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VENDESI L’AQUILA DISPERATAMENTE - DOPO IL TERREMOTO DEL 2009, LA CITTÀ È ANCORA UN CANTIERE: LA RICOSTRUZIONE PROSEGUE A RILENTO MA LA GENTE SE NE VA - DOPO IL RESTAURO, UN TERZO DELLE CASE FINISCE SUL MERCATO

Corrado Zunino per “la Repubblica”

Casa dello studente sismaCasa dello studente sisma

 

Affittasi, vendesi, poi affittasi. Il panorama largo dell’Aquila post-terremoto è ancora assediato dalle gru, che svettano sul cantiere più grande d’Italia in questa giornata di pioggia fredda, e la notte s’illuminano per ricordare le Feste. Se si zooma sugli esterni dei palazzi ricostruiti, più spesso demoliti e ricostruiti dalle fondamenta, s’inquadra invece il cartello: “Affittansi studi professionali”. Segue cellulare.

 

TERREMOTO IN ABRUZZO FOTO ANSA TERREMOTO IN ABRUZZO FOTO ANSA

L’annuncio è sul cancello che si apre su un cortile a fianco della Basilica di San Bernardino. La locale società Cogepa ha abbattuto e rifatto in cemento armato due palazzetti. I vecchi residenti non ci sono più: la Cogepa, che acquistò nel 1990, ha rilocato alcune stanze a una banca, altre a una palestra. Ancora “Affittasi- vendesi”. Il cartello della Belvedere Edilfulvi srl è appoggiato su un casale in pietra di via del Cembalo, centro storico, zona rossa dopo il sisma.

 

2009-Terremoto in Abruzzo2009-Terremoto in Abruzzo

Il circolo Acli del Cembalo, comprensivo di campo da bocce, è diventato un palazzetto con ottanta metri calpestabili e centoventi di solarium. «Ci siamo ampliati un po’», rivela Alfredo Fulvi. Sotto terra ha ricavato un garage per dieci auto a cento metri dal Duomo: «Chi acquista compra anche un reddito assicurato». Il costruttore ha speso 600mila euro terreno compreso: ha demolito e ricostruito e ora messo sul mercato. «Non è certo una speculazione».

 

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Tecnocasa, affiliato, propone in vendita. Studio Elide in locazione. Locale commerciale – 350 mq – intero o frazionato si vende nella prima periferia, viale Nicolò Persichetti. E così a Preturo, a Bazzano: cartelli sui balconi e le ringhiere. Dopo il 6 aprile 2009 quasi tutto ha cambiato destinazione d’uso nell’Aquila vecchia e nelle sue 64 frazioni: sedi di cori polifonici, associazioni di alpini, pizzerie. La geografia sociale è cambiata in una notte. La periferia, con 5 miliardi spesi sulla ricostruzione privata e 300 milioni sul pubblico, è recuperata al 95 per cento.

 

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Per un terzo è già in vendita. In questi mesi si stanno riconsegnando locali e palazzi in centro storico. Nella Banca Unicredit di corso Vittorio Emanuele hanno allargato il mercatino della Befana. Attorno alla chiesa di Santa Maria Paganica, che ha ancora il tetto sventrato, sono rientrati lo storico notaio e il vecchio penalista e nel Palazzo Antinori ha aperto un’enoteca. “Baci e abbacchi” sei anni dopo è raccomandato da TripAdvisor.

 

Case crepate, puntellate, aperte – tutte, ma proprio tutte il 6 aprile hanno avuto almeno una lesione – e poi d’improvviso le strade attorno alla Villa comunale tornano a grondar cartelli: “Vendonsi”. Sì, se ne è andata la borghesia dall’Aquila, come ricorda il sindaco Massimo Cialente. Al Bar del Corso sono addolorati per la partenza del medico del palazzo: ha riaperto uno studio a Pescara.

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Spiega il costruttore Fulvi, quello del solarium sui resti della bocciofila Acli: «Ci sono zone dell’Aquila che hanno ripreso un po’ di vita, alcuni negozi sono tornati nei palazzi a piano terra, ma ci sono tante case in vendita. Si può fare qualche affare». Molti qui avevano investito nell’immobiliare: tutte le famiglie possedevano la seconda casa, qualcuna la terza, la quarta. Molti dopo il terremoto si sono spostati sulla costa adriatica, nei paesi vicini, Coppito e Pizzoli, qualcuno anche a Roma. E hanno venduto la casa in più. Per dare una mano a chi in famiglia aveva perso il lavoro, chiuso un’attività commerciale, una piccola fabbrica d’artigianato.

