“CARLO CONTI HA ROVINATO LA SENSIBILITÀ MUSICALE DEL PUBBLICO” - MARINELLA VENEGONI, 41 SANREMO ALLE SPALLE, STRONCA LAURA PAUSINI ("DOPO 'LA SOLITUDINE' NIENTE DI COSÌ RILEVANTE"), ULTIMO ("FA RECORD MA RIMANE UNO CHE FA CANZONI BRUTTE"), E ANNALISA ("MAI SENTITO UNA SUA BELLA CANZONE”) - INSIEME AL COLLEGA ZACCAGNINI HA PORTATO POMODORI A CASA DI PAUL MCCARTNEY E CON GEORGE HARRISON HA PARLATO PER ORE SOLO DELLO SCANDALO VATICANO DI MARCINKUS, HA CUCINATO UN GATEAU PIEMONTESE A LOU REED, CHE "L’HA MANGIATO DALLA TEGLIA" - DAVID BOWIE "STRONZO E MALEDUCATO", E SUL FUTURO, DOMINATO DALLE PIATTAFORME E DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, AMMESSO DI AVERE POCHE SPERANZE: "CI AMMAZZERANNO TUTTI"
Estratto dell’articolo di Gianmarco Aimi per www.fanpage.it
Prima che arrivasse lei "la figlia della contessa scriveva di balletto o il figlio del notaio di teatro". Poi qualcuno, nel quotidiano dove lavorava, ha alzato la mano per occuparsi di rock. Quel qualcuno è Marinella Venegoni.
In cinquant’anni come critica musicale ha firmato oltre 6600 pezzi (li ha contati), seguito 41 Sanremo e raccontato la musica come «medium tra i cantanti e gli ascoltatori» senza sconti, perché «il giornalista non dovrebbe avere amici». E da donna, la prima, in una categoria che considera ancora oggi «la più maschilista in assoluto».
[…] Quando è arrivato il giornalismo nella tua vita?
A 26 anni sono entrata di ruolo come insegnante. Siccome nella provincia di Vercelli non c’erano Licei, sono finita a Borgosesia: d’inverno facevo 35 chilometri di nebbia e ghiaccio all’andata e 35 al ritorno. Gli orari erano assurdi: dalle 8 alle 9 e poi dalle 12 alle 13. C’era un preside molto simpatico, ma a un certo punto mi sono stufata.
Ho saputo che partiva il primo corso di giornalismo a Genova e mi sono presa un anno sabbatico. C’era un esame per entrare: ci hanno presi in 37 su 700 candidati. A quel punto ho mollato la scuola.
Il primo lavoro a Stampa Sera e dopo otto giorni l’assunzione. Oggi sarebbe impensabile.
È vero, qualcosa di fantastico. Anche se è coinciso con un dramma familiare.
La morte dei tuoi genitori?
Sì. Mia madre aveva un tumore e non l’avevamo ancora detto a mio padre. Prima di partire gliel’ho spiegato, così da poterle dare una mano con le medicine. Sono andata via il 7 gennaio verso Genova e, quando sono arrivata e ho chiamato a casa, mio padre era morto di infarto. Mia madre l’ha seguito poco dopo. È stato un momento durissimo.
[…] Che redazioni erano allora?
Noi giovani venivamo dal ’68, quindi prima che passasse la sbornia ci è voluto un bel po’ di tempo. I vecchi giornalisti venivano dal Dopoguerra: erano tutti uomini e molto duri verso le nuove leve, soprattutto alla cronaca. Così mi è venuta l’idea di farmi trasferire agli spettacoli, visto che sembrava non interessare molto a nessuno. E lì sono rimasta per cinquant’anni.
marinella venegoni vasco rossi
[…] Hai detto che il critico musicale è "un medium tra il mondo del cantante e quello dell’ascoltatore". Cosa significa?
Esatto, perché devi raccontare chi è l’artista in profondità e, se ne vale la pena, fargli le pulci. Deve esserci un rapporto di sincerità con i lettori. Scrivono trecento pezzi su delle sciocchezze e tutto il resto non trova spazio. Così prende sempre più piede un giornalismo che non è più quello di cui facevo parte, dove domina quello che definisco “il fancazzista dei concerti”: quello che dice cosa hanno cantato, com’erano vestiti i musicisti e basta.
Tutte cose che i fan già conoscono o che possono verificare di persona. Siccome questi articoli si sono accorti che non servono a niente, allora gli uffici stampa organizzano presentazioni ancora più annacquate, perché se fai certe domande non ti rispondono o non ti invitano.
gianni morandi marinella venegoni
Da un lato la figura del giornalista è stata depotenziata e dall’altro è aumentato il controllo attorno agli artisti.
