COSA RESTERA’ DI QUESTI ANNI ‘80? TUTTO – FACCI: ‘I PANINARI SONO IN MEZZO A NOI E TROVERANNO SEMPRE PIÙ SPAZIO’ - SCANZI: ‘IL PROGRAMMA DI RENZI? QUELLO DI RAMAZZOTTI, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO’

1 - I «PANINARI» ODIATI DA MATTEO SONO ANCORA IN MEZZO A NOI
Filippo Facci per "Libero"

Essi vivono, i paninari sono tra noi. «I paninari mi stavano antipatici, il Moncler non l'ho mai sopportato» ha detto Matteo Renzi l'altro giorno, lasciando spazio a un pronto battutaio. Renzi che «mi sembra un paninaro cresciuto» aveva però già osservato Andrea Scanzi sulFatto Quotidiano. Prove di infinito cazzeggio, da una parte, ma non solo. C'è da capire di che cosa stiamo parlando e in che misura «i paninari » possano saldarsi col presente: più di quel che pensiamo forse.

Perché «paninari », da una parte, significa Anni Ottanta, quelli della Milano da bere, del primo Burghy di Piazza San Babila (poi MacDonald's) e delle modelle di via Montenapoleone, la Milano celebrata da Time che ci fece una storica copertina, il Made in Italy e compagnia bella. Stiamo quindi tornando agli edonistici Ottanta? Ma come, Francesco Borgonovo non sosteneva proprio su Libero che stessero tornando i Settanta? Piano.

I paninari stanno agli Anni Ottanta come la schiuma della risacca sta all'oceano, ossia come il più sconcertante movimento di giovani pecoroni stette a una modernizzazione che bene o male ci strappò dagli anni di piombo. I paninari furono una reazione allo straccionesco conformismo ideologico ed egualitarista degli anni Sessanta e Settanta, furono una ritrovata e patetica spartizione tra i ricchi e i poveri che oggi rischiamo di ritrovarci specularmente riproposta nel tempo della crisi. In un certo senso erano, i paninari, solo una caricatura: le scarpe grosse, le giaccavento, i guanti gialli da netturbino, il capello corto e ingellato, i jeans con le pezze, gli orologioni, i panini: identici ai muratori nell'intervallo per il pranzo.

Loro però stavano a San Babila (e nelle equivalenti SanBabila di altre città) e con i figli dei fiori avevano in comune solo una cervellotica sottovuoto spinto. Ciò che li differenziava, e che li ricollega all'oggi, era la pretesa edonistica di chi non voleva essere come gli altri. Voleva essere di più, o meglio, avere di più. L'avere sostituiva l'essere ma allo scoperto, finalmente.

Ecco, allora, che per questi comprimari di fine millennio l'habitus diventava l'animus, ecco la generazione Timberland, i piumini Moncler di vari colori da operai delle autostrade, iRay Ban da poliziotti americani, i soliti Levi's, le solite Lacoste, il solito secchiello Louis Vitton, le solite giacche Brooksfield, la All star di tela, le calze Burlington: più un sacco di idiozie modaiole mischiate alla rinfusa come poterono esserlo le orrende scarpe Vans o Koala, le magliette da surf Mistral, i giubbottazzi di pelle Schott, roba che giocoforza doveva costare una tonnellata di soldi - unica vera regola - da scucire a una generazione di genitori che non aveva fatto la guerra e che ai loro ragazzi non voleva che mancasse niente, tipicamente.

Da qui alla demenza pura il passo fu breve: il Moncler anche in estate, i Rayban anche di notte, gli stivali Fryie anche in spiaggia, i maglioni ben infilati nei pantaloni per ostentare spaventose fibbie da rodeo, scarponi con l'effige dell'alberello ben ricalcato col pennarello. Il tutto spolverato con uno strato arancione scuro, residuo di sette lampade abbronzanti possibilmente fatte da Rino, in via Montenapoleone.

La moda più antimaschile e al tempo stesso antifemminile mai apparsa dal Quaternario in poi. E uno può dire: sì,ma che c'entra? Qual è il link col presente? Il punto è che fu anche una maniera - rabbiosa e magniloquente, pacchiana e americanoide - di ritracciare un confine che non era più ideologico né di stile:era semplicemente quello tra chi aveva i soldi (il papà coi) e chi non li aveva, il confine tra chi era nato fortunato per censo economico (e mentale, spesso) e chi invece no. Una crudeltà esibita e di reazione, ma anche unastrada senza ritorno che ci conduce sino all'oggi.

