umberto galimberti

“SIAMO IL POPOLO PIÙ DEBOLE DELLA TERRA” – UMBERTO GALIMBERTI, FILOSOFO, PSICOANALISTA, PSICOLOGO, ANTROPOLOGO E SOCIOLOGO, SUONA IL DE PROFUNDIS PER LA SOCIETÀ OCCIDENTALE, E PER GLI ITALIANI: “PER MANGIARE, APRIAMO IL FRIGO ANZICHÉ SUDARE NEI CAMPI. L’IMPERO ROMANO FINÌ COSÌ, FRA POSTRIBOLI E SPETTACOLI CIRCENSI. NON LAVORAVA PIÙ NESSUNO. DOVETTE IMPORTARE I BARBARI PER FARE LE GUERRE E LE OPERE IDRAULICHE. UN TEMPO PENSAVO CHE LE CIVILTÀ FINISSERO PER CAUSE ECONOMICHE. ORA INVECE SONO CERTO CHE MUOIONO PER DECADENZA DEI COSTUMI” – “I FIGLI SONO UN OSTACOLO ALL’EDONISMO SFRENATO. IL DENARO È DIVENTATO L’UNICO GENERATORE SIMBOLICO DI VALORI. NON SAPPIAMO PIÙ CHE COSA È BELLO, VERO, GIUSTO, SANTO” – L’INCREDIBILE STORIA DELL’INCONTRO CON LA MOGLIE, TATJANA SIMONIC. MORTA NEL 2008: “DA QUANDO NON C’È PIÙ NON SO PERCHÉ RESTO AL MONDO, LA MIA VITA È SOLO NOIA. FACCIO LE COSE SOLO PERCHÉ SONO CAPACE DI FARLE. HO PERSO L’ANIMA, RESTA IL DOVERE" - L'INTERVISTA BY LORENZETTO

 

Intervista realizzata da Stefano Lorenzetto per i quotidiani di “Nord Est Multimedia” (“Il Mattino di Padova”, “La Nuova di Venezia e Mestre”, “La Tribuna di Treviso”, “Messaggero Veneto”, “Il Piccolo”, “Corriere delle Alpi”)

 

umberto galimberti con la moglie tatjana simonic

Moderno Ulisse fra due mari, il golfo di Trieste e la laguna di Venezia, Umberto Galimberti, filosofo, psicoanalista, psicologo, antropologo e sociologo che per 36 anni ha insegnato all’Università di Ca’ Foscari, divenne nordestino d’adozione per una punizione.

 

«Ero sergente della Cavalleria, solo che invece dei cavalli usavamo i carrarmati. Un cannoniere alzò troppo il tiro e io fui giudicato responsabile di avergli dato il comando sbagliato. Anziché vedermi assegnato a Monza, la mia città natale, fui esiliato a Opicina, che a quel tempo si chiamava Poggioreale del Carso, sulla frontiera con la Slovenia.

 

UMBERTO GALIMBERTI

Insomma, mandato a difendere l’Italia dalla paventata invasione comunista. Poi fui anche promosso: tenente. I miei superiori non hanno mai saputo quale immenso favore mi fecero. Lì c’era lei!».

 

Lei era, anzi è, Tatjana Simonic, la moglie di Galimberti, ordinaria di biologia molecolare all’Università di Milano, nata a Trieste nel 1946 e morta nel 2008, «presto, troppo presto, le ho vissuto accanto per 41 anni, senza mai annoiarmi, da quando non c’è più non so perché resto al mondo, la mia vita è solo noia».

 

Il professore combatte questa sconfinata malinconia girando l’Italia in lungo e in largo. Due viaggi a settimana. Più di 100 serate l’anno. […] Ovunque, folle adoranti, applausi, strette di mano, selfie, autografi sui frontespizi. I suoi libri, editi da Feltrinelli, vanno via come il pane. [...]

 

tatjana simonic

Come morì Tatjana?

«Di tumore. Aveva appena 62 anni. Senza di lei, faccio le cose solo perché sono capace di farle. Ho perso l’anima, resta il dovere. Vivo da solo, cucino, vado al supermercato, porto i vestiti in lavanderia. Il problema più piccolo diventa grande, quando non puoi diluirlo in una conversazione».

 

In che modo la conobbe?

«Era marzo del 1967. Fui spedito a Opicina. In un giorno di libertà, andai a Trieste e scesi al mare da una scalinata terribile, subito dopo il tunnel per Monfalcone. In spiaggia vidi questa ventunenne con i suoi amici. Attaccai bottone, chiedendole notizie topografiche su Trieste».

 

Ingegnoso.

