SCHETTINO NEL CESSO - IL CAPITAN SCOGLIONE A REBIBBIA: ‘APPENA ENTRATO HO PULITO IL BAGNO CHE ERA MOLTO SPORCO. RICOMINCIO DA MOZZO’ - ‘I MIEI PRIMI AVVOCATI MI HANNO DATO IN PASTO ALLA STAMPA. FARO' RICORSO A STRASBURGO' - HA SCELTO IL CARCERE DI ROMA PER EVITARE DOLORI ALLA FIGLIA - IL COMANDANTE DE FALCO: 'NON L'HO MAI VISTO PENTITO'

1. LA DECISIONE «HO SCELTO ROMA PER NON ESPORRE MIA FIGLIA SE MI FOSSI COSTITUITO A POGGIOREALE»

Cristiana Mangani per ‘Il Mattino

SCHETTINO3SCHETTINO3

 

La paura principale è il senso di claustrofobia, la totale mancanza di libertà. Lui che ha passato tutta la vita in mare, al sole, all' aria aperta, ora è costretto in una piccola cella con altri tre detenuti, nel reparto C6, la zona di osservazione temporanea del carcere di Rebibbia. La corte di Cassazione ha confermato la pena a 16 anni e, da due notti Francesco Schettino, comandante di grandi navi, abituato alla divisa bianca e ai capelli impomatati, deve fare i conti con la nuova realtà.

 

«È come se fossi ritornato mozzo - prova a esorcizzare la condizione - Del resto ho cominciato dal basso e sono diventato comandante. Ma già la notte di gennaio in cui mi hanno messo in cella di sicurezza a Orbetello, dopo il naufragio, mi è sembrato di ritrovarmi proprio nella vecchia stanzetta da giovane marinaio. Così, non appena sono entrato qui, ho pulito il bagno che era sporco, e ho pensato: ok, ora bisogna reagire. Ricomincio da mozzo».

CAPITAN SCHETTINOCAPITAN SCHETTINO

 

Il penitenziario romano è stata una scelta personale. «Prima avevo deciso di costituirmi a Bollate, a Milano - spiega al senatore Aldo Di Biagio, membro della Commissione per i Diritti umani, che ieri è andato a trovarlo - Ma poi, visto che ero venuto nella Capitale per stare lontano dal mio paese, ho preferito Rebibbia. C' è una ragione per tutto questo, ed è che non volevo che mia figlia dovesse fare la fila per venirmi a trovare a Poggioreale. Napoli è la sua città, magari qualcuno avrebbe potuto riconoscerla. E volevo evitarle quest' altro dolore».

 

È un pensiero costante quello per la giovane figlia. Negli ultimi mesi, dopo aver scelto di seguire una vita molto più ritirata, l' ex comandante ha pensato a come garantirle un futuro. L' ha seguita e consigliata per una società che verrà gestita da lei, le è stato molto vicino. E venerdì scorso, quando ha lasciato Meta di Sorrento per venire nella Capitale, l' ha salutata preparandola al fatto che la decisione della Cassazione, quasi certamente, non sarebbe stata favorevole. E proprio perché voleva evitare che la ragazza potesse vederlo in manette, o prelevato dai carabinieri, è arrivato davanti al cancello di Rebibbia con larghissimo anticipo.

SCHETTINOSCHETTINO

 

Ha bussato e ha chiesto al funzionario che lo guardava basito: «Per favore mi fate entrare? Lo so che la sentenza non è ancora stata emessa, ma voglio evitare di trovarmi accerchiato da telecamere». I responsabili del carcere sono stati molto gentili. «Hanno manifestato grande comprensione nei miei confronti - si commuove l' ex capitano - Mi hanno dato un panino per farmi mangiare qualcosa, mi sono sistemato su un prato all' interno e ho aspettato fino a quando è arrivata la telefonata dell' avvocato.

Ma tanto lo sapevo che sarebbe finita così, già due giudici mi avevano condannato».

 

La direzione del carcere sembra orientata a lasciarlo un po' più a lungo nella zona temporanea, dove divide lo spazio con detenuti per reati meno gravi. Verrà trasferito più in là. Nella sua cella ci sono due letti a castello, lui ha scelto quello di sotto. E ieri, dopo aver mangiato intorno a mezzogiorno, si è messo il pigiama blu e ha provato a dormire. La visita del senatore lo ha svegliato, ma è stata anche l' occasione per ribadire quello che dice da sempre, anche se questa volta con maggiore consapevolezza: «Ho commesso tantissimi errori. I giudici mi hanno sentito per ben cinque udienze, e alla fine l' unica testimonianza della quale hanno tenuto conto è stata quella davanti al gip.

