BLATTE, LATRINE SPORCHE E TORTURE PSICOLOGICHE. ALBERTO TRENTINI RACCONTA I SUOI 423 GIORNI ALL'INTERNO DEL CARCERE "EL RODEO" DI CARACAS (CHE DEFINISCE "UNA ALCATRAZ, MA IN SALSA TROPICALE"): "HO AVUTO PAURA CHE MI UCCIDESSERO, MI HANNO PORTATO IN UNA STRADA DI CAMPAGNA. LÌ HO PENSATO CHE SAREBBE FINITA" - "DALLE SEI DEL MATTINO ALLE NOVE DI SERA ERAVAMO COSTRETTI A STARE SEDUTI FERMI SOPRA UNA SEDIA MENTRE TI SPARAVANO ADDOSSO ARIA CONDIZIONATA GELIDA. NON HANNO PROPRIO LA NOZIONE BASICA DEI DIRITTI" - "SONO STATO INTERROGATO CON L'USO DELLA MACCHINA DELLA VERITÀ. LA STANZA ERA MOLTO CALDA, SUDAVO, E IL FUNZIONARIO FACEVA DI TUTTO PER..."
Ha passato 423 giorni in una cella di Caracas. Per la prima volta dopo la liberazione, il 12 gennaio scorso, Alberto Trentini ne parla in tv, a Che tempo che fa. Racconta del pensiero di essere merce di scambio, della paura di essere ucciso, della durezza di quel carcere arrivato… pic.twitter.com/QxqBl1BhFg
— Repubblica (@repubblica) February 2, 2026
Alberto Trentini - Trentini: "La mia Alcatraz tra macchina della verità e diplomazia degli ostaggi"
Estratto dell'articolo di Giuliano Foschini per "la Repubblica"
alberto trentini appena atterrato a roma
"Al Rodeo 1 la prima cosa che perdi è la percezione del tempo. In quelle celle minuscole, tra scarafaggi e zanzare, con l'acqua contingentata, i carcerieri incappucciati, non sai mai se e quando finirà"
Alberto Trentini è qui. È finita ed è questa la notizia più bella. È tornato libero dopo oltre un anno di detenzione nel più tremendo carcere del Venezuela sotto il regime Maduro, "El Rodeo",una «Alcatraz in salsa tropicale» la definisce lui. Quello che ha vissuto, il racconto delle sue prigioni, lui usato come arma di scambio in «una diplomazia degli ostaggi» non è soltanto memoria personale: è un monito. Perché ciò che è accaduto possa — e debba — non accadere più. Per questo Alberto ricorda e racconta tutto.
«Le celle nelle quali sono stato detenuto erano buie e maleodoranti: in uno spazio di quattro metri per due è compresa anche una latrina, sopra la quale, attraverso un rubinetto collocato a circa due metri dal suolo, ci si lava e si fa la doccia. L'acqua viene erogata soltanto due volte al giorno, mentre scarafaggi e zanzare compaiono regolarmente dopo l'imbrunire.
Ogni forma di comunicazione con l'esterno è praticamente azzerata. Le notizie che circolano sono pochissime, filtrate dal passaparola e spesso distorte. Anche i movimenti più banali diventano strumenti di umiliazione. Per chiedere qualcosa bisogna affacciarsi da una finestrella posta a un'altezza che obbliga ad abbassare il capo, mettendoti subito in una posizione di inferiorità rispetto alla guardia con il volto coperto dal passamontagna. L'acustica è pessima, parlare con i detenuti delle altre celle è quasi impossibile».
[...] Ha mai subito torture? Si dice che i prigionieri venissero interrogati con una macchina della verità.
«Torture fisiche, no. Quelle erano riservate dal controspionaggio militare a chi era sospettato di aver effettivamente commesso un reato. Su quelle psicologiche, mi sembra che sia chiaro quello che ho dovuto subire. Sono stato anche interrogato con l'uso della macchina della verità. La stanza era molto calda, sudavo, e il funzionario faceva di tutto per farmi sbagliare le risposte…».
Facciamo un passo indietro: come è avvenuto l'arresto? Ha capito subito che cosa stava succedendo?
alberto trentini abbraccia la mamma armanda
«Il 15 novembre 2024, dopo un breve viaggio in aereo, ero in taxi verso Guasdualito, al confine con la Colombia. A un posto di blocco fisso, sono molto frequenti in Venezuela, sono stato fermato dalla polizia nazionale, evidentemente incuriosita dal mio passaporto italiano.
Dopo circa un'ora sono arrivati due funzionari del controspionaggio militare. Mi hanno sequestrato il cellulare e sottoposto a un interrogatorio di circa cinque ore.Avevano un interesse ossessivo per la mia carriera, per il mio lavoro, le lingue straniere, i paesi che avevo visitato, il lavoro umanitario che avevo svolto. È stato chiaro in fretta che la cosa non si sarebbe risolta in giornata».