«[…] La sorpresa del destino fu che i Simonic in realtà abitavano a Monza come me. Il papà di Tatjana era poliglotta, a Trieste aveva avuto come insegnante di lingue il fratello di James Joyce, lo scrittore dell’Ulisse. Lavorava alla Pirelli come interprete, credo per Leopoldo Pirelli. Non c’era idioma che non conoscesse. Avevo trascorso un anno in Germania e lui, che non ci aveva mai messo piede, correggeva il mio tedesco».

 

umberto galimberti tatjana simonic trieste 1987

Ma come arrivò a conoscere la famiglia Simonic?

«Tatjana aveva un fratello gemello, Marco, che studiava filosofia all’università. M’invitò a casa loro per parlare con lui. Da marzo a settembre la mamma ci tenne a nutrirmi, diceva che in caserma mangiavo male. Scendeva in pescheria a Trieste a comprare gli sgombri per me».

 

E lei flirtava con Tatjana.

«Tutt’altro. Disinteresse totale da parte sua. Finché, al momento del congedo, non restammo fuori a parlare tutta la notte, sotto le stelle, il mare davanti, fino alle 5 del mattino, senza baci, senza abbracci. La mia conclusione fu brusca: decidi che vuoi fare».

 

E lei?

umberto galimberti

«Tornò a vedermi a Monza, quando riprese gli studi. Lì ebbi un altro colpo di fortuna insperato: una sera il padre mi cacciò in malo modo perché l’avevo riaccompagnata a casa alle 18.30 anziché alle 18».

 

E la chiama fortuna?

«Certo, perché Tatjana da tempo non sopportava più la severità del padre, soprannominato Ivan il Terribile. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso e la indusse ad andarsene. Mio suocero era una pasta d’uomo. Buonissimo e severissimo.

 

joseph stalin

Aveva due miti: l’imperatore Franz Joseph I, detto Cecco Beppe, e Stalin. I fascisti lo avevano perseguitato, costringendo lui e la moglie a italianizzarsi i cognomi, da Simonic a Simoni e da Mikolaucic a Michelazzi. Su delazione di un prete, gli avevano bruciato la trattoria, sede della comunità slovena di Trieste. Mio suocero avrebbe preteso che la figlia sposasse un ingegnere della Pirelli».

 

Invece sposò lei.

«Il giorno di Pasqua del 1968 trovai nella buca delle lettere una missiva in cui lui mi chiedeva di ricomporre la nostra amicizia. Due anni dopo Tatjana diventò mia moglie. Ancora adesso penso che abbia deciso di venire con me solo per liberarsi del genitore.

 

Una volta, molti anni dopo, glielo chiesi e lei mi rispose: “Con te ho visto la possibilità di una vita più libera”. Era la mia ragazza segreta, percepivo in lei un qualcosa che non mi avrebbe mai confidato. Per stare insieme a lungo nessuno dei due deve disvelarsi compiutamente all’altro. Chi fosse davvero mia moglie, io ancora non lo so. Quando le dedicai il libro sull’amore, scrissi sul frontespizio: “A Tatjana, per ragioni che mi sono in parte note e in parte ignote”. Il mistero era la sua cifra».

 

Le nozze non furono facili.

MARESCIALLO TITO

«Io volevo sposarmi in chiesa. Tatjana era atea e comunista, cresciuta sotto il maresciallo Tito, quindi le veniva chiesto un atto di fede, che non avrebbe mai accettato. Allora la portai dal mio amico padre David Maria Turoldo.

 

Il teologo friulano si era ritirato a vivere a Sotto il Monte, il paese natale di Giovanni XXIII. Nella frazione di Fontanella aveva restaurato con le proprie mani l’abbazia di Sant’Egidio. Parlarono per un’ora, loro due da soli. Alla fine, Turoldo mi disse: “Umberto, Tatjana ha innato il senso della giustizia. Sposala! È importante essere giusti, non essere santi”. Ci unì in matrimonio e le diede la comunione senza neppure confessarla».

 

Quando sua moglie morì, in che cosa trovò conforto?

«Mi gettai a capofitto nella scrittura del Nuovo dizionario di psicologia, 1.640 pagine. Ho un lato paranoico».

 

Dov’è sepolta Tatjana?

Umberto Galimberti

«A Milano, nel cimitero di Lambrate, non lontano da casa nostra. Una bellissima tomba, con Atena, dea greca della sapienza, che piange appoggiata a uno stelo. Quando sono in disordine con me stesso, vado lì. Lei mi osserva dalla foto sulla lapide e mi obbliga a riflettere. È la mia terapia. Mi ricorda che devo morire anch’io. Ma sono greco, quindi lo sapevo già, non è una sorpresa».

 

Che cosa intende per greco?

«Che prendo sul serio la morte, non ho speranze ultraterrene, e ciò crea in me l’etica del limite. Sono diventato greco sulle orme di Emanuele Severino. È stato il mio maestro, insieme con Karl Jaspers, che frequentai a Basilea e che mi avviò alla psicopatologia, a Mario Trevi, con il quale feci il percorso psicoanalitico, a Gustavo Bontadini e a Sofia Vanni Rovighi, miei docenti all’università, a Eugenio Borgna.