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Nella modernità L’Aquila ha vissuto di affitti, di impieghi d’ufficio, di rendita. Non c’è industria qui, solo un po’ di farmaceutico. Non esiste turismo. Le diciannove New towns del Progetto case con undicimila ospitati, le duemila casette di legno dei villaggi Map, la possibilità di lasciare l’appartamento instabile del centro storico per uno di pari valore “in qualsiasi comune d’Italia” (ne hanno usufruito in seicento). Oggi, sì, il surplus è diventato un’offerta drogata di immobili nuovi: ci sono più case che persone all’Aquila e il mercato è crollato.

 

Il titolare della Belvedere srl, l’ingegnere Francesco Laurini: «La ristrutturazione con il totale finanziamento di Stato ha riguardato in maniera indiscriminata ogni immobile, fosse stato costruito nei Sessanta o nel 2008. Il finanziamento è arrivato anche a chi non aveva l’abitabilità e oggi tre appartamenti ogni dieci sono sul mercato e ogni appartamento ha subito un deprezzamento del trenta per cento». Prima del 6 aprile le case migliori entro le mura trecentesche valevano 5.000 euro a metro quadrato, oggi 3.000 euro.

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La grande paura della bolla immobiliare precede quella dello spopolamento, l’addio all’Aquila da parte di chi – sei anni più vecchio – ha elaborato il lutto, incrostato l’emozione e poi si è accorto che qui non c’è futuro. La disoccupazione è al 27 per cento, vecchi e bambini compresi: significa che un aquilano su due in età da lavoro non ha lavoro. Le residenze parametrate con l’ultimo censimento dicono che sono partite tremila persone, millecinquecento sono rientrate.

 

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Si sono riempiti i paesi intorno, ma questa stagione è decisiva per capire se L’Aquila diventerà la nuova Pompei con i tour operator a mostrare case rifatte a regola d’arte senza fornelli accesi in cucina. Giustino Parisse, caporedattore della redazione locale del “Centro” che nella vicina Onna ha perso due figli e il padre, dice: «Alcune persone si sono già spostate tre volte. Non tutti hanno la forza, l’età e la motivazione per restare o per tornare.

 

Rispetto ai giorni migliori ci sono diecimila studenti universitari in meno, duemila iscrizioni in meno nelle scuole, ottocento solo al classico. Alla mono-economia dell’affitto non è subentrato altro. Il 2019, anno in cui la città dovrebbe essere pronta, appare lontano. Questi sono i mesi più difficili e l’esodo va fermato oggi». C’è l’insegnante che manifestava con le carriole e ora ha riparato, delusa, nella capitale. Chi, con una residenza fittizia e i soldi di Stato, ha comprato casa al figlio nelle Marche. Il sindaco Cialente, anche lui stanco, chiede ancora due anni di aiuti per sopravvivere. Dice: «Era una tradizione.

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Chi andava in pensione prendeva la liquidazione, acquistava un appartamento, si pagava una parte del mutuo con gli affitti degli studenti e quando il figlio si sposava gli passava la casa. Ora pochi credono nel rilancio. L’università, l’industria tecnologica, il turismo. Tutto da fondare o rifondare mentre lo tsunami della crisi economica ha finito quello che il terremoto aveva iniziato.

 

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Ho 270 milioni in mano, li sto investendo sul lavoro. Oggi non abbiamo neppure lavoro nero: non ci sono gli uffici da pulire, i negozi sono diventati più piccoli, quattrocento commessi sono stati spazzati via. Due anni ancora e salviamo L’Aquila. Chiedo ai miei di resistere: non svendete appartamenti che oggi nessuno ha i soldi per comprare. Saremo una città modello. Attrarremo i ragazzi con la scuola internazionale e per la prima volta gli intellettuali ».

 

 Il terremoto visto dall\'alto (foto Adnkronos) Il terremoto visto dall\'alto (foto Adnkronos)

 

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