Il paninaro era un divertente e divertito imbelle - per i milanesi: un vero pirla - che amava differenziarsi dall'universo dei troppo scarsi, dei peggio buri, coatti, borazzi, iarri, cinghios con la camicia abbottonata sino in cima, le pettinature alla Gigi Sabani, alla Toto Cutugno o alla Luciano Benetton, tutti in fila coll'autoradio sotto il braccio. Quelli cioè che potevano permettersi le moto Zundapp e Aprilia e la Vespa e il Sì Piaggio contro gli scornacchiati coi loro Califfone, Motobecane, Cagiva Aletta Rossa.

E se certi maggiorenni già avevano la Mitsubishi Pajero, la Renegade e i vari fuoristrada col parabufalo, gli altri viceversa avevano la Ritmo, l'Alfasud, la Skoda, la Daf e la 127 sport coi tendalini di Marylin. Era un classismo ideologico ed esistenziale che metteva nel mirino il cosiddetto «Gino»: il brutto naturale e sociale, lo sfigato di sempre, lui e la sua coltivazione di punti neri, la canottiera sotto la camiciola (come poteva permettersi solo Craxi al congresso di Rimini) e poi la biro nel taschino, la cintura di stoffa, le scarpette estive traforate da cameriere, il baffetto alla tedesca da segaiolo.

Dall'altra lui, il paninaro, sempre e solo dance music, uno che gli nominavi Guccini e stava male, uno che camminava indomito e ballava «Der Kommissar» di Falco e «Wild boys» dei Duran Duran, uno spettacolare idiota pronto a spendere cifre inenarrabili per le griffe più improbabili. Ma badateci: essi vivono, sono tra noi.

Talvolta calano dalla Russia, dalla Cina, presto dall'India: ma nuovi stratagemmi edonistici per differenziare i finti ricchi dai finti poveri - ora che il ceto medio è stato ufficialmente abolito - troveranno sempre più spazio. L'avvento del low cost, poi, ha rimescolato le acque e ha mimetizzato la generazione meno ideologica di tutti i tempi: la stessa che, durante gli scontri dei forconi a Torino, affiancava veri disoccupati a un giovane che tirava sassi ai celerini: e intanto indossava un giubbotto Stone Island da 700 euro.

2 - DI QUESTI ANNI 80 È RIMASTO TUTTO
Andrea Scanzi per il "Fatto quotidiano"

Se Raf ripetesse oggi quella domanda, rivolgendola magari a Matteo Renzi, riceverebbe una risposta lapidaria: "Tutto". Cosa resterà di questi anni Ottanta? A sentire il neosegretario del Pd, non sono mai terminati. Siam sempre lì, immersi e sommersi nel decennio dell'edonismo. Del reaganismo. Del riflusso e del disimpegno. A ogni frase Renzi cita i Righeira e le "merendine", fino al Moncler menzionato domenica. Non poco teneramente, Renzi ha tenuto a rimarcare che "i paninari non li ho mai sopportati".

Di fatto ha provato a prendere le distanze da se stesso, per meglio dire dal sogno che aveva di sé a cavallo tra Ottanta e Novanta, quando cioè avrebbe voluto essere un paninaro ma - tra occhialoni e faccia un po' paciocca - non era forse accettato al consesso dei fighetti. Per una felpa della Best Company a quindici anni, chissà, Renzi avrebbe invaso la Polonia.

Il sindaco (a tempo perso) di Firenze fa continui accenni agli Ottanta perché ne è figlio e perché incarna pregi e difetti di chi durante quel decennio è cresciuto. Il suo ritornello sulla "rottamazione" è il Gimme five contemporaneo, non per nulla Jovanotti svetta nel guru del pantheon renziano. L'alto e il basso, da una parte Siddharta di Hesse nella cartella e dall'altra le cinture del Charro come goffi John Wayne di periferia. Perfino il programma politico di Renzi è desunto da una canzonetta degli Ottanta: "Una terra promessa, un mondo diverso, dove crescere i nostri pensieri". Più che Marx o Mandela, l'impianto ideologico del nuovo Pd è rubacchiato dal primo Ramazzotti.

