LADY GAGA BERCIA NUDA NEI BOSCHI PER PUBBLICIZZARE IL METODO ABRAMOVIC (A PAGAMENTO) - IL VIDEO DEGLI ESERCIZI SPIRITUALI

1. VIDEO - THE ABRAMOVIC METHOD PRACTICED BY LADY GAGA NAKED
Da "VIMEO"

The Abramovic Method Practiced by Lady Gaga from Marina Abramovic Institute on Vimeo.

 


2. VIDEO - IN COSA CONSISTE IL METODO AMBRAMOVIC

http://www.marinaabramovicinstitute.org/mission/the-abramovic-method


3. LADY GAGA A LEZIONE DA MARINA ABRAMOVIC
Valentina Bernabei per

http://parole-darte-d.blogautore.repubblica.it/2013/08/08/lady-gaga-a-lezione-da-marina-abramovic/

Quando si parla di Marina Abramovic c'è sempre molto rumore intorno a lei. Se poi viene chiamata in causa insieme a Lady Gaga la confusione è ancora più grande.

Come ora che è stato diffuso un video che riprende insieme la cantante pop e l'artista serba : non si tratta né di un'installazione (la Abramovich è una performer) né di servizio fotografico e video di nudo come si legge e sente da più parti.

Le immagini riprendono Lady Gaga che nella scorsa settimana si è recata presso il nuovo istituto fondato dall'artista (due ore di distanza da New York, Hudson) e con lei ha appreso il suo metodo, quello che la Abramovic ha portato avanti negli ultimi anni incentrando su di esso le sue ultime performances.

Chi è andato al PAC di Milano lo scorso anno il metodo ha potuto provarlo dal vivo (fu un'esperienza sensoriale abbastanza forte e più complessa di quello che può sembrare) e quello che ha vissuto Gaga è lo stesso "procedimento", ma in sessione singola anziché collettiva e personalizzata sulla voce, lavorando sulla respirazione con «una serie di esercizi che aiutano ad aumentare la consapevolezza della propria fisicità e della propria forza mentale».

Chi non conosce "il metodo" può farsi un'idea ascoltando la spiegazione dell'artista stessa nel video. Le immagini riprese nel bosco e "in aula" con Lady Gaga, così come la possibilità di seguire il metodo on line, rientrano in un progetto più grande di raccolta fondi (con Kickstarter) per l'istituto di Marina Abramovic.


4. PERCHÉ SONO FELICE - MARINA ABRAMOVIC', LA PIÙ CELEBRE PROTAGONISTA DI PERFORMANCE SHOCK, RACCONTA COM'È CAMBIATA: "ORA BASTA PROVOCAZIONI, VOGLIO TRASMETTERE UNA NUOVA SERENITÀ"
Andrea Visconti per "D - La Repubblica delle donne"

Perché sono felice "Sono felice. Una felicità interiore profonda che non ho mai provato in vita mia. Lo scriva, ci tengo tanto che si sappia", dice la performance artist Marina Abramovic' arrivata all'angolo di casa, al termine di una lunga chiacchierata sulla carriera che nell'arco di quarant'anni l'ha portata da Belgrado, dove è nata, fino a New York, dove abita e lavora da una quindicina d'anni.

Di ragioni concrete per essere felice, questa artista fra le più controverse al mondo, celebre per mettersi in scena in maratone al limite della tortura fisica ed emotiva oggi ne avrebbe parecchie: il suo progetto di un "Marina Abramovic' Institute" sta prendendo forma nella cittadina di Hudson a nord di New York, la pièce teatrale Life and Death of Marina Abramovic', che ha scritto con Bob Wilson, debutterà a dicembre all'Armory di Manhattan, e ha appena messo in cantiere un film sull'attore James Franco...

Ma no, non è niente di tutto questo, chiarisce: "La mia felicità non viene dai riconoscimenti o dal fatto che l'istituto sta per diventare realtà. È una felicità che non dipende dalle persone intorno a me. Viene da una profonda trasformazione interiore, cominciata un paio d'anni fa dopo la performance al MoMA".

Si riferisce a The Artist is Presence, una piece che nel 2010 portò per cento giorni al Museum of Modern Art e dalla quale uscì trasformata. Settecentotrentasei ore e trenta minuti seduta immobile e in silenzio su una sedia, avvolta in un lungo abito rosso. Davanti a lei un tavolino spoglio al di là del quale c'era un'altra sedia. A turno, circa millequattrocento persone si sono sedute davanti a lei, fissando silenziosamente lo sguardo su quel volto slavo mantenuto senza espressione, da cui scaturiva una corrente d'energia mentale. Ha provato anche Lady Gaga, e la cosa ha fatto notizia.

Molti partecipanti hanno reagito all'esperienza emotiva con un attacco di sommesso pianto, e sul web il blog con i filmati Marina Abramovic ' made me cry ha fatto altrettanta sensazione. "È come un'opera silenziosa nella quale Abramovic ' è la primadonna", ha scritto esaltando la performance il critico Holland Cotter sulle pagine del New York Times, pur facendo a pezzi nello stesso articolo la retrospettiva dei lavori dell'artista allestita in contemporanea al sesto piano del museo: "Lì mancano due elementi che definiscono l'arte della performance come mezzo di comunicazione: l'imprevedibilità e la natura effimera dell'evento. In mancanza di questi, tutto suona falso".

Quelle 700 ore al MoMA per Abramovic ' sono state una pietra miliare. L'hanno fatta conoscere a un pubblico più vasto, soprattutto giovanissimi che fino a quel momento sapevano poco dell'artista che già negli anni '70 si feriva in scena usando coltelli infilati ritmicamente fre le dita delle mani (Rythm), ballava per ore al ritmo ossessivo di un tamburo africano con la testa avvolta in una sciarpa fino a cadere esausta (Freing the body) o si autoflagellava nuda per poi incidersi una stella sul ventre con un rasoio (Lips of Thomas).