È qualcosa di insopportabile. C’è un atteggiamento quasi nazista nei confronti dei giornalisti. Fanno di tutto affinché gli incontri con gli artisti non avvengano e, quando avvengono, sono controllatissimi. Se poi vedono che, nonostante tutto, riesci a fare domande vere, allora non ti chiamano più. Ma le responsabilità sono a catena: dalle etichette ai manager fino agli artisti.
Hai sempre sostenuto che "il giornalista non dovrebbe avere amici".
Dovrebbe essere così. Ci sono artisti che ho amato e amo moltissimo, ma se qualcosa non mi torna lo scrivo o glielo dico. Il problema è che poi si vendicano. Un rapporto di amicizia serena, se fai bene il giornalista o il critico musicale, non puoi averlo.
E raccontato anche di rivalità interne molto forti.
Ho avuto una schiera di giornalisti che volevano fregarmi il posto. Anche perché, essendo l’unica donna per tanti anni, gli uomini non potevano sopportare che fossi davanti a loro. Il problema è che poi non lavoravano sul campo, andando a una quantità industriale di concerti come facevo io, insieme ai miei colleghi del tempo: Paolo Zaccagnini, Mario Luzzato Fegiz, Marco Molendini, Andrea Spinelli, che era il più giovane, e Gino Castaldo, che se la tirava e continua a tirarsela. Ma il giornalismo era e rimane la categoria più maschilista in assoluto.
[…] Non sono una fatta per le carognate e la mattina dopo, quando leggo il pezzo sul giornale, inizio a starci male. A un certo punto arrivano gli altri colleghi in albergo e si presentano alla mia porta. Prima bussano, poi cominciano a inveire e a insultarmi, anche giustamente. Ho provato a giustificarmi, ma non hanno voluto sentire ragioni. Per un po’ non ci siamo parlati.
Un episodio simile ti è successo anche con i Rolling Stones.
Il tour cominciava ad agosto da Boston e poi avrebbero fatto la conferenza stampa del nuovo disco, che avevo già sentito. Prima di partire mando al caporedattore la recensione, specificando che sarebbe dovuta uscire dopo la presentazione ufficiale. Invece il vice caporedattore, che era in sostituzione estiva, per riempire le pagine, che in estate sono sempre un po’ vuote, pubblica la mia recensione.
marinella venegoni mick jagger
Gli altri colleghi mi hanno fatto una scenata incredibile e la Sony mi ha tolto l’accredito per il concerto, una cosa impensabile ai tempi. Ma perché ero una donna, a un uomo non lo avrebbero mai fatto. Per fortuna, quando sono arrivata al concerto, ho incontrato il produttore David Zard e mi ha fatto entrare.
[…] In quegli anni sei stata molto polemica per l’ingresso dei ragazzi provenienti dai talent. Rispetto ad allora le cose sono cambiate in meglio o in peggio?
Assolutamente in peggio! Ricordo gli anni di Carlo Conti, dal 2015 al 2017, che hanno rovinato la sensibilità musicale del pubblico. E sono arrivati già dopo un imbarbarimento precedente, con edizioni vinte da gente come Marco Carta e Valerio Scanu nel 2009 e 2010. Ma secondo te erano canzoni che meritavano di vincere Sanremo?
E secondo te perché è successo?
Perché delle canzoni non gliene frega niente a nessuno, l’importante è fare ascolti. Anche il Festival di quest’anno è esagerato, con trenta artisti in gara e ogni sera un co-conduttore diverso, oltre a chissà quanti ospiti. Mi sembra una olimpiade personale di Carlo Conti.
Avevi messo in guardia: "Sanremo rischia di diventare il talent dei talent".
Gli anni Dieci del 2000 sono stati devastanti, con una caduta verso il basso vertiginosa. Ora ci stanno un po’ più attenti rispetto a quelli che vengono dai talent, ma anche perché gli stessi talent hanno perso forza. Però la scelta delle canzoni è sempre pessima.
[…] Laura Pausini torna a Sanremo come co-conduttrice anticipata dalle polemiche, dalla cover de La mia storia tra le dita di Grignani all’Inno d’Italia. Come te lo spieghi?
carlo conti laura pausini terza serata sanremo 2026 foto lapresse
È una cosa stranissima, perché è molto simpatica e sveglia, ma il suo problema, come le ho detto in passato, è la gestione della sua arte. Mi spiace dirlo, ma dopo "La solitudine" non ha più prodotto niente di così rilevante. È stata brava a gestire la popolarità, ma il repertorio è povero, pur avendo notevoli doti interpretative.
