LE CRIPTOVALUTE? LE HANNO INVENTATE I GENOVESI NEL SEICENTO – LO SCUDO DI MARCO, DETTO ANCHE SCUDO DI FIERA, ERA UNA MONETA DI CONTO, CIOÈ VIRTUALE, BASATA SULLE PIÙ PRESTIGIOSE DIVISE AUREE REALI E GARANTITA DALLA COMUNITÀ DEGLI UTENTI, OVVERO I MERCANTI CHE SI RITROVAVANO NELLE FIERE RIUNITE OGNI TRE MESI A PIACENZA. DUE CARATTERISTICHE CHE CONTRADDISTINGUONO ANCHE IL BITCOIN E SIMILI – LA TECNOLOGIA BLOCKCHAIN OGGI GARANTISCE LE TRANSAZIONI? ALLORA ERANO I MERCANTI A FARLO, TRAMITE UN GRUPPO DI “SAPIENTI” LA CUI COMPETENZA ERA ACCETTATA DA TUTTI GLI ALTRI
Criptovaluta: un’idea genovese
Estratto da “L’invenzione dei soldi. Quando la finanza parlava italiano”, ed. Laterza
ALESSANDRO MARZO MAGNO - LINVENZIONE DEI SOLDI
«Bitcoin è economia, tecnologia e sicurezza». Tralasciamo la parola tecnologia che al tempo aveva tutt’altro significato, ma se dicessimo: «Scudo di marco è economia e sicurezza», la definizione si adatterebbe perfettamente allo strumento di pagamento codificato dai genovesi per le fiere di Bisenzone (italianizzazione di Besançon).
Chiariamo: le criptovalute – delle quali il Bitcoin è la prima e la più nota, ma ormai soltanto una delle tante – costituiscono mezzi di pagamento virtuali, la cui quotazione è basata su una valuta reale, il dollaro, garantiti dalla comunità degli utenti.
Lo scudo di marco, o anche scudo di fiera (poteva essere chiamato in diversi modi), era una moneta di conto, cioè virtuale, basata sulle più prestigiose divise auree reali – «delle cinque stampe, questi sono Spagna, Genova, Firenze, Venetia, e Napoli» (le “stampe” sarebbero le zecche) – e garantita dalla comunità degli utenti, ovvero i mercanti che si ritrovavano nelle fiere riunite ogni tre mesi a Piacenza, per parte del Cinquecento e del Seicento.
Si trattava di una valuta privata: «non esistevano monete sovrane denominate in questa unità. Era uno standard monetario privato dei soli banchieri, creato affinché potessero mercanteggiare fra loro sul valore delle varie monete sovrane del continente».
Torniamo all’oggi: «La tecnologia alla base del Bitcoin e delle altre monete virtuali, la blockchain, consiste in un registro, pubblico e ripartito, dove si possono annotare le transazioni tra due parti con efficienza e in via definitiva», e questa mansione di controllo, che le moderne tecnologie permettono sia svolta dalla blockchain, un tempo era pertinenza di un gruppo di “sapienti” la cui competenza era accettata da tutti gli altri.
«I banchieri con un più vasto giro d’affari, fornite le garanzie richieste dalla legge, componevano il gruppo ristretto dei cosiddetti “mercanti di conto”, la cui assemblea stabiliva i corsi dei cambi per le piazze».
Ovvero: i mercanti di conto certificavano le transazioni dei partecipanti alle fiere come oggi la blockchain garantisce le transazioni di chi opera con le criptovalute. Azzardato? Un po’, ma neanche tanto, se ci si pensa bene.
Tra l’altro, ci aiuta proprio il dizionario inglese-italiano: la parola usata nel testo originale, ledger, viene tradotta dal Ragazzini sia con “registro”, al quale si può affiancare l’aggettivo “elettronico”, sia con “libro mastro”, che invece lascia immaginare persone intente ad appuntare numeri con la penna d’oca.
D’altra parte, quando lo chef Gualtiero Marchesi ha messo una foglia d’oro sul risotto alla milanese, non ha fatto altro che riprodurre quanto facevano i suoi predecessori tra Medioevo e Rinascimento, quando usavano la foglia d’oro per impreziosire i piatti. Non lo sapeva – lo aveva dichiarato a chi scrive – ma ciononostante ha riproposto nell’età contemporanea un’usanza vecchia di secoli.
