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LA VENEZIA DEI GIUSTI - CI ASPETTAVAMO MOLTO DA I MAGNIFICI SETTE NELLA VERSIONE DIRETTA DA ANTOINE FUQUA MA GIA’ DALLA PRIMA SCENA ARRIVA LA PRIMA DELUSIONE - IL CLASSICO DI JOHN STRUGES ERA UN CAPOLAVORO DI RITMO, RECITAZIONE E SCENEGGIATURA - NEL FILM DI FUQUA CI SI DIVERTE PARECCHIO, DENZEL WASHINGTON CI PIACE QUANDO ESTRAE LA PISTOLA, MA NON È IL FILM CHE ASPETTAVAMO

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Marco Giusti per Dagospia

 

Con un doppio esordio internazionale, a Venezia, in chiusura, e a Toronto, quasi in apertura, arriva I magnifici sette nella versione diretta da Antoine Fuqua con Denzel Washington protagonista, Chris Platt, Ethan Hawke. Per Fuqua e Washington è il primo western in assoluto. Ci aspettavamo molto.

 

Già sul logo di Leo the Lion della Metro Goldwyn Mayer a Venezia sono partiti gli applausi di un pubblico di critici ormai stremato dai troppi film che cercava un po’ di sicurezza dei vecchi tempi. Ma già dalla prima scena,  con il cattivo, il messicano Calvera di Eli Wallach, sostituito dal capitalista sadico e trumpiano di Peter Sarsgard, partiva la prima delusione.

 

Sarsgard è bravo, ma Calvera era meraviglioso, comico e cattivo allo stesso tempo, già pronto per fare il Brutto con Sergio Leone e essere imitato migliaia di volte dai messicani di casa nostra e perfino dalle zanzare selvagge degli spot di Raid. Poi partono i titoli di testa, che citano un po’ quelli de I sette samurai di Kurosawa coi tamburi. Ma noi aspettavamo il tema storico di Elmer Bernstein. Fuqua lo schiafferà sui titoli di coda.

 

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Peccato. Poi entra in scena, in un bar, Denzel Washington, tutto vestito di nero. Ordina un bicchiere di nonsochecazzo con una voce meravigliosa.  Sarà lui il capo dei sette. Ha detto che per la costruzione del personaggio non ha visto il film di John Sturges con Yul Brynner, ma I sette samurai di Kurosawa. Somiglia pure a Takashi Shimura, che si rade a zero nella prima scena.

 

Il Chris Adams di Yul Brynner era di grande eleganza, solo un po’ basso e parlava con accento francese perché era cajun (in realtà Brynner è svizzero). Anche il Sam Chisolm di Denzel Washington è elegante, ma grande e nero, ma quando tira fuori la pistola funziona benissimo e ha quell’aspetto paterno che aveva Takashi Shimura nei confronti dei suoi samurai senza padrone e dei contadini in cerca di giustizia.

 

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Il film, lo avete già capito, è tutto un po’ così, delle cose funzionano, altre meno. Si vede volentieri, ma il classico di John Struges era un capolavoro di ritmo, recitazione e sceneggiatura, imitato da chiunque. Se a Denzel Washingtom spetta il ruolo del capo vestito di nero alla Yul Brynner con tanto di cavallo nero (come ra il cavallo di Yul?), all’irlandese Chriss Platt spetta un ruolo alla Steve McQueen, a Ethan Hawke quello del dandy sudista che aveva Robert Vaughn e al sudcoreano Byung-hun Lee quello alla James Coburn. Vincent D’Onofrio come vecchio cacciatore di indiani e il nativo americano Martin Sensmeier come giovane comanche e il messicano Manuel Garcia-Rulfo come Vasquez fanno ruoli che non esistevano nel vecchio film.

 

Anche se c’era un Charles Bronson perfetto come mezzo irlandese e mezzo messicano. Ma non c’erano indiani. Scompare anche il ruolo dell’aspirante samurai, un po’ comico, molto macho, che aveva Toshiro Mifune, solo in parte recuperato nel film di Sturges da Horst Buchholtz, il novellino. Nella versione di Fuqua c’è però una ragazza, Haley Bennett, che un po’ si trasforma nel novellino di Buchholtz.

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