Ha avuto paura di morire?
«Quando la camionetta sulla quale mi hanno fatto salire ha imboccato una stradina di campagna ho temuto il peggio. Poi la paura si è spostata verso possibili maltrattamenti e torture, infine sulla preoccupazione per i miei genitori».
MARIO BURLO - GIOVANNI UMBERTO DE VITO - ALBERTO TRENTINI
[...] Ha mai temuto di essere stato dimenticato?
«Mai. Mia madre e i miei amici sono stati straordinari. Solo dopo ho compreso la portata della mobilitazione che, anche grazie al lavoro dell'avvocato Ballerini, si è creata intorno al mio caso. Quella solidarietà la sento ancora oggi».
Che significato ha oggi per lei la parola "libertà"?
«Dopo questo viaggio nel cuore di un regime autoritario, libertà per me significa stato di diritto, separazione dei poteri, diritti ma anche doveri. Ma la prima immagine che mi viene in mente è un tramonto sulla laguna di Venezia». [...]
LE PRIGIONI DI TRENTINI: «ERO PEDINA DI SCAMBIO MACCHINA DELLA VERITÀ E TORTURE PSICOLOGICHE»
Estratto dell'articolo di Alessandra Arachi per il "Corriere della Sera"
fabio fazio alberto trentini 2
Alla fine sorride. Abbraccia mamma Armanda e insieme al sorriso lo sguardo diventa brillante. E finalmente si capisce che Alberto Trentini prova emozioni. Per tutta l’intervista con Fabio Fazio — tre quarti d’ora — i muscoli del suo viso sono rimasti immobili, come gli occhi, come il tono della voce. [...]
Nemmeno al ricordo dell’arresto la voce di Alberto s’incrina. Eppure: «Ho avuto paura che mi uccidessero. Mi hanno portato su una camionetta in una strada di campagna e lì ho pensato che sarebbe finita». Davanti alle telecamere di Che tempo che fa è Fazio che si commuove. Tante le sue domande, quelle che tutti noi avremmo voluto fargli, per sapere come aveva vissuto quei quattrocentoventitrè dannatissimi giorni.
«In cella non avevo nessuno svago fino a quando due detenuti colombiani mi hanno regalato una scacchiera fatta di carta igienica, sapone e acqua. Non avevo né fogli né penna, ma solo un gessetto: con quello sul muro segnavo i giorni che passavano. Non avevo altro, soltanto i miei pensieri. Mi avevano tolto gli occhiali da vista, sono miope e non potevo vedere niente». In verità c’era poco da vedere nel carcere di El Rodeo 1.
fabio fazio alberto trentini 1
«Tutto il personale girava con il capo coperto di passamontagna neri». Non è stato sempre in carcere Alberto Trentini. «I primi dieci giorni sono stato nella pecera , acquario in spagnolo», racconta il cooperante veneziano. Fazio gli ha appena chiesto se aveva subito torture e lui ha appena risposto che torture fisiche no, «quelle psicologiche sì».
Eppure: «La pecera era una stanza con un vetro dove tu non potevi vedere ma eri visto. Dalle sei del mattino alle nove di sera eravamo costretti a stare seduti fermi sopra una sedia mentre ti sparavano addosso aria condizionata gelida». Fazio prova a obiettare se non pensava che quella fosse una tortura. E lui, pacato: «Non hanno proprio la nozione basica dei diritti, per loro quello era normale, non la pensavano come una tortura». E le sue sono considerazioni di chi è abituato a girare i paesi più disagiati del mondo. Come se quella tortura non lo avesse riguardato.
Per sei mesi non ha saputo niente del mondo di fuori, dei suoi cari, della sua compagna. Poi la prima telefonata a sua madre. Poi le prime informazioni e la consapevolezza: «Ho capito che servivo come pedina di scambio» Non c’era neanche un motivo perché Alberto Trentini dovesse finire in carcere in Venezuela. «Hanno tentato di costruirne uno facendomi domande tendenziose con la macchina della verità in una stanza molto calda, apposta: quando sudi vuol dire che menti».
Era stato arrestato a metà novembre 2024 e soltanto il 15 agosto ha cominciato ad avere notizie dell’arrivo della flotta statunitense. A capire che qualcosa stava succedendo. A illudersi il suo dramma potesse finire. «Era cambiato il direttore del carcere e lui non era stato altrettanto abile a controllare le informazioni».
Tante, troppe volte le guardie hanno preso in giro lui e gli altri novantadue prigionieri stranieri facendogli credere che sarebbero stati liberati. [...]
alberto trentini abbraccia la mamma armanda
alberto trentini arriva a roma



