emanuele filiberto di savoia maria jose libro

“MIA NONNA PER MUSSOLINI ERA PERICOLOSA, INCARICO’ IL CAPO DELLA POLIZIA DI SEGUIRLA E INTERCETTARLA” – IL PRINCIPE EMANUELE FILIBERTO RACCONTA IN UN LIBRO MARIA JOSÈ, A 120 ANNI DALLA NASCITA: “BEVEVA GIN E SPACCAVA LA LEGNA PER RILASSARSI” - “L’ACCOGLIENZA NON CALOROSA A LEI RISERVATA DALL’ITALIA? IL FATTO DI ESSERE ‘LA STRANIERA ARRIVATA A RUBARE IL BEN PRINCIPE EREDITARIO’ UMBERTO LA RENDEVA INVISA. ERA DIVERSA DALLE ALTRE DONNE. E NON SOLO PER I CAPELLI CRESPI CHE LE ERANO COSTATI IL SOPRANNOME DI NEGRESSE BLONDE, MA PER IL FATTO CHE AVEVA UNA BELLA TESTA E NON SI FACEVA PROBLEMI A USARLA. AVEVA CAPITO COSA SAREBBE SUCCESSO PRESTO AI SAVOIA E DA DONNA PRATICA QUAL ERA SI ADOPERAVA PER CERCARE DI CAMBIARE UN FINALE GIÀ SCRITTO. L’ESILIO? CREDO CHE PER LEI FU QUASI UN SOLLIEVO, ANDARE VIA PERCHÉ…”

 

Eva Grippa per d.repubblica.it - Estratti

 

maria jose di savoia 2

 

Più che una dedica, una speranza: “Questo libro l’ho scritto per Vittoria e Luisa”, ci dice Emanuele Filiberto, “perché non vivano in conflitto con il loro ingombrante nome, come è successo a me”.

 

L’ha titolato La regina di Maggio. Gli ultimi giorni della Corona: i ricordi di mia nonna sulla fine della Monarchia (Sperling & Kupfer; pp. 240; 19,90 euro) perché è di un memoir che si tratta, infarcito di aneddoti che raccontano un rapporto speciale tra nonna e nipote, con la storia dei Savoia con quella del nostro Paese sullo sfondo. Ed è da qui che inizia dunque la nostra chiacchierata: dall’immagine di una donna che “spaccava legna per rilassarsi” e che con molto acume, spiega suo nipote, “aveva intuito prima di ogni altro che la fine era vicina”.

 

(…). Se ripenso a lei, vedo quelle sue mani bellissime con le dita lunghe e affusolate, sempre in movimento, con grazia. Intrecciate attorno a una sigaretta, perché ha fumato fino alla fine dei suoi giorni. Era una donna magnetica.

umberto ii maria jose maria pia e vittorio emanuele

 

Quando andavamo a trovarla nel suo castello di Merlinge, alla domenica, o durante l’estate, passava molto tempo con lei. Quando avevo circa 8 anni ha iniziato a portarmi con sé in passeggiata; dopo pranzo camminavamo e parlavamo, fino a raggiungere un cottage, una specie di capanno. Se era nervosa, si metteva a tagliare la legna, altrimenti sedeva, riposava e si versava un whisky. A volte un gin, vizietto che le aveva passato una sua buona amica, la regina madre del Regno Unito. È stata l’ultimo grande testimone di un periodo cruciale di casa Savoia, ho pensato fosse venuto il momento di restituirle qualcosa”.

 

Ma il libro non è dedicato a lei.

“Parla di lei, ma l’ho scritto per le mie figlie. Per renderle consapevoli della storia della nostra famiglia, perché non vivano in perenne conflitto con il loro cognome, come è successo a me”.

 

Scrive che la nonna la interrogava, per sapere tutto di lei. «Dis-moi, Emanuele». E che poi a sua volta le raccontava del nonno, della storia di famiglia e di quella d’Italia: «Tu dois savoir».

 

maria jose emanuele filiberto

Cos’è che doveva sapere?

“La sua versione della storia, perché lei l’aveva vissuta. Come tutti, a scuola studiavo gli eventi sui libri con i miei amici, ma quando potevo approfittavo di lei che aveva conosciuto D’annunzio e scambiato le sue idee con Benedetto Croce. Si confrontava con personaggi del calibro di Albert Einstein e Marie Curie. Per anni dal suo studio sono passati tutti i personaggi che hanno fatto la Storia, da loro c’è solo che apprendere”.

