DEPORTATI E MAZZIATI – IL DESTINO INFAME DI 135 VENEZUELANI, RIMPATRIATI DAGLI STATI UNITI DOPO ESSERE STATI ARRESTATI IN AMERICA DALL’ICE, CHE SONO MORTI, A POCHE ORE DAL LORO ARRIVO IN VENEZUELA, NEL TERREMOTO CHE HA COLPITO IL PAESE – I DISGRAZIATI ERANO STATI PORTATI ALL’HOTEL “SANTUARIO LA LLANADA” PER SBRIGARE LE PRATICHE BUROCRATICHE E SI TROVAVANO NELLE STANZE QUANDO LA TERRA HA INIZIATO A TREMARE – LA DENUNCIA DI UNA DONNA SOPRAVVISSUTA AL SISMA: “I DEPORTATI IMPLORAVANO DI LASCIARLI USCIRE, MA NON HANNO APERTO LE PORTE. LI HANNO LASCIATI IMPRIGIONATI COME FOSSERO DEI LADRI…”
Estratto dell’articolo di F.Fem. per “la Stampa”
L'arresto da parte dell'Ice, poi le settimane in cella nei centri di detenzione per migranti indocumentados, infine la deportazione a bordo di un volo partito da Miami e atterrato a Caracas. Per 147 venezuelani rimpatriati dagli Stati Uniti doveva essere l'inizio di una ripartenza, per quanto forzata. Il loro ritorno, però, si è trasformato in incubo. Di loro 135 sono morti sotto gli edifici polverizzati di La Guaira, la "ground zero" del doppio terremoto che ha devastato il Paese sudamericano. […]
Il destino si è accanito contro quell'aereo che trasportava 120 uomini, 20 donne e 7 bambini. Niente valigie, indosso gli unici vestiti che avevano con sé, un misto di tristezza e speranza come unico bagaglio. […] Quella deportazione, però, era solo un tragico prologo.
deportazione criminali venezuelani della gang tren de aragua 11
Ma cosa ci facevano quelle persone a La Guaira? Un video li mostra al loro arrivo all'aeroporto internazionale Simón Bolívar, a Maiquetía. Attraverso la propaganda il governo di Caracas voleva mostrare la generosità della "Grande missione ritorno alla patria", etichetta dietro cui si cela l'accordo tra Washington e Caracas per la deportazione di cittadini venezuelani. […]
Dopo l'arrivo, i 147 passeggeri sono stati portati all'Hotel Santuario La Llanada per sbrigare le pratiche burocratiche. […] I deportati si trovavano nelle loro stanze quando la terra ha iniziato a tremare e ruggire. Pochi, solo dodici, sono riusciti a salvarsi. Un miracolo. Per gli altri 135 non c'è stato scampo.
Colpa degli agenti dell'intelligence (Sebin) che vigilavano l'edificio, accusa uno dei sopravvissuti dall'ospedale José María Vargas. «I deportati imploravano di lasciarli uscire, ma non hanno aperto le porte. Li hanno lasciati imprigionati come fossero dei ladri», conferma Yulis Salcedo, la madre di una vittima, dopo aver ascoltato alcune testimonianze. La donna non si da pace e tra i singhiozzi si fa la domanda che tutti si pongono: «Non avevano precedenti penali, perché li hanno consegnati al Sebin e non li hanno mandati a casa?».
La tragedia collettiva è raccontata da uno dei sopravvissuti, che appare in un video sui social con la parte sinistra del volto sanguinante e tumefatto: «Non so come sono riuscito a farmi spazio tra le macerie – racconta l'uomo –. Per un attimo ho sentito che stavo per morire». I social sono inondati di appelli con le foto dei dispersi pubblicati dai familiari, che cercano notizie negli ospedali. A quasi cento ore dal terremoto, però, la speranza è quasi svanita.
Il governo non ha ancora fornito una versione né un bilancio ufficiale. Non esiste nemmeno una lista dei deportati che hanno perso la vita nel crollo. Un'inerzia da parte delle autorità che alimenta la rabbia dei familiari. Alcuni hanno denunciato che fino a domenica, quattro giorni dopo le terribili scosse, i soccorsi erano stati lenti ma soprattutto scarsi. […]
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