PER I PISCHELLI, I SOLDI NON COMPRANO LA FELICITÀ - UN GIOVANE SU DUE RINUNCEREBBE A UN LAVORO STABILE E BEN PAGATO SE COSTRETTO AD ACCETTARE UN AMBIENTE PERCEPITO COME “TOSSICO” – PER GLI “UNDER 30”, IL SALARIO RESTA COMUNQUE IMPORTANTE, MA CONTANO ANCHE BENESSERE PSICOLOGICO, RELAZIONI, IL GIUSTO EQUILIBRIO CON LA VITA PRIVATA – IL RAPPORTO DELL’ISTUTO DI SONDAGGI GAD3: “I GIOVANI VOGLIONO LAVORARE PER VIVERE, NON VIVERE PER LAVORARE…”
Estratto dell’articolo di di Antonio Fera per www.avvenire.it
Per molti giovani non si tratta più soltanto di guadagnare uno stipendio. Attorno al lavoro passa ormai anche la possibilità di tenere insieme vita, tempo, relazioni, equilibrio personale. È la fotografia di una generazione che continua a cercare stabilità, ma che allo stesso tempo sembra meno disposta ad accettare che la dimensione professionale occupi tutto lo spazio della vita adulta.
La seconda fase della ricerca internazionale “Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs”, presentata ieri a Roma alla Pontificia Università della Santa Croce e realizzata insieme all’istituto di sondaggi Gad3, ha coinvolto oltre novemila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi di quattro continenti – Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti – mettendo in relazione lavoro, partecipazione civica, spiritualità e qualità della vita.
[…] Il dato che più colpisce è forse questo: quasi un giovane su due dice che rinuncerebbe anche a un lavoro stabile e ben retribuito di fronte a un ambiente percepito come tossico. […] Il salario resta importante – quasi un terzo degli intervistati lo considera ancora la priorità principale, soprattutto in Argentina e Messico – ma non basta più a trattenere il talento.
Accanto alla componente economica emerge quello che i ricercatori definiscono «stipendio emotivo»: qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologico, relazioni, possibilità di tenere insieme vita privata e professione senza esserne consumati. «I giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare», sintetizza Narciso Michavila, presidente di Gad3.
Non è il rifiuto del lavoro. Semmai il rifiuto di un modello nel quale il lavoro finisce per occupare tutto lo spazio della vita. Le parole che i giovani associano più spesso all’idea di lavoro raccontano bene questo cambio di prospettiva: «passione», «carriera», «responsabilità», «necessità». Più in basso restano «sacrificio», «dovere», «servizio».
Su questa trasformazione pesa anche la precarietà. Oltre la metà degli intervistati indica nella mancanza di opportunità il principale ostacolo all’ingresso nel mercato occupazionale. […] Eppure la formazione continua a essere percepita come decisiva: l’87% considera l’università uno strumento importante soprattutto per accedere a lavori migliori.
Ma le competenze ritenute davvero decisive non sono soltanto quelle tecniche. Contano soprattutto lavoro di squadra, capacità comunicative, relazioni umane. E continua a pesare molto anche la famiglia, indicata dal 62% dei giovani come il principale punto di riferimento nella costruzione della propria idea di futuro.
C’è poi la fatica di dover restare continuamente performanti, anche quando le energie sembrano finite. Il 90% considera il riposo essenziale per una vita equilibrata, ma oltre il 60% racconta di sentirsi spinto a restare produttivo anche quando è stanco. Il 71% ha esperienza di lavoro o studio da remoto: la flessibilità viene percepita come un vantaggio, ma il 40% denuncia isolamento sociale e un peggioramento della comunicazione nei gruppi di lavoro. È una generazione cresciuta nella connessione permanente, ma che sembra chiedere soprattutto margini di respiro. […]