 

Maria Josè era arrivata in Italia a 24 anni per unirsi in matrimonio allo sposo che suo padre Alberto I di Sassonia-Coburgo-Gotha (re del Belgio e nonno del futuro re Giorgio V del Regno Unito) aveva scelto per lei fin dalla nascita: Umberto, erede al trono d'Italia, figlio di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro. Nel libro, ricorda che l’accoglienza a lei riservata dall’Italia, dal Piemonte, non fu calorosa. Perché?

“Il fatto di essere ‘la straniera arrivata a rubare il ben principe ereditario’ la rendeva invisa. Inoltre, era diversa dalle altre donne. E non mi riferiscono solo a quei capelli crespi che le erano costati il soprannome di négresse blonde, ma al fatto che aveva una bella testa e non si faceva problemi a usarla.

 

Difendeva le sue opinioni, esercitava il proprio senso critico. Non a caso Mussolini la ritenne fin da subito pericolosa, tanto da incaricare il capo della polizia di seguirla e intercettarla. La famiglia reale belga era più all’avanguardia e libera di casa Savoia, e Maria Josè così moderna da apparire rivoluzionaria alla occhi della famiglia di suo marito, che invece aveva avuto una formazione militare. Ma con l’Italia ha allacciato una bella storia d’amore; ha amato moltissimo il popolo italiano ed è stata ricambiata. Alla fine, nonna si sentiva più italiana che belga; spero questo emerga nel racconto, così come il fatto che poco a poco aveva preso il sopravvento, nella storia, fino a diventarne quasi la protagonista”.

la regina di maggio cover

 

Maria Josè detiene il record di sovrana consorte con il più breve regno nella storia dell'Italia unita: 35 giorni, trascorsi tra l’abdicazione di Vittorio Emanuele a favore di Umberto I (9 maggio 1946) e il referendum che il 2 giugno vide nascere la Repubblica Italiana. Pensavo che l’epiteto “Regina di Maggio” fosse inviso, a voi Savoia, invece lei l’ha scelto perfino come titolo per il memoir. Come mai?

“È un modo per dire non è stato lasciato abbastanza tempo a una grande donna, intenzionata a fare il bene dell’Italia. Non lo dico perché sono suo nipote, ma perché sono certo che se le cose fossero andate in maniera diversa, lei e Umberto avrebbero potuto essere una grande coppia regnante”.

 

C’è chi le storie le cerca, e c’è chi le eredita. È un caso che per lei la decisione di metterle per iscritto sia arrivato proprio adesso, nell’anno in cui cadono i 120 anni dalla nascita di Maria Josè (1906), gli 80 dalla fine del Regno e i 100 dalla scomparsa di un’altra grande donna della dinastia sabauda, la regina Margherita?

“È sempre stata una famiglia di grandi donne. È una storia, questa, che va raccontata. Il Fascismo ha tolto agli italiani una libertà che pezzo pezzo era stata conquistata: il voto alle donne era arrivato già con Umberto II e mia nonna aveva tentato il tutto per tutto, con i suoi rapporti personali, per salvare la monarchia da un destino che – con acume – vedeva già segnato”.

 

(…)

maria jose emanuele filiberto 22

 

“Era cosi che funzionava”, le disse, quando da bambino si chiedeva come potesse amare il nonno, se il loro era stato un matrimonio combinato. Come li ricorda, in coppia?

“Avevano imparato ad amarsi ed erano una coppia di successo. Sono stati anche le prime vittime di intercettazione telefonica, per volontà di Mussolini. Era una donna troppo progressista e lei stessa scoprì presto di essere considerata un problema”.

 

Altri dettagli che la dicono lunga, su Maria Josè, colti dalle conversazioni con suo nipote: primo, il suo perseverare nell’indispettire il Duce, entrando “a passo spedito nel suo ufficio senza farsi annunciare”. Secondo, l’intervento drastico sul suo abito da sposa.

“Questa storia, nonna me l’ha raccontata una domenica di settembre, quando a 12 anni mi ero ritrovato a discutere con mia madre Marina perché mi ero impuntato sull’acquisto di una nuova giacca per cominciare l’anno scolastico. Mio padre volle dire la sua, e nonna sentenziò: ‘Uguale a tuo nonno’. Umberto era un dandy e un esteta; sempre ben vestito, nutriva un’attenzione spasmodica per i dettagli e non voleva nulla di già fatto e già visto, incluso i gioielli che, se ereditati, faceva rifare o modificare. Con lo stesso spirito aveva deciso di disegnare lui stesso l’abito per la sua sposa”.

