TOH, CHI SI RIVEDE – A 34 ANNI DALLA STRAGE DI CAPACI, TORNA AL CENTRO DELL’ATTENZIONE IL NOME DI PIETRO RAMPULLA, L’ARTIFICIERE DI "COSA NOSTRA" CONDANNATO ALL’ERGASTOLO PER L'ATTENTATO IN CUI FU UCCISO GIOVANNI FALCONE: I CARABINIERI HANNO SEQUESTRATO 13 GRANATE E OLTRE 1.700 CARTUCCE NASCOSTE IN UN PASCOLO, IN PROVINCIA DI MESSINA, NELLA DISPONIBILITÀ DI UNA FAMIGLIA RITENUTA VICINA AL FRATELLO E ALLA SORELLA DI PIETRO RAMPULLA…
ìEstratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per il Corriere della Sera
A trentaquattro anni dalla bomba di Capaci, il nome di Pietro Rampulla — l’artificiere della strage in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, arrestato nel 1992, condannato all’ergastolo e rinchiuso al «carcere duro» — torna a comparire in un atto giudiziario.
Accostato all’inquietante scoperta di armi da guerra nascoste nelle campagne di Mistretta, in provincia di Messina; un piccolo ma significativo arsenale, composto da tredici granate e centinaia di proiettili per carabine e fucili mitragliatori, occultato tra le rocce e la boscaglia di un terreno adibito a pascolo.
Il ritrovamento risale al mese scorso, quando su segnalazione di una fonte confidenziale i carabinieri della stazione di Mistretta sono andati alla ricerca di «munizioni e fucili», come indicava l’informatore, conservati sottoterra da un tale Lucio Massimiliano Di Gangi, trentasettenne già sottoposto a una precedente perquisizione da cui era saltato fuori solo «materiale da laboratorio di provenienza illecita».
Stavolta invece, nella campagna dove Di Gangi stava conducendo una mandria di buoi, spostando alcune pietre a protezione di un incavo naturale tra gli arbusti, i militari hanno recuperato una botte che conteneva più di 1.700 cartucce di vario calibro e due tubi di plastica sigillati dov’erano conservate, con tutte le precauzioni del caso, le tredici granate.
CACCIA ALLE IMPRONTE
Nonostante lui abbia provato a sostenere il contrario, il terreno è considerato dagli inquirenti nella disponibilità di Di Gangi, sia perché lì pascolano i suoi animali sia per via di un contratto preliminare di acquisto.
Di qui il sequestro del materiale — sul quale sono stati avviati accertamenti scientifici per il rilievo delle impronte — e l’arresto per detenzione di armi da guerra dell’uomo. […]
Secondo la Procura della Repubblica di Patti, guidata dal pubblico ministero facente funzioni di capo Andrea Apollonio, e il giudice Andrea La Spada che ha convalidato l’arresto, ci sono «plurimi elementi convergenti» a carico del pastore indagato.
Tra i quali «lo storico e stretto collegamento familiare (profilo certamente da approfondire) dei genitori di Di Gangi, e in specie del padre (presente la mattina della perquisizione) con la famiglia mafiosa Rampulla, il cui esponente Pietro è stato condannato in via definitiva all’ergastolo “quale artificiere della strage di Capaci”, solo che si consideri che dalle granate del tipo di quelle sequestrate è estraibile una discreta quantità di tritolo, esplosivo micidiale evocativo, appunto, di quel gravissimo fatto stragista».
Lo «stretto collegamento» tra i Di Gangi e i Rampulla risale a quando i genitori dell’arrestato erano ritenuti i tuttofare del fratello e della sorella di Pietro. Il primo, Sebastiano, morto in carcere nel 2010, è citato più volte nella relazione della commissione parlamentare Antimafia del 2006 come capo del clan mafioso di Mistretta e referente di Cosa nostra per la provincia di Messina; la seconda, Maria, morta nel 2016, era stata sottoposta a procedure di prevenzione in relazione a misure antimafia e di confisca dei beni, tra cui terreni agricoli e fabbricati rurali.
MAFIOSO E NEOFASCISTA
Di fatto la famiglia Di Gangi era a disposizione dei Rampulla, e la scoperta di ordigni da cui è possibile ricavare tritolo in un terreno di sua pertinenza ha subito alimentato il sospetto di trovarsi di fronte all’arsenale del clan. Di cui è rimasto in vita solo Pietro che sta scontando la condanna a vita al «41 bis», ma tanto è bastato per sollevare l’allarmato interesse delle tre Procure distrettuali siciliane e della Direzione nazionale antimafia.
Anche perché la figura di Pietro Rampulla è sempre stata considerata particolarmente inquietante nello scenario mafioso della Sicilia orientale per la doppia militanza in Cosa nostra e nell’estrema destra; da giovane aveva aderito a Ordine nuovo, una delle fazioni del neofascismo italiano coinvolte nelle stragi nere degli anni ‘70. […]