 

Rispetto la decisione della giustizia - è un fiume in piena - ma non è vero che ho abbandonato i passeggeri. Io ne ho salvati più di quattromila. Quei 32 morti mi pesano sulla coscienza, ho consapevolezza della tragicità di quanto accaduto, ma sono stato usato, strumentalizzato.

 

CARCERE REBIBBIACARCERE REBIBBIA

I miei primi avvocati (ora ha gli avvocati Michele Senese e Donato Laino) mi hanno venduto alla stampa, hanno sbagliato tutta la strategia difensiva. Mi hanno fatto fare otto mesi di domiciliari e un anno in obbligo di dimora. Se mi avessero lasciato ai domiciliari, ora dovrei scontare un anno in meno».

 

Ma c' è qualche sassolino che l' ex comandante vuole anche togliersi, ed è nei confronti della Costa.

 

«Avevo più volte segnalato che non c' era formazione nei marinai e negli ufficiali - dice - Gente assolutamente impreparata. Ho le mie colpe, ma la società ne ha molte di più». Per questa ragione, prima di entrare in carcere ha registrato un video, nel quale lancia le sue accuse alla compagnia. «Verrà diffuso quanto prima», chiarisce. Come passerà le giornate? «Voglio leggere e lavorare, e nel frattempo, dopo che arriveranno le motivazioni della sentenza, insieme al mio avvocato, presenteremo ricorso alla Corte europea. Troppo regole sono state violate».

 

Dovrà scontare con precisione 15 anni, sei mesi e sette giorni, per effetto del periodo pregresso di custodia cautelare. Tra cinque anni (dopo aver espiato un terzo della pena) potrà chiedere di essere ammesso a misure alternative rispetto alla detenzione in carcere.

 

aldo di biagioaldo di biagio

«Mi è sembrata una persona lucida e cosciente - dichiara il senatore Di Biagio - La speranza è che nel frattempo non lo trasferiscano in qualche reparto difficile. Ho visitato il C9, il personale è sotto organico, le condizioni sono devastate, l' impiantistica è distrutta. I detenuti stanno in sei in celle da quattro, alcuni di loro stavano imbiancando le pareti. Mi rivolgerò al ministro della Giustizia per chiedere di intervenire affinché si creino condizioni di maggiore vivibilità».

 

 

2. «NON L' HO MAI VISTO PENTITO» - DE FALCO, L' UFFICIALE DEL «SALGA A BORDO, C...»: BASTAVA ASCOLTARMI

Antonino Pane per ‘Il Mattino

 

«Speriamo che rifletta bene sui suoi errori». Gregorio De Falco, l' uomo del salga a bordo, cazzo ricorda i drammatici momenti del naufragio della Costa Concordia e ancora oggi, dopo la condanna definitiva a 16 anni per omicidio colposo al comandante Francesco Schettino, non giustifica quell' errore: «Sarebbe bastato che mi avesse dato ascolto e ora non sarebbe rinchiuso in una cella». Il capitano di fregata De Falco lavora a Nisida ma ora è a Livorno con la famiglia per qualche giorno di riposo.

 

Schettino è a Rebibbia ci dovrà restare per altri 16 anni meno un giorno.

«Guardi che dal punto di vista umano dispiace sapere che un uomo è rinchiuso.

Detto questo nella vita bisogna fregiarsi degli onori e rispettare gli oneri. Non è possibile rilassarsi mai o badare solo agli onori. Chi ha responsabilità non può e non deve sbagliare. Tanto più quando le responsabilità investono la vita degli altri. Dal punto di vista giudiziario questa sentenza è una lezione per i giovani che devono avere sempre ben chiaro che il dovere non ammette deroghe, mai».

GREGORIO DE FALCO GUIDA LA CAPITANERIA DI PORTO Di LIVORNO GREGORIO DE FALCO GUIDA LA CAPITANERIA DI PORTO Di LIVORNO

 

Cinque anni di processi. Lei ha seguito tutto. Lo Schettino che parlava con lei quella sera è lo stesso di quello che ha atteso la sentenza in auto di fronte al carcere di Rebibbia?