Non so perché abbia sottovalutato la parte musicale. Il suo successo è cresciuto, ma non è stato accompagnato da canzoni di valore. Sarà che ha un bel caratterino. Se qualcuno le fa notare che qualcosa potrebbe non funzionare è subito pronta a litigare. In passato, quando le davo dei consigli insieme ad altri colleghi, le dicevo sempre di stare attenta al repertorio. L’ultima canzone carina che ricordo è "Resta in ascolto", che è del 2004. È come se avesse un freno ad avventurarsi in brani seri.
[…] Chi non sembri aver rivalutato è Annalisa, come hai scritto anche sui social.
Sai che non ho mai sentito una bella canzone di Annalisa? Prima le canzoni che portava a Sanremo erano orrende. Voleva fare la cantautrice, ma non si potevano ascoltare. L’unico cambiamento è che, a un certo punto, si è messa a fare delle cose un po’ sciocchine. Non so come facessero a prenderla in gara a Sanremo, forse perché è di Savona? Chissà.
Passiamo ai grandi incontri, che allora erano più facili. È vero che Paolo Zaccagnini, tuo collega del Messaggero, portò dei pomodori a casa di Paul McCartney?
Proprio così, quando siamo andati a casa sua per l’ascolto del disco. Quando usciva con un album venivamo sempre invitati. Facevamo una chiacchierata sul suo lavoro, arrivava Linda Eastman, la moglie, e loro erano già vegetariani. Per questo una volta Zaccagnini, sapendo dei loro gusti alimentari, gli ha portato una busta di plastica piena di pomodori. Ne sono rimasti molto contenti. Poi, piano piano, quel tipo di incontri si sono diradati fino a sparire.
fiorella mannoia marinella venegoni
Hai incontrato anche George Harrison.
Era il 1987, l’anno dell’uscita del disco Cloud Nine. Dovevamo fare l’intervista, solo che a lui dell’album non gliene fregava niente. Siccome eravamo italiani e in quel periodo era scoppiato lo scandalo Marcinkus in Vaticano, voleva sapere tutto e ci fece lui l’intervista. Siamo stati insieme tre ore a parlare di quello, anche se in verità non eravamo tanto preparati.
Com’erano invece le interviste con i Rolling Stones?
Sempre le peggiori. Non gli piaceva parlare. Nel 1998 a Norimberga durante un concerto a Mick Jagger si sono strappate le corde vocali. Io ho proprio sentito il “click” mentre cantava, lo ricordo come fosse oggi. Le interviste con loro erano fatte con trenta o quaranta giornalisti da tutto il mondo in grandi alberghi. Dicevano tre o quattro parole sul disco o sul concerto e poi lanciavano una polemica per far discutere. Ma non erano stronzi come David Bowie.
David Bowie aveva un pessimo carattere?
Era stronzo e maleducato. Aveva un modo di rivolgersi alle persone, anche con i giornalisti, con grandissima supponenza. È stato un grande dolore, perché chi non apprezza Bowie musicalmente? Ho visto tantissimi suoi concerti, ma umanamente era deludente.
E Lou Reed?
La prima volta che l’ho visto era nel 1984. Mi avevano inviato a Roma per intervistarlo dopo un concerto al Circo Massimo e per il disco live che sarebbe uscito con produzione italiana. In quell’occasione l’ho intervistato e il suo ufficio stampa è rimasto dentro, anche se non è intervenuto. Quando siamo usciti gli ho chiesto perché si fosse permesso di restare con noi e lui mi ha risposto: «Perché di solito tratta male i giornalisti e, siccome sei una donna, volevo tutelarti».
Mi sono incazzata due volte! Poi con Lou ci siamo rivisti parecchie volte, così tante che siamo diventati quasi amici. Ho visto tutti i suoi concerti in giro per l’Europa e ho sempre avuto l’impressione di una sua serietà estrema e di grande pudore, con una sincerità, anche brutale, disarmante. Un giorno mi dissero che si sarebbe esibito a Torino con Laurie Anderson. Dopo lo spettacolo li incontro e li invito a casa mia. Hanno detto subito di sì.
Quindi hai cucinato per loro?
Proprio così, per Lou Reed, Laurie Anderson e la loro adorata cagnolina Lolabelle, oltre al produttore Hal Willner. Gli ho cucinato il gateau, che hai mangiato anche tu. A Lou è piaciuto talmente tanto che, oltre al primo piatto, ha preso la teglia e l’ha mangiato direttamente da lì.
