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UN IMPRENDITORE VENEZIANO DIVENTA EVASORE FISCALE PER PAGARE GLI OPERAI E IL GIUDICE LO ASSOLVE - GLI ERANO STATI CONTESTATI 262 MILA EURO NON VERSATI - IN AULA HA RACCONTATO LA SUA STORIA: IL PM GLI HA FATTO L’APPLAUSO E IL GIUDICE LO HA ASSOLTO

Lorenzo Padovan per “la Stampa”

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Diego Lorenzon ha 53 anni. Lavora da sempre nell' impresa di famiglia, la Poolmeccanica di San Michele al Tagliamento (Venezia), intere generazioni spese nel campo delle costruzioni di notevoli dimensioni, come il Mose, il raddoppio del Canale di Panama e il più grande telescopio al mondo, in Cile. È stato anche vicepresidente degli Industriali di Venezia.

 

Nel 2008, l' inizio della crisi, una discesa apparentemente infinita. Ha impegnato tutto ciò che aveva. Ha perfino incassato in anticipo le polizze pensionistiche e venduto le ultime collezioni private che gli restavano. Siccome i soldi non bastavano, ha chiesto aiuto ad amici e parenti, perché sette delle nove banche con cui intratteneva rapporti commerciali lo hanno abbandonato. Al fianco gli sono rimaste solo una piccola Bcc e Ifis. Ma alla fine ce l'ha fatta e i libri in Tribunale non li ha portati, mentre l'azienda ha iniziato a riprendersi e oggi realizza numerose altre infrastrutture in giro per il mondo.

EVASIONE FISCALE EVASIONE FISCALE

 

In quel Tribunale ci è però finito ugualmente, da imputato di omesso versamento di ritenute certificate. 262 mila euro del 2011: preferì pagare gli stipendi dei 50 dipendenti e onorare gli impegni con i fornitori, posticipando i versamenti al Fisco. Finire alla sbarra era per lui l'onta peggiore, dopo tanto impegno e sofferenza, condivisa coi fratelli Paola e Gianfranco.

 

Nonostante condizioni di salute precarie, a causa di una grave patologia, ha deciso di presentarsi in aula. Al giudice, che aveva già disposto il rinvio dell'udienza per approfondimenti in materia fiscale, ha chiesto di poter parlare temendo di non poter presenziare a futuri dibattimenti. Dieci minuti tutti d'un fiato, nel silenzio più assoluto. Ha spiegato di aver sempre pagato tutto, ma un giorno, d'improvviso, i fidi erano stati azzerati e i 420 mila euro di crediti da enti pubblici non si riuscivano ad incassare.

 

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«Le banche ci hanno chiesto di rientrare, dovevamo acquistare la materia prima in contanti. Che cosa dovevamo fare in queste condizioni disperate? Ho chiesto al Fisco di rateizzare perché dovevo pagare gli operai e i fornitori. Mi chiedevo se stessi andando nella direzione giusta, adesso le banche stanno chiudendo, noi no. Ho liquidato in dieci anni 6,8 milioni di euro di tasse e oggi il 30% di sanzioni, oltre agli interessi per i ritardati pagamenti: penso di essere stato sufficientemente punito per questa mia strategia».

 

Il giudice del Tribunale di Pordenone, Rodolfo Piccin, è tornato sui propri passi: ha revocato il rinvio e ha concesso tre minuti all'accusa - «cosa si può chiedere di più a questa persona?», ha detto la rappresentante della Procura, chiedendo l'assoluzione perché il fatto non sussiste - e pochi di più alla difesa. Senza nemmeno ritirarsi in Camera di Consiglio, ha emesso la sentenza: nessun dolo. Assoluzione su due piedi perché il fatto non costituisce reato. Applausi a scena aperta e pagina da libro cuore.

 

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«Forse era per questa soddisfazione che abbiamo fatto gli sforzi immani degli ultimi anni», ha commentato Diego uscendo, fiero, dall' aula. Parole simili a quelle scelte dalla sorella Paola per salutare la decisione del giudice: «Per noi questo epilogo era fondamentale perché rappresenta la nostra filosofia di vita e quella di un' azienda dove le persone sono al centro, come ci ha insegnato nostro padre. In questi anni, i collaboratori ci hanno sempre sostenuto e sono rimasti con noi, nonostante le difficoltà. Il concetto di famiglia si usa spesso e anche impropriamente quando si parla di aziende, ma questo è quello che siamo».

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