina di milioni e gli chiesero chi comprare, e lui: "Fateci una palestra nuova, prendete un bus per le giovanili, sono quelli gli acquisti che restano".

 

Lucescu da uomo d’arte era fine comunicatore e amava l’Italia. Aveva una casa sul lago di Garda dove tornava volentieri, gli piaceva il nostro cibo e se ne faceva arrivare da ogni latitudine. Con Ronaldo all'Inter aveva messo su un piccolo commercio: lui gli dava delle arance rosse che gli arrivavano direttamente dalla Sicilia, il Fenomeno ricambiava con bottiglie di birra brasiliana.

mircea lucescu 2

 

Gli piaceva la vita sregolata? Amen. "Perché lo fai, Ronie?", gli disse un giorno. "Mister, la vita è una", la risposta. Gli brillavano gli occhi se gli citavi il carneade Ilsinho, diceva che aveva il miglior dribbling del mondo e sorrideva come un padre quando raccontava che non ha mai sfondato perché a ogni pausa tornava dal Brasile con 7 chili di zavorra.

 

Interrompeva le interviste per chiederti le ultime sulla politica in Italia o se quella pizzeria vicino allo stadio a Brescia c'è ancora, ti mandava una canzone romena e poi ti chiamava per spiegartela.

 

Non amava il Var perché barattava la giustizia con le emozioni, non credeva all'Arabia come non aveva creduto dieci anni prima alla Cina, gli piaceva più la Serie B che la Serie A perché "è il campionato degli allenatori, non vince per forza chi ha i soldi".

 

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In barba al conferenzastampese, dei singoli parlava eccome: "Simeone compensa i piedi con l'intelligenza, sarà un grande allenatore", "A Calhanoglu date tempo di capire l'Italia e vedrete", “Douglas Costa è meglio di James”, "Zabarnyi e Mikolenko non li conosci, ma tra due anni potranno giocare titolari in qualsiasi squadra", “Fernandinho è come Pirlo”, “Tra Witsel e Pogba la differenza è l’età”, "Mkhitaryan con la testa che ha gioca finché vuole". All'inizio pareva esagerasse ma col senno di poi aveva quasi sempre ragione. Uno abituato a vedere oltre come fa a non prenderci con le profezie?

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