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IL CINEMA DEI GIUSTI - NON SO SE ABBIAMO UN CAPOLAVORO, MA CERTO CON "RESURRECTION", DEL MAESTRO CINESE BI GAN, ABBIAMO IL FILM PIÙ IMPEGNATIVO, FATICOSO, MONUMENTALE E CREATIVO DELLA STAGIONE, CON UN PIANO SEQUENZA FINALE DI 46 MINUTI CHE PENSO RIMARRÀ NELLA STORIA (A CANNES, UN ANNO FA, VINSE IL PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA) - PENSO CHE SIA UN FILM DA STUDIARE, AMARE, LASCIARSI SCIVOLARE ADDOSSO, MA STRETTAMENTE PER CINEFILI...

 

Marco Giusti per Dagospia

 

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Strettamente per cinefili. Non so se abbiamo un capolavoro, ma certo con "Resurrection" del maestro cinese Bi Gan, presentato da I Wonder in Italia a un anno di distanza dalla sua uscita a Cannes, dove vinse il premio Speciale della Giuria,  abbiamo il film più impegnativo, faticoso, monumentale e creativo della stagione, con un piano sequenza finale di 46 minuti che penso rimarrà nella storia.

 

Nella notte virata a rosso del capodanno del 2000 due personaggi, interpretati da Shu Qi e Jackson Yee, si rincorrono nelle fogne più orrende del porto, si amano, si uccidono perché lei è una vampira ("Sono morta da anni, sono una vampira!" e lui le risponde fremente "si... mordimi!) fino all'arrivo dell'alba sul vascello murnaiano (lo sapete chi è Murnau, vero?, il regista di “Nosferatu”).

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Per celebrare, non far sparire per sempre il nostro sogno dentro al sogno di tutto un secolo. Il cinema. Bi Gan, in un film così visivamente complesso e sperimentale, Carax+Lynch+videoarte, con una logica da sogno e non da cinema, pieno di mille riferimenti dal muto a Coppola a Tarantino, vuole raccontarci la fine di un secolo e del cinema che ha cercato di raccontarlo, con i suoi mostri, le sue balbuzie narrative.

 

Cinque episodi apertamente di genere, basta una pistola, basta un coltello, basta una canzone, ci accompagnano dentro la storia del cinema e della sala, in una continua riproposizione ossessiva di rituali narrativi che conosciamo da bravi storici, si parte con il pubblico cinese che non guarda lo schermo, ma il proiettore, ma con un tipo di sperimentazione vìsiva che in questi anni non vedevamo più al cinema.  Viene fuori un film monstre, impossibile, eccessivo ma affascinante, che ha più vita di quasi tutto il cinema che abbiamo viso in questi giorni.

 

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Bene e male ha fatto Thierry Fremaux a metterlo al decimo giorno di programmazione. Bene perché chiude teoricamente quel che ci resta del cinema del 900 e del nostro ruolo di spettatori storici, quindi parte attiva del progetto. Male, anzi malissimo, perché come ha scritto feroce, incazzato, il critico di Indiewire, non metti un film così difficile, lungo e faticoso all’ultimo giorno quando i soldatini della stampa rimasti a tenere la posizione in trincea a Cannes sono allo stremo, incapaci ormai di ragionare su quel che vedono.

 

Addormentati sulle poltrone a vedere un film in gran parte impenetrabile del maestro del cinema sperimentale cinese Bi Gan. Ma visto in una sala fuori dal contesto di Cannes penso che sia un film da studiare, amare, lasciarsi scivolare addosso. Non fosse che per l'incredibile episodio del Capodanno del 2000 dove ci era stata prevista la morte per tutti. E forse era morto soltanto il cinema. Vi avverto che dura 2h40’. Solo per fan del piano sequenza e di Bi Gan. In 25 sale.

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