«Questo non lo so, non immagino cosa ha provato quando la Cassazione ha pronunciato la sentenza definitiva. Quello che so è che durante i processi non si è mai visto un uomo che si è sentito terribilmente in difetto per i suoi comportamenti. Speriamo che ora rifletta, che sappia far prevalere la ragione rispetto a una difesa ad oltranza delle sue scelte sbagliate».

 

Mai avuto dubbi sui comportamenti di Schettino?

«Io quella sera coordinavo i soccorsi e non ho avuto nessuna collaborazione dall' uomo, il comandante, che prima e meglio di tutti è tenuto a fornire notizie esatte. Ancora adesso le dico che se Schettino avesse collaborato appieno non ci sarebbero stati 32 morti. E che se tutti, a partire dal comandante, avessero rispettato le procedure, anche in una situazione drammatica come quella, forse non ci sarebbe stata nessuna vittima».

 

Il rispetto delle procedure. Tutti le avrebbero dovute rispettare, anche la compagnia?

«Sicuramente. Il comandante innanzitutto, ma anche la compagnia. La Guardia Costiera che coordina i soccorsi deve poter contare sulla massima collaborazione del comandante e di tutti gli ufficiali di bordo e anche della collaborazione dell' unità di crisi della compagnia. Queste procedure sono fisse, cristallizzate».

COSTA CONCORDIA RIPRESA DA UN DRONE COSTA CONCORDIA RIPRESA DA UN DRONE

 

Schettino scese dalla nave. E la compagnia non fornì informazioni chiare?

«Se il presidente di una compagnia arriva a dire che la gestione dell' emergenza da parte di Costa Crociere fu disastrosa, qualcosa vorrà pure significare.

D' altro canto il patteggiamento del capo dell' unità di crisi di Costa Crociere, Roberto Ferrarini, uomo che le procedure certamente le conosceva, la dice lunga su come andarono realmente le cose».

 

Ha mai avuto dubbi su come sarebbe finito questo processo?

«Assolutamente no. Credo che il pool di magistrati coordinato dal capo della Procura di Grosseto, Francesco Verusio, ha fatto un lavoro straordinario. Il lavoro fatto dai Pm Alessandro Leopizzi, Stefano Pizza e Maria Navarro è stato scrupolosissimo e, come responsabile dei soccorsi, credo di aver fornito tutti i chiarimenti».

 

Un lavoro certosino. Ricostruire tutto, ogni attimo.

«Certamente. Per fortuna gli strumenti tecnici ci hanno aiutato. I magistrati, grazie anche ai consulenti, hanno potuto accertare tutto, proprio tutto».

 

Ma quando si è reso conto che a bordo qualcosa non andava?

«Ho avuto un sentore immediato che dalla Concordia arrivavano solo sciocchezze. Si parlava di un generico blackout e nulla arrivava sull' inclinazione della nave. Un blackout non pregiudica la stabilità».

 

COSTA CONCORDIA COSTA CONCORDIA

Ma poi lei decise comunque di inviare soccorsi.

«Sì, abbiamo deciso di fare soccorso senza alcuna richiesta di soccorso. Non avevamo certezze ma ci siamo mossi lo stesso allertando tutti i mezzi navali e aerei disponibili».

 

Una situazione anomala?

«Certamente si. Io, in ufficio ho dovuto chiedere a un ufficiale di bordo se si era aperta una via d' acqua nello scafo. Un comportamento assolutamente anomalo. Queste informazioni hanno priorità su tutto, sempre».

 

Lei ha detto che se Schettino avesse collaborato altro che Rebibbia, sarebbe diventato un eroe.

«Certamente questa vicenda avrebbe avuto un epilogo diverso».

 

Resta l' inchino che si poteva evitare.

EVACUAZIONE DELLA COSTA CONCORDIA PH MASSIMO SESTINI PER L ESPRESSOEVACUAZIONE DELLA COSTA CONCORDIA PH MASSIMO SESTINI PER L ESPRESSO

«Questo è sicuro anche se bisogna dire che altre volte, secondo uno studio fatto dal Comando generale, c' erano stati passaggi ravvicinati. Si trattava però di passaggi con 4-6 nodi di velocità e a mezzo miglio dalla costa. Quella sera la Concordia andava a 16 nodi ed era in evoluzione, questo significa che la poppa sbandò in maniera evidente».

 

Capitano lei rifarebbe tutto quello che fece quella sera, con tutte le conseguenze che ci sono state?

«Rifarei ogni cosa, proprio ogni cosa».

 

 

 

 

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