luca garavoglia campari

“L'OPERAZIONE SARÀ ESAMINATA AL LUMINOL, MEGLIO UTILIZZARE OGNI CAUTELA” – LUCA GARAVOGLIA, PATRON DI CAMPARI, NEL 2019 AVEVA SUBODORATO I RISCHI DELLA FUSIONE TRA LE DUE HOLDING “ALICROS” E “LAGFIN”: “CHIEDO SOLO SE INDICARE L'INDIRIZZO LUSSEMBURGHESE NON COZZI CON IL FATTO CHE LA PARTECIPAZIONE È INSERITA NELLA STABILE ORGANIZZAZIONE ITALIANA. E COSÌ DEVE ESSERE, PENA 50 MILIONI DI TAX BILL!” – L’OPERAZIONE, SECONDO LA PROCURA, ERA UN “DISPOSITIVO FRAUDOLENTO” PER EVADERE 5, 63 MILIARDI DI TASSE – IL SEQUESTRO IMMEDIATO DI 1,29 MILIARDI NASCE DAL TIMORE DI UN DEPREZZAMENTO DEL TITOLO IN BORSA…

1. CAMPARI, LE CHAT DEI MANAGER: “DOBBIAMO ESSERE MOLTO CAUTI”

Estratto dell’articolo di Ilaria Carra e Andrea Greco per “la Repubblica”

 

luca garavoglia

È il febbraio 2019. Si sta perfezionando la fusione transfrontaliera della cassaforte di Campari, Alicros spa con l'accomandita lussemburghese Lagfin, dotata di una filiale a Milano che, per gli inquirenti, serve solo a dribblare le imposte.

 

E l'azionista di maggioranza, Luca Garavoglia, subodora i rischi e si rivolge così al suo team: «Chiedo solo se indicare l'indirizzo lussemburghese non cozzi con il fatto che la partecipazione è inserita nella stabile organizzazione italiana. E così deve essere, pena 50 milioni di tax bill!».

 

campari 5

L'operazione, poi, ha più che "cozzato". Tanto che venerdì i finanzieri hanno sequestrato 1,3 miliardi di titoli proprio per il mancato versamento della "exit tax" che la Lagfin avrebbe dovuto all'Italia per le plusvalenze maturate nel nostro Paese.

 

Nelle carte dell'accusa, in cui il gip concorda con il pm, si ricostruisce il «dispositivo fraudolento: simulare l'effettiva confluenza dell'intera azienda di Alicros Spa in una stabile organizzazione italiana di Lagfin Sca appositamente costituita, così da evitare l'imposizione della exit tax».

 

campari 2

Cioè l'imposta del Tuir: il principio per cui ogni Stato ha diritto a tassare la ricchezza generata nel suo territorio, e che tuttavia non rileva se le attività sono confluite a una stabile organizzazione residente.

 

A questo fine, nel riassetto della catena Campari del 2019, era stata creata una succursale italiana dell'accomandita lussemburghese Lagfin.

 

Tuttavia, per gli inquirenti, questa «stabile organizzazione (italiana) non esercitava alcuna delle funzioni tipiche del gestore di asset finanziari (demandate a soggetti esterni), il che impedisce l'attribuzione della proprietà economica di tali beni alla società oggetto, a parte le attività immobiliari».

 

Luca Garavoglia (Campari)

Questo, sostenuto da un corposo materiale investigativo e documentale, fa ipotizzare che «la stabile organizzazione italiana era solo una diramazione societaria predisposta per evitare gli effetti deteriori in punto di tassazione di una exit della cassaforte di famiglia dalla potestà impositiva dello Stato».

 

Un'evasione, di fatto. Dalle carte emerge il timore di Garavoglia, con Conte al governo appoggiato dal Pd, di vedersi tassato da «una patrimoniale, improbabile ma non impossibile data la composizione folcloristica del governo, che ci coglierebbe impreparati». Meglio migrare. E fare attenzione. Un consulente suggerisce: «L'operazione sarà esaminata al luminol, meglio utilizzare ogni cautela...».

 

campari 6

In realtà la «tax bill da 50 milioni» temuta da Garavoglia si sta rivelando ottimistica. La Finanza, nel calcolare la exit tax, è arrivata a un importo 25 volte superiore. È partita dal costo storico del 51% di Campari detenuto nella cassaforte italiana, contabilizzato alla somma irrisoria di 9 milioni, mentre in Borsa ha un valore di 5,63 miliardi, comprensivi di un premio di maggioranza del 21%. Detratti 250 milioni di «costo fiscalmente riconosciuto», quanto hanno pagato, restano 5,38 miliardi di imposizione, su cui batte il 24% di aliquota dell'exit tax. Si arriva così agli 1,291 miliardi confiscati […]

 

CAMPARI, IL GIP TEMEVA IL CALO DELLE AZIONI “TITOLI SEQUESTRATI A TUTELA DELLA RISCOSSIONE”

Estratto dell’articolo di Andrea Siravo per “La Stampa”

 

luca garavoglia

Non si può attendere l'esito del processo penale sulla presunta maxi frode fiscale di euro commessa da Lagfin, la holding che controlla Campari, perché si corre il rischio di non riuscire a confiscare l'intero importo di 1,29 miliardi di euro.

 

«È evidente come un inevitabile deprezzamento» del titolo in borsa di Davide Campari Milano, qualora il patron Luca Garavoglia fosse condannato, «andrà ad impedire l'utile riscossione di un importo massivo». La considerazione dei pm di Monza, Carlo Cinque e Michele Trianni, viene condivisa dal gip Marco Formentin nel motivare l'urgenza del sequestro eseguito venerdì dalla Guardia di finanza della partecipazione azionaria di Lagfin nel gruppo di superalcolici.

 

Stando alle verifiche del Nucleo di polizia economico-finanziaria delle Fiamme gialle di Milano, la procura di Monza ritiene che Garavoglia, indagato con l'ipotesi di evasione fiscale attraverso dichiarazioni fraudolente, «ha maturato nel tempo l'intenzione di realizzare una serie di operazioni strategiche volte sia alla massimizzazione del risparmio fiscale, che alla stabilizzazione degli assetti di controllo del gruppo Campari e delle holding di famiglia».

 

campari 3

Se sullo spostamento della residenza all'estero, prima in Svizzera e poi a Montecarlo, di Garavoglia […] «non si ravvisano profili di illiceità né criticità particolari», lo stesso non si può dire per le operazioni dietro la ristrutturazione del gruppo volte a creare una netta dissociazione tra proprietà e controllo. Ciò è avvenuto con l'incorporazione della cassaforte di famiglia, Alicros, in cui confluivano i dividendi di Campari, in Lagfin.

 

campari 4

Il passaggio successivo è stato la creazione di due succursali: una in Italia, a Sesto San Giovanni, e l'altra in territorio elvetico, nel Comune di Paradiso. Per aggirare l'applicazione della exit tax sul ramo finanziario di Alicros, «Luca Garavoglia avrebbe fatto ricorso all'espediente di conferire, formalmente, tutte le attività e passività» della stessa nella sussidiaria italiana.

 

Tuttavia – secondo l'accusa –, l'azienda con sede nella ex Stalingrado d'Italia avrebbe operato senza la «benché minima autonomia nella gestione degli assets finanziari» dal momento che «ogni decisione di rilievo (…) è infatti esclusivo appannaggio di Luca Garavoglia e della casa madre estera».  […]

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