giorgia meloni

“NON MI FACCIO IMPALLINARE COSI’” – DOPO LA BOCCIATURA, CON IL VOTO SEGRETO, DA PARTE DELLA CAMERA DELL'EMENDAMENTO DI FRATELLI D’ITALIA E NOI MODERATI SULLE PREFERENZE, GIORGIA MELONI SE LA PRENDE CON I LEGHISTI DEL NORD E I FORZISTI TENDENZA MARINA (E PURE CON LE DEPUTATE DI FDI SCONTENTE PER IL NUOVO MECCANISMO, CHE LE PENALIZZAVA) E PENSA AL VOTO ANTICIPATO (MA DECIDE MATTARELLA) - ALLA VIGILIA LA DUCETTA AVEVA DETTO AI VICE: “SE NON PASSA L’EMENDAMENTO SULLE PREFERENZE, SI VA ALLE URNE” – DOPO LA DISFATTA, SCRIVE: “HA VINTO DI NUOVO LA PALUDE. SERVE UNA RIFLESSIONE”. E ORA CHE SUCCEDE? CON LA MAGGIORANZA DISSOLTA, TRA I FEDELISSIMI DELLA PREMIER C’E’ CHI SPINGE PER LE URNE (“VANNACCI ANCORA NON SI È ORGANIZZATO E LE OPPOSIZIONI, DOPO IL REFERENDUM, HANNO PERSO SPINTA”) – LA CACCIA AI TRADITORI, LE POLEMICHE SU ELISABETTA CASELLATI, CHE AVEVA ESPRESSO IL PARERE FAVOREVOLE DEL GOVERNO ANZICHÉ LASCIAR FARE E RIMETTERSI ALL’AULA, I VANNACCIANI CHE FILMANO IL LORO VOTO – DAGOREPORT+VIDEO

https://video.corriere.it/politica/i-vannacciani-filmano-il-proprio-voto-per-evitare-l-accusa-di-essere-franchi-tiratori/5cc5e1cb-f328-4df7-8dae-9a1cc7589xlk

 

DAGOREPORT

https://www.dagospia.com/politica/crisi-governo-camera-voto-segreto-bocciato-l-emendamento-fdi-sulle-480568

 

 

Lorenzo De Cicco per repubblica.it - Estratti

GIORGIA MELONI

 

«Non mi faccio impallinare così». Cala la sera su Palazzo Chigi ed è l’ora della collera di Giorgia Meloni. Inviperita con leghisti e azzurri (e pure con qualcuno dei suoi, anzi qualcuna, le deputate erano le più scontente per il nuovo meccanismo, che le penalizzava).

 

Da giorni la premier temeva il trappolone degli alleati. Non a caso, l’altro ieri, alla vigilia del voto, in una video call d’emergenza con Matteo Salvini e Antonio Tajani, li aveva messi in guardia, con la minaccia più ruvida e detonante possibile: «Ve lo dico chiaramente: se l’emendamento sulle preferenze non passa, si va al voto».

 

E ora, dunque, tutti alle urne? Calma. Sul fare della notte, la stessa premier invita i suoi alla prudenza, esclude di salire subito al Quirinale, per l’intoppo su un emendamento. Anche se la frustrazione monta. Nelle prossime settimane, si vedrà. È innegabile però che lo scenario non sia più un’ipotesi dell’irrealtà. Un ragionamento, sottotraccia, si sta facendo.

TAJANI MELONI SALVINI

 

Nel post serale, vergato a ferita sanguinante, Meloni lascia aperto ogni spiraglio. Frasi così, annotate su Facebook: «Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude». Soprattutto, «anche nella maggioranza – scrive Meloni - sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione». Considerazioni decisamente più cariche d’incognite e possibili sviluppi politici di quelle, scontate, contro l’opposizione che chiedendo il voto segreto «non ci ha messo la faccia», come la premier aveva chiesto in via preventiva sempre su Fb, e che all’esito della votazione «ha esultato come se avesse vinto il Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i parlamentari».

 

GIORGIA MELONI PRIMA PAGINA IL FATTO QUOTIDIANO

La “riflessione” è già iniziata. Meloni a sera sente i due vice. Mentre nei corridoi del Transatlantico, un paio di ministri, a taccuini rigorosamente chiusi, non si sbilanciano: si vota? «Vediamo». Sibillino il capodelegazione di FdI, Francesco Lollobrigida, che pure, come Bignami e Tajani, sulle prime minimizza sostenendo che si sia trattato di una «cosa puntiforme» non di un dissenso «organizzato», ma aggiunge che se ci saranno conseguenze «lo vedremo quando sarà il momento».

 

Nella cerchia della premier sono ore frenetiche. Si ragiona su pro e contro del clamoroso strappo. Tra i vantaggi, racconta un meloniano di peso, «c’è il fatto che Vannacci ancora non si è organizzato e che le opposizioni, dopo il referendum, hanno perso quella spinta. Ma è presto».