 

Che però, era scomodo.

maria jose di savoia

“Esatto. ’Ho finito per detestarlo’, mi ha raccontato mia nonna. Per questo, prima di uscire da casa per recarsi in chiesa ne aveva stappato le maniche, tanto strette da non potersi muovere, e aveva indossato invece dei lunghissimi guanti”.

 

 

Altra sentenza di Maria Josè: ‘Fare il sovrano è un lavoro’. Oggi ne abbiamo consapevolezza, ma allora non erano in molti a considerarlo tale.

“Così l’ha sempre definito mia nonna. Credo che dalla sua intervista con Enzo Biagi (1983) sia emersa la sua percezione della missione, quel suo ideale: voleva aiutare i deboli e i poveri. L’ha fatto fin da subito, entrando nella Croce Rossa e poi occupandosi dei feriti mutilati assieme alla suocera, la regina Elena. Avevano un buon rapporto, loro due, mentre Vittorio Emanuele III era indispettito dal fare di nonna, che agiva di testa sua. La chiamava la belga e aveva provato ad allontanarla, mandandola in montagna con i bambini. Era un personaggio scomodo, perché aveva capito cosa sarebbe successo presto ai Savoia e da donna pratica qual era si adoperava per cercare di cambiare un finale già scritto.

 

emanuele filiberto

Aveva sempre radunato nel suo piccolo ufficio ai Fori Imperiali intellettuali e politici, quando venne il momento provò a mettersi in contatto con il primo ministro portoghese António de Oliveira Salazar perché intercedesse, nel trattare la resa con gli alleati. Voleva salvare l’Italia e la monarchia, ci ha provato davvero”.

 

Il racconto nel suo libro è organizzato in capitoli che hanno nome di luoghi. Una scelta che la dice lunga su chi ha vissuto con molti privilegi, salvo quello di poter tornare a un unico luogo chiamato casa. Qual è quello in cui Maria José è stata davvero felice?

“’Quando potrai tornare in Italia, vai a Napoli’, mi diceva. ‘Ti porterò a Napoli e a Venezia’. Non ha mai potuto farlo. Era felice quando si trovava in montagna, in Valle d’Aosta, da brava figlia d’alpinista, ma guardava con nostalgia alla città in cui era nato mio padre. Negli anni ha scritto di suo pugno lettere a Pertini, poi a Scalfaro, per pregarli di farmi entrare in Italia. Alla fine, lei è tornata a Napoli dopo la morte di mio nonno, mentre io sono riuscita a vedere la città per la prima volta nel 2003, quando lei già non c’era più”.

 

Dal racconto, emerge chiaramente che il tema dell’esilio è stato l’elefante nella stanza, nella sua famiglia. Si ha la percezione che solo sua nonna riuscisse a parlarne con lei. In quali termini?

“Credo che per lei fu quasi un sollievo, andare via. Perché aveva vissuto con sofferenza gli anni da luogotenente di suo marito e quando è diventata regina – quel fatidico 9 maggio 1946 - sapeva già che la fine era vicina. Per lei l’esilio inizia quando parte da Napoli con l’incrociatore Duca degli Abruzzi alla volta del Portogallo, dove la raggiunge mio nonno, partito dall’Italia ancora da re, perché i conteggi del referendum non erano ancora finiti. Penso abbia considerato quel viaggio necessario per salvare l’Italia, lo ha accettato sapendo di abbandonare un popolo che amava moltissimo.

maria jose emanuele filiberto 55

 

Quanto a me, ho capito il significato della parola esilio quando, nel giorno del mio ottavo compleanno, alla fine di un pranzo con il presidente del Gruppo Savoia chiesi di poter salire sul pullman di ritorno in Italia assieme a loro; è sceso il silenzio. ‘Tu non puoi’, mi è stato detto.

 

Dell’Italia sapevo tutto e una volta adulto, ho cercato di farmi conoscere dagli italiani attraverso un mezzo potente e popolare come la tv, con programmi come Ballando tra le Stelle. Vi ho messo piede per la prima volta nel 2002, visitando Roma e il Santo Padre Giovanni Paolo II, e l’anno dopo finalmente ho visto Napoli. Volevo sposarmi a Roma e l’ho fatto, nel 2003, è stato un matrimonio bellissimo”.

 

 

nozze umberto ii di savoia maria jose

 

(...)

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