SCADUTA… IN DISGRAZIA – LA RESPONSABILE DI UN SUPERMERCATO IN VENETO È STATA LICENZIATA DOPO CHE SONO STATI TROVATI 340 PRODOTTI SCADUTI DA MESI, ALCUNI DA QUASI UN ANNO, NON SMALTITI E MANTENUTI NELL’INVENTARIO – LA DONNA AVREBBE ACCANTONATO I PRODOTTI IN UN MAGAZZINO PER AUMENTARE LE POSSIBILITÀ DI RAGGIUNGERE GLI OBIETTIVI DI BUDGET E OTTENERE IL RELATIVO PREMIO – LA MANAGER DEL NEGOZIO HA FATTO RICORSO IN CASSAZIONE, MA I GIUDICI HANNO RESPINTO LA SUA RICHIESTA…
Estratto dell’articolo di Francesca Milano per www.open.online
etichetta con la data di scadena del cibo 6
Per mesi centinaia di prodotti scaduti sono rimasti in un punto vendita senza essere smaltiti secondo le procedure aziendali. Il motivo? Secondo i giudici della Cassazione, la responsabile del negozio li ha mantenuti nell’inventario per aumentare le probabilità di raggiungere gli obiettivi di budget.
Questo comportamento aveva portato al licenziamento della donna, che però aveva presentato ricorso. Ma, confermando la decisione della Corte d’Appello di Venezia, con l’ordinanza n. 25231/2026 gli ermellini hanno respinto la richiesta della responsabile del punto vendita.
LA TROVATA PER OTTENERE IL PREMIO DESTINATO AI RESPONSABILI DEI PUNTI VENDITA
Il 14 aprile del 2023 la dipendente, che lavorava nell’azienda da 27 anni e da 20 ricopriva il ruolo di gestore di filiale, aveva ricevuto la lettera di licenziamento: al centro della contestazione c’erano le procedure per il controllo e lo smaltimento della merce scaduta.
Durante un controllo erano stati trovati 340 prodotti scaduti da mesi, in alcuni casi da quasi un anno, che non erano stati eliminati secondo le procedure previste. […] Una parte dei prodotti era stata tolta dagli scaffali ma, invece di essere smaltita, era stata accantonata in un magazzino e inserita nell’inventario.
Questo comportamento aveva uno scopo: aumentare le probabilità di raggiungere gli obiettivi ai quali erano collegati i premi per i gestori dei punti vendita.
LA DIFESA DELLA DIPENDENTE E LA RISPOSTA DEI GIUDICI
Per difendersi, la lavoratrice aveva sostenuto che il licenziamento fosse in realtà collegato alla sua condizione di caregiver di due figli con disabilità grave, per i quali usufruiva dei permessi previsti dalla legge 104. La Corte d’Appello aveva invece escluso questa ipotesi, rilevando tra l’altro che l’azienda aveva documentato la presenza di numerosi altri dipendenti che, come lei, beneficiavano dei permessi della legge 104, anche in ruoli di responsabilità.
Anche per i giudici della Cassazione il ricorso è infondato: la Suprema Corte ha sottolineato che la gravità della condotta era stata considerata sufficiente a compromettere il rapporto fiduciario anche indipendentemente dai precedenti disciplinari. […]