Cosa è rimasto di quegli anni Ottanta? Lo sfacelo attuale indurrebbe a una rivalutazione smodata. Diceva Paolo Rossi. "Gli anni Settanta sono stati anni di piombo. Gli anni Ottanta sono stati anni di merda. Nei Novanta persino la merda ha cominciato a prendere le distanze". Più che un decennio, è stato un jukebox che ha centrifugato tutto. Edonismo e apparenza , con buona pace di sostanza e militanza. Dagli anni affollati agli anni evaporati. La politica è dominata dal craxismo.

Con Enrico Berlinguer muore un certo modo di partecipare e appartenere: il Muro cadrà cinque anni dopo, ma la sinistra italiana era già franata prima. La musica regala perle e disastri. Incredibile che i quarantenni siano sopravvissuti a Luis Miguel e Nick Kamen, ai i video tamarri in cui Michael Jackson si smazzava gli zebedei come Verdone in quel vecchio film e financo a Fra' Cionfoli.

Il look è orrendo, le pettinature cotonatissime, i colori un'apoteosi di kitsch. Nessun umano si è vestito male come negli anni Ottanta: nemmeno l'uomo di Cro Magnon, che tutto sommato brillava in minimalismo. Enzo Jannacci sosteneva che troppa musica degli Ottanta fosse brutta e fatta solo con la batteria: vale per molti, anzitutto per i cantautori, molti dei quali si arenano lì (ma tanti traggono nuovo slancio: Fossati, De André ). Basta voltarsi indietro e inciampare poi nei "ragazzi selvaggi" (de che?) dei Duran Duran, nel barocco dei Queen e nei sintetizzatori truzzi degli Europe.

Però c'erano anche lo Springsteen acustico di Nebraska, i Police, gli U2 e Peter Gabriel. Tutto e niente. E poi meteore, tante meteore. Soprattutto al cinema. Attori, o presunti tali, che ballavano neanche una stagione. Come la Babe (sì, si chiamava così) di Dirty Dancing o il Ralph Macchio di Karate Kid ("Dai la cera, togli la cera": roba da condannare gli sceneggiatori all'ergastolo). I ribelli si chiamavano Axl Rose e cantavano gorgheggiando , prima che la rivoluzione del grunge spazzasse via quasi tutto.

Mentre Renzi guardava Holly e Benji e sognava catapulte infernali con Faraone e la Madia al posto dei gemelli Derrick, il calcio era ancora cristallizzato nell'immagine vintage del 90esimo minuto di Paolo Valenti. I telecronisti non urlavano, il MySky si chiamava vhs (uno degli oggetti più bolsi dell'universo) e chi aveva il Commodore 64 sapeva che tra l'accensione e lo spegnimento ti sarebbe passata tutta la vita davanti.

Non c'erano ancora i cinepanettoni, ma i loro antesignani sì: Vacanze di natale, Sapore di mare. Da una parte il bello un po' tonnato, genere Ciavarro; dall'altra il cali-mero quasi-simpatico, tipo Jerry Calà. Sapeva fare poco e nella vita reale non avrebbe mai ricevuto le attenzioni della strafiga, però al cinema trionfava. Tutti cadevano ai suoi piedi, in una sorta di catarsi (anti)estetica: "Capìttoooooo???".

Un'altra regola che Renzi, novello Calà 2.0 un po' Mister Bean e un po' yuppie Fonzie, ha portato in politica. Guai però a sottovalutare quel decennio cinematografico. Senza scomodare Blade Runner e C'era una volta in America, non è più stato possibile ridere bene come in quegli anni. Valla a ritrovare una generazione di comici italiani al top della forma come Nuti e Benigni, Verdone e Troisi. E poi Nanni Moretti, e poi la satira: se la politica latitava, era l'artista a sublimare quel vuoto improvvisandosi leader. Volente o nolente. Gli anni Ottanta sono stati anche tivù. Tanta tivù.

Commerciale e non solo. Drive In e sermoni fantastici di Celentano. Intuizioni di Renzo Arbore e Corrado a servire il pranzo. Di nuovo: alto e basso, in una schizofrenia insistita dove sembrava non esserci differenza tra la protesta di Tien an men, le Timberland e gli Uni-Posca. Degli anni Ottanta è rimasto tutto. Le perle e ancor più le frattaglie. È stato un decennio così smaccatamente frivolo, volgarotto e cazzaro che non ci sarà neanche bisogno di nuovi Tarantino per rivalutarlo: ci ha già pensato il decennio.

 

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