bar sport

QUANTO CI PIACE CHIACCHIERARE (CON GLI SCONOSCIUTI) - CONVERSARE FA SENTIRE MENO SOLI: SECONDO UNO STUDIO PARLARE CON GLI ESTRANEI ALZA IL NOSTRO TASSO DI BENESSERE QUOTIDIANO - FORSE E’ UNA SCOPERTA PER GLI ANGLOSASSONI NON PER GLI ITALIANI CHE HANNO INVENTATO IL BAR SPORT

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Marino Niola per “la Repubblica”

 

La chiacchiera è la metrica della socialità. È il rumore di fondo dell’umano. Che dice anche senza dire. Come un segnale di linea. Perché al di là delle parole, significa che siamo sintonizzati, disponibili a metterci in comunicazione, a parlare e ad ascoltare. A far risuonare l’altro dentro di noi e viceversa. Del resto è proprio questa l’origine del verbo chiacchierare, da una radice clag che indica l’eco, il riverbero del suono, il clamore, ma anche il richiamo di certi animali. E in tutte le lingue occidentali suono e senso della parola sono più o meno gli stessi.

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L’inglese chat, il francese chouchoter, lo spagnolo charlar, il tedesco plappern, ma anche i nostri ciarlare, cianciare, il veneto ciacolare, il siciliano cicaliari, con riferimento al verso della cicala, il napoletano pipitiare a quello della gallina. Ecco perché chiacchierare fa sentire meno soli. Nel bene ma anche nel male. Perché la chiacchiera è anche pettegolezzo, diceria, controllo sociale. O gossip, discendente diretto della calunnia, della voce e della maldicenza.

 

Il termine deriva dall’inglese god sib, letteralmente “madrina”, e allude dunque alle chiacchiere tra comari. Esattamente come il francese commérage e lo spagnolo comadreo. O l’italiano fare comarella.

 

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Un’altra etimologia non certa ma in compenso molto bella fa derivare invece il termine da God says, che significa “Dio dice”. Attribuendo così al Signore la prova della veridicità del chiacchiericcio. Come dire vox populi, vox dei.

 

Ci sono società che del pourparler hanno fatto addirittura una cultura. Come gli Inglesi, che hanno trasformato la small talk sul tempo nella materia prima della loro arte della conversazione. Che è una vera e propria performance sociale, nel senso che mette in scena la società stessa con le sue regole, le sue gerarchie, le sue manie, le sue passioni, le sue proibizioni, convenienze, sconvenienze. In fondo l’etichetta della chiacchiera da salotto, con i suoi turni di conversazione, le tecniche del parlare e lasciar parlare, è una forma di cooperazione-contrapposizione sociale fondata sul discorso.

 

Sul potere che ha la parola di creare realtà. Ecco perché, nelle discussioni usa e getta, come negli incontri di stato, hanno tanta importanza quelli che chiamiamo convenevoli. Consuetudini verbali che servono a manifestare disponibilità, non a scambiare informazioni.

 

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Infatti, le formule che si ripetono sono sempre le stesse, “come stai?”, “a casa tutti bene?”, “che bello vederti!”, in un crescendo sempre più formale, fino ad arrivare ai cosiddetti salamelecchi, termine derivato dal saluto arabo sala’m alaik, letteralmente “pace su di te”, che indica i complimenti eccessivamente cerimoniosi, falsi, affettati, adulatori.

 

Ci sono popoli logorroici, come i Jivaro, che sono indios dell’Amazzonia celebri per il loro interminabile chiacchiericcio cerimoniale.

 

Quando gli esponenti di villaggi diversi si fanno visita, passano ore e ore a ripetere parole che non dicono nulla. Formule di cortesia che in realtà hanno la funzione preziosa di mantenere le buone relazioni tra i gruppi. Si chiamano ausha ausha e i più grandi esperti di questo parlare a perdere sono italiani, come il missionario salesiano Siro Pellizzaro e il linguista Maurizio Gnerre.

 

E adesso arriva una ricerca americana uscita sul Journal of Experimental Psychology e ripresa nei giorni scorsi dal Wall Street Journal a dirci che parlare del più e del meno con la barista, l’edicolante o gli estranei che fanno la fila con noi, alza il nostro tasso di benessere quotidiano. E ci salva da quell’autismo digitale in cui siamo stati gettati dalla connessione permanente. Che ha smaterializzato la chiacchiera, trasformando la conversazione in chat e forum.

 

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Insomma passare dall’interazione face to face a quella face to facebook fa male alla salute. Forse è una scoperta per gli anglosassoni, ma non certo per noi italiani che abbiamo inventato il bar sport e che della chiacchiera siamo campioni del mondo.

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