 

gianfranco miglio

Avrei voluto diventare medico, ma due borse di studio mi spalancarono le porte di Filosofia alla Cattolica di Milano. Lì trovai Gianfranco Miglio, poi divenuto l’ideologo della Lega, e Francesco Alberoni. Per anni d’estate ho passato un mese intero in Grecia con Tatjana, sotto la tenda. Ora è diventata un’immensa Rimini. La ritrovo solo a Patmos, dove Giovanni scrisse l’Apocalisse».

 

Come mai ha smesso di credere in Dio? Non studiava per diventare prete?

«Ero un buon cristiano. Entrai nel seminario di Seveso a 12 anni e uscii da quello di Venegono Inferiore nel 1958, in seconda liceo. Avevo per compagno di classe il futuro cardinale Gianfranco Ravasi. Fra una lezione e l’altra correvo in chiesa a suonare sull’organo le fughe di Bach».

 

Avrà avvertito il richiamo del sesso.

gianfranco ravasi

«No, era un pensiero che nemmeno mi sfiorava, magari ero troppo acerbo. È che non sopportavo l’autorità gerarchica, incarnata da monsignor Arturo Parolini, insegnante di lettere e latino. Da adulto, gli mandai un biglietto quando andò in pensione. Mi rispose: “Galimberti, neppure gli auguri sei capace di scrivere in italiano”. Eppure sono riconoscente a lui, al rettore Guidotti e a don Molon, docente di greco. Se ho imparato a parlare in pubblico, lo devo alle loro omelie mattutine».

 

Quindi torno alla domanda: che cosa le fece smettere di credere in Dio?

umberto galimberti epidauros 1998

«Nacque mia figlia Katja. Volevo farla battezzare. Chiesi a un docente di religione del liceo di Monza, dove insegnavo, se fosse disponibile. Rifiutò: anche lui voleva che mia moglie si convertisse. Però ci mise a disposizione la chiesa di Muggiò, dove il rito clandestino fu celebrato all’1 di notte da padre Gaetano Favaro, missionario del Pime, istituto dove insegnavo antropologia culturale. Un freddo della madonna. Tatjana si buscò un accidente. In un mese perse 7 chili. Mi dissi: basta, con i preti ho chiuso».

 

I preti non sono Dio.

«Non riesco a capacitarmi di come la gente possa credere in Dio, non riesco proprio a capirlo. Il mondo accade come Dio vuole? No. Allora significa che Dio è morto, il mondo non soggiace più alle sue leggi. Chi ha fede pensa di possedere la verità. Ma la fede è fede, non è verità. Perché, se credi, vuol dire che non sai. Io non credo che 2 più 2 faccia 4: lo so che fa 4, quella è verità».

 

emanuele severino

Mai pensato di risposarsi?

«No, mai. Queste sono le vendette dell’amore. Quando tu hai incontrato la donna del destino, ti rendi subito conto che non sarà mai più intercambiabile con un’altra».

 

Venezia le rimane nel cuore?

«Ci ho vissuto per 15 anni allo sbando, prima in un convento di suore a Dorsoduro, poi ospite dei preti. Finché non ho comprato casa dietro le Gallerie dell’Accademia. Non ci metto piede da anni.

 

Venezia è magica, ma non ti dà tanta gioia. È una città dove si va o per far l’amore o per morire. Infatti nel 1976 aveva 120.000 abitanti, ora saranno sì e no 40.000. I bàcari sono tutti gestiti da cinesi. Peccato, perché io alla trattoria Do Farai ho imparato da Stefano Ponga, veneziano doc, come si sfiletta il branzino e si marina all’istante con limone e Prosecco, una ricetta con la quale stupisco ancora gli amici».

 

Più tornato a Ca’ Foscari?

Umberto Galimberti

«La mia università è diventata un albergo. La facoltà di filosofia era a Palazzo Mocenigo. Lo vendettero e fummo trasferiti in una sede dismessa dall’Enel. Una nemesi. Nani Mocenigo fu il nobile che fece arrestare come eretico il filosofo Giordano Bruno e lo consegnò a papa Clemente VIII perché lo bruciasse in Campo de’ Fiori».

 

Dopo aver vissuto tra Trieste e Venezia, non le pesa stare nella Milano dei grattacieli e del cemento?

«Ci sto perché in qualsiasi altra casa non entrerebbero i miei libri. Ho dovuto comprare pezzo dopo pezzo un intero piano del condominio. Non sarà la biblioteca di Umberto Eco, però si difende bene».

 

Dove trova la forza per tenere conferenze in tutta Italia?