"È un'artista internazionale fra le più inquietanti", scrisse nel 2003 Maureen Turim sulla rivista Camera Obscura, sottolineando nei lavori della Abramovic ' "forti implicazioni sia per le teorie della psicanalisi che per quelle sul femminismo". Un'affermazione che dieci anni dopo Marina ancora respinge: "Quello che faccio io non ha niente a che vedere col femminismo. Non credo che una donna debba sentire il bisogno di proclamarsi femminista quando è comunque più forte dell'uomo".

Sono affermazioni che hanno creato col pubblico delle donne un rapporto di odio-amore. Odio per le sue continue provocazioni, come quando con il tedesco Ulay, suo compagno di vita e d'arte per un decennio, arrivò a teorizzare la totale simbiosi; amore per la sua capacità di sentirsi libera e rompere ogni regola, come quando forzò il pubblico a passare per uno spazio stretto fra il suo corpo nudo e quello di Ulay, scegliendo quale sfiorare col proprio (Imponderabilia).

A 66 anni, col suo corpo Abramovic ' ha un rapporto complesso. "Durante le mie performance non me ne importa nulla di come appaio, perché in quel momento il corpo non è altro che uno strumento per diffondere un messaggio. Ma nella vita di tutti giorni ne sono estremanente conscia, se mi sento troppo grassa o se se mi vedo invecchiata. È una totale contraddizione, ma una cosa che ho imparato è che le contraddizioni non vanno nascoste".

Anche ad accettare i contrasti, dice Marina, è arrivata nelle ore di "immobile energia creativa" al MoMA: "Mi hanno fatto prendere coscienza che siamo presenze temporanee su questo pianeta. È qualcosa a cui penso ogni giorno e che mi dà molta concentrazione". Pensieri cupi perfettamente in linea con l'animo slavo che si è porta dentro dalla nascita nella Belgrado degli anni '40, figlia di due partigiani comunisti che combatterono con Tito durante la Seconda Guerra mondiale.

Marina è cresciuta con tutti i comfort della borghesia rossa yugoslava, ma a 18 anni ha risentito molto della separazione dei genitori. La madre tentò di imporle una disciplina quasi militare, lei si ribellò sposandosi e dopo pochi anni, con una laurea ottenuta all'Accademia delle Belle Arti di Belgrado, trasferendosi da sola ad Amsterdam. "All'inizio fu orribile, perché non ero abituata a essere creativa quando tutto intorno a me era facile. Come artista avevo bisogno di sofferenza, di situazioni difficili.

È quel senso del dramma che noi slavi ci portiamo dentro e che ci influenza in musica, letteratura, poesia". Ne sa qualcosa il suo pubblico italiano che nel 1997, alla Biennale di Venezia, osservò sgomento Abramovic ' su una grande pila di ossa insanguinate, che lavava con uno spazzolone nel vano tentativo di ripulire simbolicamente gli orrori della guerra in Bosnia. Per la performance, Balkan Baroque, vinse il Leone d'Oro.

Difficile pensare che Marina Abramovic ' possa avere anche un lato leggero. Invece è proprio questo a sorprendere chi la incontra: ride spesso e di gusto ("adoro le barzellette sporche"), fa battute scanzonate con un forte accento slavo, in un inglese ai confini della grammatica. Più che a parole, comunica con l'energia coltivata in anni di interazione spirituale con aborigeni australiani, monaci tibetani, gli sciamani in Brasile. "Le culture indigene mi hanno insegnato un rapporto diverso tra corpo ed energia mentale".

È la nuova tappa del suo percorso: "Il mio lavoro non è più creare performance artistiche. Ora desidero creare cultura fondendo arte, scienza, spiritualità e nuove tecnologie". Le ridono gli occhi quando mostra sull'Ipad il prototipo del "Marina Abramovic ' Institute" a Hudson, che se tutto andrà come previsto inaugurerà nel 2014. "Ma devo prima trovare 20 milioni di dollari, in qualche modo me la caverò", scherza annunciando che è già partito il fund-raising. Tutto nasce dall'acquisto di un edificio nel centro di Hudson: un teatro poi diventato cinema, poi campo da tennis comunale coperto.

"Il progetto è pronto e presto inizieranno i lavori per trasformarlo in un centro aperto non solo ad artisti, ma a tutto il pubblico, che lì potrà vivere l'esperienza dell'arte immateriale". I visitatori dovranno impegnarsi a trascorrere nell'Istituto almeno sei ore, durante le quali non avranno accesso a nessun oggetto personale, neppure il cellulare o l'orologio.

Perderanno la nozione del tempo mentre si sposteranno di sala in sala con indosso camici bianchi, "un abbigliamento per sottolineare che saranno ore di esercizi mentali e spirituali, di sperimentazione delle capacità sensoriali, proprio come stare in un laboratorio", spiega la Abramovic '.

Quanto a lei, che in passato ha fatto un laboratorio planetario della sua frequentazione di vulcani attivi, di settimane di marcia lungo la Grande Muraglia e full immersione per mesi nella foresta brasiliana, in ottobre starà un mese nel deserto del Qatar. "Poi tornerò in America dove vivo da quindici anni. Ma non vengo qui per creare. Vengo per consegnare le mie idee, senza mai scendere a compromessi col mercato dell'arte, perché la mia anima non è in vendita. Amo fare solo le cose che mi interessano. Quello che ora mi interessa è elevare lo spirito umano".

 

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