COME STA ANDANDO IL MERCATO DELL'ARTE? - ANTONIO RIELLO: "SI RILEVA UN TREND MOLTO POSITIVO NELLE ASTE. IN PARTICOLARE PER DESIGN, OGGETTI DA COLLEZIONE, GIOIELLI, ANTIQUARIATO DI PREGIO E ARTE ANTICA (REMBRANDT, RAFFAELLO, MICHELANGELO E VIA DISCORRENDO)" - "ANCHE L'ARTE CONTEMPORANEA RACCOGLIE LE SUE BELLE SODDISFAZIONI (IL "NUMBER 7A" DEL 1948 DI JACKSON POLLOCK HA PORTATO A CASA BEN 181,2 MILIONI DI DOLLARI)" - "È IL MERCATO DELLE GALLERIE CHE NON STA BENISSIMO, PROVA NE È CHE CI SONO STATE ANCHE DELLE CHIUSURE ECCELLENTI. IN SINTESI: SI VENDONO MENO OPERE DI QUALCHE ANNO FA..."
Antonio Riello per Dagospia
Un articolo del Corriere della Sera, a firma di Luca Zuccala, riferisce (dati alla mano) come è andato il mercato dell'Arte nei primi sei mesi del 2026. Senza entrare nei dettagli (si può facilmente leggere tutto nell'ultimo numero nell'inserto 1 del CdS) si rileva un trend molto positivo nelle aste. In particolare per design, oggetti da collezione, gioielli, antiquariato di pregio e Arte Antica (Rembrandt, Raffaello, Michelangelo e via discorrendo)
‘cristo nella tempesta sul mare di galilea’ di rembrandt
In realtà anche l'Arte Contemporanea raccoglie le sue belle soddisfazioni (il "NUMBER 7A" del 1948 di Jackson Pollock ha portato a casa ben 181,2 milioni di dollari USA). Ma in asta funzionano solo opere di autori considerati a pieno titolo dei "Classici della Modernità" (a parte Picasso, soprattutto Fontana, Pollock, Giacometti, Brancusi, Rothko, Basquiat).
E il mercato delle gallerie in generale non sta benissimo, prova ne è che ci sono state anche delle chiusure eccellenti come quella di Stephen Friedman (con sede a Londra e New York). Sempre a Londra ha sospeso l'attività la Tiwani Contemporary. Ha chiuso la filiale di Hong Kong della nota galleria parigina Perrotin. In sintesi: si vendono decisamente meno opere di qualche anno fa.
Forse non è la tanto evocata "Morte dell'Arte" ma solo un ciclo. Si possono comunque fare alcune ipotesi su questo progressivo indebolimento di interesse. Con ogni probabilità siamo di fronte a diverse ragioni strutturali che coesistono assieme. Ne propongo qui velocemente alcune (ce ne saranno di sicuro anche altre...).
1) Il campo informativo digitale che ci avvolge rifornisce (e satura) in continuazione di innumerevoli immagini l'immaginario collettivo. Le Arti Visive - assieme al fotoreportage - hanno perso il loro storico ruolo iconopoietico. Non alimentano più l'immaginazione, al massimo alimentano dei meme secondari. La ricerca artistica - come l'abbiamo conosciuta - non riesce a rispecchiare con efficacia sentimenti rapidamente condivisi in rete.
2) Dopo il 2001 è iniziato un processo di "pessimismo globale" che ha eroso e viziato (in negativo) la percezione del futuro. Atteggiamento che è stato senz'altro rinforzato dall'esperienza del Covid 19. Il Futuro non ispira più, anzi spaventa. Il Passato a suo modo rassicura (il successo sul mercato internazionale dei gioielli e del Modernariato sono una conseguenza logica).
Risultato? Il sistema dell'Arte tende ad avvilupparsi attorno alla propria Storia recente: non più una radicale esplorazione del futuro ma piuttosto la voce di una casta semi-conservatrice. Paradossi tardo-moderni: dalla Avanguardia sperimentale si è passati ad un Retrò quasi-antiquario. A questo stato di cose contribuisce anche la demografia. E' ragionevole pensare che tante persone di mezza età - anche inconsciamente - calibrino il gusto medio del mercato sulle proprie esperienze e memorie.
3) La testimonianza creativa e militante degli artisti sembra aver inesorabilmente perso glamour: non è più "socially sexy". Temi come l'Emergenza Ambientale, la Sostenibilità e i Diritti Umani sono visti con maggiore empatia dalle nuove generazioni. Suona meglio aver passato quattro settimane filantropiche a prestare aiuto ad una comunità disagiata (o a salvare una specie in via di estinzione) che essere andati alla Fiera di Basilea a comperare un quadro.
Insomma, altri tipi di fascinazioni catturano l'attenzione (e il portafoglio) dei potenziali giovani collezionisti. Forse è solo moda passeggera o forse è seriamente l'affermarsi di una diversa sensibilità. Fatto sta che le opere d'Arte per i giovani abbienti non fanno "status" come invece accadeva per i loro genitori. Aggiungerei un banale corollario materiale: comunque chi vive in pochi (costosissimi) metri quadri, anche se volesse, ha poche possibilità di trovare spazio per un "tête-a-tête domestico" con i lavori (non sempre minuscoli) degli artisti.
Elementi più contingenti del quadro possono essere:
1) Il lievitare dei costi di gestione delle gallerie hanno portato alla sparizione o al ridimensionamento delle gallerie con meno margini di profitto. Ovviamente quelle che si occupano della ricerca dei artisti giovani (i cui valori non sono così sicuri, in termini finanziari, come i "Classici della Modernità").
2) L'Arte Contemporanea (almeno quella della grandi manifestazioni/biennali) si è votata al "Sud Globale". E' diventata una piattaforma di rivendicazioni che coinvolgono pesanti questioni legate al passato coloniale dei paesi europei. Gli occidentali sono diventati l'odiato nemico. Ci possono anche essere delle ragioni storiche legittime in questa posizione. Ma si dimentica che lo stesso "nemico" statisticamente rappresenta ancora la tipologia più rilevante del collezionismo di un certo livello.
L'Arte, in qualche maniera, è sempre una questione di identità. Perchè mai uno dovrebbe comperare il lavoro di un giovane artista che dichiara pubblicamente che il potenziale compratore fa parte di una banda di ignobili profittatori? Al momento l'Africa e certe zone asiatiche non rappresentano ancora una voce così importante nel collezionismo d'Arte. De-colonizzare l'Arte è uno slogan legittimo che suona bene, ma de-colonizzare il mercato dell'Arte è tutta un'altra cosa.
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basquiat the guilt of gold teeth 1982
Wine of Babylon di Jean-Michel Basquiat
jean michel basquiat a modena con il gallerista emilio mazzoli 1982
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