Viceversa, sei stata a casa di Prince.
A Minneapolis, sono stata lì tre giorni. Lo adoravo. Era un essere soprannaturale. Quegli anni ’80 sono stati fantastici. Al di là dell’istrione sul palco, dal vivo era timido e, secondo me, anche un po’ ignorante. Però aveva un talento musicale straripante e un’energia pazzesca.
Era vera la rivalità tra Michael Jackson e Prince?
Era una diatriba creata a tavolino che, alla fine, ha favorito entrambi. Non c’entravano niente l’uno con l’altro musicalmente. Prince faceva tutto da solo, invece Jackson aveva dietro Quincy Jones. Rispetto a Michael io mi considero innocentista sulle vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto con i bambini.
Mi ha raccontato Zard che, quando Jackson scendeva dall’aereo privato, era sempre accompagnato da una ventina di bambini con le loro famiglie e a ognuno consegnava una carta di credito per fare shopping come volevano. Mi sembra che, con quel tipo di rapporto, volesse soltanto risarcire le sofferenze che aveva patito da piccolo.
Ormai che ci siamo, hai conosciuto anche Madonna.
Una volta ci invitarono in un hotel splendido di Portofino dove soggiornava per presentare un disco. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata, di cui ricordo poco, ma ricordo che aveva le braccia bianchissime con dei peli lunghi neri. Non era ancora “ripulita” da grande popstar.
[…] Troppo scollate queste artiste?
È un fenomeno sdoganato da Madonna negli anni ’80, solo che lei aveva anche le canzoni. Poi non sopporto gli accoppiamenti diabolici nei featuring, che ormai sono una categoria a parte. Ci sono artisti bravi che accettano di partecipare a duetti scandalosi, soprattutto le donne. Non mi spiego perché. Forse, rispetto al passato, sono anche mal consigliati.
Accorpiamo gli ultimi grandi artisti che hai incontrato, altrimenti possiamo continuare a lungo: Bob Dylan, Frank Sinatra e B.B. King.
B.B. King l’ho incontrato a Montreux. Mi è piaciuto molto perché raccontava il suo rapporto con la chitarra, Lucille, in modo un po’ bambinesco. Un po’ come sono i veri artisti, a prescindere dall’età.
Gli ho chiesto della sua famiglia e, andando a ritroso nella loro storia, si è messo a piangere e mi ha risposto: "Prima la nostra storia non è personale ma collettiva". Era una ferita non rimarginata. Frank Sinatra è stato un po’ noioso, forse perché aveva già una certa età. Bob Dylan l’ho incontrato sul lago di Sirmione, prima di un concerto all’Arena di Verona. Non so come fecero a organizzargli una conferenza stampa, lui le odiava.
paolo conte marinella venegoni
Dopo una raffica di domande, con lui perlopiù che guardava altrove, gli ho urlato: "Sei felice?". Si è girato e ha fatto un cenno indefinibile con la testa. Un’altra volta, in Svizzera, mi sono imbucata dietro al palco e alla fine del concerto gli ho chiesto: "Perché non parli mai?" e mi ha risposto: "Perché sono sempre molto stanco, ma perché tu sei qui?".
Da Bob Dylan all’Auto-Tune, com’è cambiato il mondo.
È diventato un business, un modo per parlare della musica senza parlarne. Lo trovo un mezzo che giustifica il fine di dire che la musica non è più musica. Le trovate tecnologiche ci sono sempre più o meno state, ma secondo me le colpe maggiori per averlo troppo sdoganato sdoganato è dei rapper e i trapper, che poi sono rimasti vittime di questo strumento.
Tra Spotify e l’intelligenza artificiale, che futuro ti aspetti per la musica?
Che ci ammazzeranno tutti. Il potenziale di Spotify è vastissimo, il problema è il dominio assoluto. Se si affiancassero altre piattaforme, allora si potrebbe restituire più valore agli artisti. Visto che ha il monopolio è inaccettabile. Mi spaventa ancora di più l’intelligenza artificiale. Ho sentito qualche disco o canzone generata da AI, ma fanno tutti schifo, sono tutti uguali. Non ho grande fiducia nel futuro della musica attraverso queste tecnologie.
E il futuro del giornalismo musicale?
Leggo i giornali e i siti e li vedo pieni di fuffa e con pochi contenuti, quindi i lettori, dopo le prime righe, non trovano niente e non tornano. È un giornalismo triste e rinunciatario.