 

Giorgia Meloni Antonio Tajani

Intanto è l’ora dei veleni. Dei sospetti. Della caccia al franco tiratore. La premier vorrebbe conoscere i nomi, uno per uno. C’è irritazione, ai piani alti di FdI, per l’assenza di Lorenzo Fontana, che non ha presieduto al momento del voto, sguarnendo i meloniani di Fabio Rampelli, subentrato alla guida della Camera. Ma c’è risentimento pure verso i leghisti del Nord, che non volevano le preferenze, così come per gli azzurri “tendenza Marina”, che Tajani non controlla.

 

Tossine sul presunto “partito del pareggio”, che vorrebbe tenersi il Rosatellum puntando a una legislatura senza maggioranze politiche. A proposito di franchi tiratori: nella video-call dell’altro ieri, entrambi i vicepremier hanno risposto così alla premier: «Giorgia, noi ci impegniamo ma con il voto segreto è impossibile escluderli». 

(…)

 

 

LA CACCIA AI “BADOGLIANI”: “PIÙ DI 30 HANNO TRADITO”. FI E LEGA NEL MIRINO

Francesco Bei per la Repubblica - Estratti

 

Il bello dei franchi tiratori è che non li beccano mai (...)

 

SCHLEIN MAGI FRATOIANNI CONTE BONELLI

Galeazzo Bignami è sotto shock, per lunghi minuti, mentre tutti gli si fanno intorno, resta immobile e non parla, non risponde. Carlo Nordio è una statua di bronzo, Elisabetta Casellati, la sventurata che aveva espresso il parere favorevole del governo anziché lasciar fare e rimettersi all’aula, guarda impietrita il sabba in corso sui banchi delle opposizioni: «A casa! A casa!».

 

Ma chi sono questi che i Fratelli d’Italia già chiamano “badogliani”, ovvero traditori, e quanti sono? Di sicuro più di trenta, giacché gli 8 vannacciani e i 7 renziani hanno votato Sì. «Secondo i nostri calcoli sono 31», dice il capogruppo leghista Riccardo Molinari, «e non c’è nessuno dei nostri».

 

 

GIORGIA MELONI PRIMA PAGINA IL MANIFESTO

Senza riandare al vecchio proverbio della prima gallina che canta ha fatto l’uovo, c’è da dire che proprio su Lega e Forza Italia si appuntano i sospetti principali dei meloniani. Che hanno preso nota, durante il voto segreto, di chi votava in piedi e di chi infilava tutta la mano nella buchetta della pulsantiera anziché soltanto un dito. Ossessioni? No, pura tecnica parlamentare, giacché il franco tiratore che non vuole farsi beccare si alza in piedi per impedire la visuale a chi gli sta dietro.

 

Oppure infila tutta la mano, in maniera da usare il mignolo della mano destra per schiacciare il tasto all’estrema destra (che corrisponde al rosso No) anziché quello a sinistra per il Sì (verde). I meloniani pare abbiano puntato i loro sospetti soprattutto su Forza Italia, il partito più allergico alle preferenze.

 

emendamento di fdi sulle preferenze bocciato – elly schlein alla camera esulta

«Anche Marta Fascina è venuta a votare - sussurrano - lei che non viene mai». Peppe Provenzano riferisce quello che gli ha raccontato un collega forzista: «Alla riunione del gruppo, Tajani ha minacciato tutti dicendo che sarebbe caduto il governo se l’emendamento non fosse passato». Il segretario di Forza Italia, conscio che l’abolizione delle norme anti-discriminatorie avrebbe portato alla sollevazione della parte femminile del gruppo, aveva anche aggiunto una promessa: «Abbiamo soltanto un problema che riguarda le donne, ma io garantisco che le donne avranno ampia rappresentanza nelle nostre liste». Saranno state le donne forziste a non fidarsi? Dario Franceschini segnalava fin dalla mattina che il bacino potenziale dei franchi tiratori era tra le 78 deputate di centrodestra, tanto da suggerire alle colleghe del Pd di insistere sulla fine dell’alternanza di genere nell’emendamento Bignami.

 

 

roberto vannacci a in onda.

La caccia al colpevole passa anche dal foglio presenze. Di Forza Italia ne mancano due. Andrea Orsini, dietro a una colonna, respinge i sospetti: «Sono assenti giustificatissimi. Cannizzaro è a fare il sindaco, Bergamini è inviata al summit del Ppe a Madrid. Le giustificazioni degli altri io non le ho viste...». La Lega conta otto assenti. Dopo il voto, tutto il gruppo è in piedi intorno a Molinari, che resta seduto e sospira: «Non sono i nostri, sono sicuro». Si avvicina Maurizio Lupi: «Mancano tanti voti, sicuro i vannacciani hanno votato contro».

 

Però i reietti del Generale non ci stanno a passare, proprio loro, per «badogliani». Si sono fatti furbi: sapevano che, in caso di patatrac, sarebbero stati il bersaglio perfetto e hanno preso le loro contromisure. Gianangelo Bof, ex leghista approdato nella sporca dozzina di Vannacci, fende il Transatlantico con un video da mostrare a tutti. L’ha girato lui stesso e immortala il suo ditone indice infilato nella buchetta del voto, tutto spostato a sinistra, con il resto delle dita fuori. «È una tecnica che ci insegnò Bobo Maroni, così è impossibile barare». Tutti gli otto vannacciani si sono immortalati così al momento del voto segreto. 

Ignazio La Russa e Giorgia Meloni

 

(...)

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