Qualcosa del genere accade con il Bitcoin: al netto delle tecnologie, e dei profondi cambiamenti intervenuti col trascorrere di quattro secoli di storia, il principio ispiratore che sta alla base delle criptovalute, usate oggi nella Rete, e dello scudo di marco, utilizzato un tempo nelle fiere, è il medesimo.
Si tratta di uno strumento di pagamento sottratto al dominio dei governi, e autogestito dai partecipanti, cioè uno strumento di pagamento controllato da una comunità e non da un’autorità, e in grado di resistere al controllo dello stato, e, per concludere, uno strumento di pagamento concepito dai banchieri di Genova e partorito in un luogo ben preciso: Piacenza.
«La criptovaluta nasce dalla cripto-anarchia», scriveva Eric Voskuil – il guru statunitense della criptoeconomia, con un passato da Top gun della Us Navy, esperto in arti marziali e laureato in computer science –, affermazione che trova una corrispondenza nella mancanza di controllo da parte dell’autorità sovrana sugli operatori delle fiere di cambio, che agivano senza dover rendere contro a nessuno se non a sé stessi e agli organismi di autocontrollo che si erano dati.
A ciò si aggiunga che le fiere costituivano di fatto una rete tra i mercanti, fisica e temporale, perché si riunivano a scadenze fisse. Certo, non in tempo reale, come accade oggi con la rete informatica, ma questa, per l’appunto, è una differenza legata agli strumenti a disposizione, e non al paradigma alla base delle valute virtuali, siano esse di conto o cripto.
Per essere efficaci, senza un’autorità terza che faccia da garante, le transazioni devono essere pubbliche e visibili da parte di chiunque partecipi alle operazioni. Inoltre, è imprescindibile un sistema che permetta alle parti coinvolte di concordare un comune ordine di ricevimento delle transazioni: la soluzione trovata oggi sono i server di marcatura temporale.
«È dunque necessario un sistema di pagamento elettronico [...] che consenta a due controparti qualsiasi di negoziare direttamente tra loro, senza la necessità di una terza parte di fiducia» così il 31 ottobre 2008 scriveva Satoshi Nakamoto, lo pseudonimo dietro cui si nascondono la persona, o le persone, che hanno inventato il Bitcoin e realizzato la prima blockchain.
Nel XVI secolo non c’erano i pagamenti elettronici, ovviamente, ma le fiere di Bisenzone erano proprio questo: occasioni pubbliche nelle quali le parti concordavano fra loro, senza un’autorità terza e superiore, i pagamenti e le transazioni che venivano annotate su registri tenuti dai responsabili designati e apertamente consultabili.
[…] La novità che prende piede con le fiere di cambio è l’unità di tempo e di luogo delle transazioni. «Il meccanismo della fiera centrale svolge infatti una duplice funzione: da un lato, centralizza le informazioni relative alle molte monetazioni pubbliche europee, consentendo così di calcolare corsi di riferimento coerenti fra loro; dall’altro elabora le informazioni relative all’opinione comune e qualificata dei mercanti-banchieri, consentendo di uniformare le condizioni alle quali si stipulano i singoli contratti».
Ora è venuto il momento di capire come fossero organizzate queste fiere di Bisenzone. Fin dal Medioevo, i mercanti europei avevano sentito la necessità di ritrovarsi in luoghi dove poter scambiare le merci; generalmente si trattava di località poste al centro del continente, in modo da offrire un accesso non troppo impegnativo sia a chi proveniva da nord, sia a chi arrivava da sud.
Per esempio Francoforte […]. Oppure Lione, in Francia, dove i mercanti fiorentini e genovesi ricoprono un ruolo di primo piano. Genovesi che un agente dei Fugger chiama tosatori a secco», riferendosi alla loro spietatezza nel condurre gli affari; sono tuttavia proprio loro a diventare gli «specialisti nel commercio delle monete, sia sotto forma di cambio mediante lettera, sia sotto forma di trasferimenti reali, e utilizzando allo scopo la rete delle fiere da essi stessi create».
I genovesi cominciano ad affiancare le cambiali alle merci e – impareggiabili maghi della finanza – a poco a poco trasformano le fiere da sedi di trattativa mercantile a luoghi di contrattazione finanziaria, fino al punto in cui nelle fiere si negozierà soltanto carta abbandonando del tutto le merci. A Piacenza non si vedranno nemmeno più circolare monete: «Il più delle volte non vi è un quatrino de contanti». «Durante tutta l’Età moderna le lettere di cambio furono la moneta corrente di quella che, con felice espressione, alcuni storici hanno chiamato “la repubblica del denaro”».
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