«Questione di genetica, credo. Mia sorella ha 96 anni. Un’altra è morta nel 2025 alla stessa età. Io sono il numero 8».

 

UMBERTO GALIMBERTI

In che senso?

«L’ottavo dei 10 figli di Ernesto, ex partigiano, venditore di cioccolato Theobroma, che s’improvvisò impiegato bancario. Aprì a Biassono la prima agenzia del Credito artigiano. Morì di tumore il giorno dell’inaugurazione. Da bambino lo aiutavo in ufficio: mi faceva timbrare gli assegni».

 

Ha ancora pazienti in psicoanalisi?

«L’ultimo che ho accompagnato per cinque anni fu il regista Luca Ronconi. Ma solo perché lì c’era un uomo. Capace di riflettere, incuriosito dalla sua vita. La psicoanalisi è conoscenza di sé: sapere chi sei è meglio che vivere a tua insaputa. Il dolore non lo puoi cancellare con i farmaci. Oggi i giovani sono vittime del nichilismo, non stanno bene e non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo. Per loro, da promessa il futuro è divenuto minaccia. Nel 1979, quando cominciai a fare lo psicoanalista, le problematiche erano emotive, sentimentali, sessuali. Ora riguardano il vuoto di senso».

CULLE VUOTE IN ITALIA

 

Ai nostri figli che accadrà?

«Non lo so. Non riesco a immaginare il loro futuro. Il domani non è più prevedibile. La tecnica ha assoggettato il mondo. Scambia lo sviluppo per progresso. È regolata da una razionalità rigorosissima, raggiunge il massimo degli obiettivi con il minimo dei mezzi e mette l’uomo fuori dalla storia. Ma l’amore non è razionalità, e neppure il dolore, la fede, il sogno, l’ideazione lo sono».

 

Per questo gli italiani hanno smesso di farne? Solo i giapponesi procreano meno degli italiani.

«I figli sono un ostacolo all’edonismo sfrenato. Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo. Siamo il popolo più debole della terra. Per mangiare, apriamo il frigo anziché sudare nei campi. L’impero romano finì così, fra postriboli e spettacoli circensi. Non lavorava più nessuno. Dovette importare i barbari per fare le guerre e le opere idrauliche. Un tempo pensavo che le civiltà finissero per cause economiche. Ora invece sono certo che muoiono per decadenza dei costumi».

 

A me pare che nel Triveneto si lavori ancora, e parecchio.

UMBERTO GALIMBERTI

«Ho parlato alla Confartigianato di Vicenza. I padri si lamentavano perché i figli non vogliono saperne di portare avanti le loro aziende. Per forza, quando compiono 18 anni si vedono regalare la Porsche! Si è mai chiesto perché, su 5 milioni d’immigrati, 500.000 siano imprenditori? Vedo negli africani una potenza biologica che in noi è andata perduta».

 

Avrebbe un rimedio?

«Un rito iniziatico che interrompa l’adolescenza perenne: a 18 anni servizio civile per 12 mesi, ma a 1.000 chilometri da casa. Bisogna separare i figli da padri e madri. E cacciare dalla scuola i genitori, interessati più alla promozione che alla formazione».

 

san tommaso d aquino

Tutto qui?

«Sono favorevole alla spiritualità. La vita è tanto difficile. Se la fede ti aiuta, perché no? È la benvenuta quando mitiga fatica e sofferenza».

 

Parola di non credente.

«Rimpiango la messa in terza, celebrata da tre sacerdoti, solenne. Se la fede è irrazionale, e ci arrivi con un atto di volontà, come dice san Tommaso, allora ha bisogno di riti, paramenti, canti, incenso, ceri. Oggi vai in chiesa e vedi gli effetti del Concilio Vaticano II: un prete da solo sull’altare, senza il chierichetto, che brontola parole in italiano. La fede ha perso la bellezza. Certo, non rimpiango il funerale di mio padre. Fu terrificante. Era il 1956, nella chiesa di San Carlo a Monza vennero schierati 40 orfanelli vestiti di nero, prelevati a forza in un istituto».

 

Fa ancora in tempo a convertirsi.

«Padre Turoldo mi diceva che le chiese oggi sono ridotte a garage in cui è parcheggiato Dio. Ma la gente per credere ha bisogno della liturgia, del canto, dell’organo. Lo dissi anche a papa Francesco. E aggiunsi: Santità, lei ha messo le persone davanti ai princìpi, però ha un polmone solo, lavora come un pazzo, è pieno di nemici, stia attento a non morire, altrimenti dopo ne eleggono uno che rimette i princìpi davanti alle persone. Lui rise e mi abbracciò, sussurrandomi: “Si ricordi che Dio salva le persone, non i princìpi”».

nicoletta ceccolini piero maranghi umberto galimberti maddalena maranghiemanuele severino natalino sapegno

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