mughini adele grisendi giampaolo pansa

LA VERSIONE DI MUGHINI – "NELL’INTERVISTA MAESTOSA DI CAZZULLO A ADELE GRISENDI, COMPAGNA E MOGLIE DI PANSA NEGLI ULTIMI 30 ANNI DELLA SUA VITA, LEI DICE CHE GIAMPAOLO E’ RIMASTO DI SINISTRA E RACCONTA COME NACQUE IL PRIMO DEI TANTI (FORSE TROPPI) LIBRI CHE PANSA HA SCRITTO SUL “SANGUE DEI VINTI” – "C’È POSTO O NON C’È POSTO, NELLA REPUBBLICA ITALIANA NATA DALLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE PER LA MEMORIA DELLE ATROCITÀ SUBITE DA TUTTI, ANCHE DAI “VINTI” DEL 1945? – LA STOCCATA A TOMASO MONTANARI, AL QUALE "VA IL PREMIO NOBEL DELLA VOLGARITÀ CONTRO GIAMPAOLO…"

Giampiero Mughini per Dagospia

ADELE GRISENDI GIAMPAOLO PANSA

 

Caro Dago, era inevitabile che in morte di Giampaolo Pansa molti gli rimproverassero i libri da lui scritti nell’ultimo comparto della sua lunga vita professionale, quelli in cui lui raccontava con passione e commozione il “sangue” versato dai “vinti” della guerra civile del 1943-1945, quelli che erano stati massacrati a guerra finita.

 

Qualcuno ci è andato pesante in questi rimproveri, su tutti lo storico dell’arte Tomaso Montanari, al quale va il Premio Nobel della volgarità espressa contro Giampaolo, contro uno che non si poteva più difendere.

 

Vedo adesso, maestosa come sempre, l’intervista sul “Corriere” di Aldo Cazzullo ad Adele Grisendi, compagna e moglie di Giampaolo negli ultimi trent’anni della sua vita. Quando ha conosciuto Giampaolo, Adele era una sindacalista della Cgil, una che era ed è rimasta di sinistra, come del resto era rimasto fondamentalmente di sinistra Giampaolo. (Entrambi collaboratori di “Libero” ci dicevamo al telefono quel che ci piaceva e il tanto che non ci piaceva di questo quotidiano che così liberalmente ci ospitava.)

 

giancarlo mughini foto di bacco

Adele racconta come nacque il primo dei tanti (forse troppi) libri che Giampaolo ha scritto sul “sangue dei vinti” e come nacque la sua compassione per quegli uomini e quelle donne: “Pensava che fosse venuto il momento di raccontarlo” dice Adele Grisendi. Al che Cazzullo le si rivolge dicendole che in questo modo Giampaolo aveva scelto di rivolgersi a un pubblico diverso da quello che era stato il suo. E Adele risponde: “Io avevo passato la vita tra gli operai comunisti. Diffidavo di chi stava dall’altra parte. Con Giampaolo ho incontrato impiegati, manager, medici, avvocati, e anche operai dell’altra parte ed era gente come quella che conoscevo bene”.

 

 

Eccoci arrivati al punto cruciale. Gli italiani che andavano alle presentazioni dei libri di Pansa e che li compravano, ossia gli italiani sentimentalmente legati in un modo o in un altro alle esperienze e alle ragioni dei “vinti” del 1945 erano per questo italiani da rigettare in punta di principio, italiani di serie B, italiani che non avevano diritto a provare commozione per quelli della loro parte che erano stati trucidati barbaramente a combattimenti finiti? Prendiamo il caso di uno di loro, il giornalista fascista Giorgio Pini, uno che aveva creduto in Mussolini dall’inizio e per tutta la Repubblica di Salò ivi compresa, e tuttavia un personaggio adamantino cui nessuno potrebbe rimproverare qualcosa.

mughini

 

Ebbene il 30 aprile 1945 Pini venne arrestato e condannato a sei anni. Aveva un figlio diciassettenne che ogni tanto da Bologna inforcava la bicicletta e lo andava a visitare in carcere. Una di queste volte e mentre tornava a Bologna venne intercettato da un gruppo di partigiani che gli chiesero come si chiamasse. Il suo cadavere non è mai stato più ritrovato. Pini è morto nel 1987, quando Pansa non aveva ancora cominciato la sua saga sui “vinti”. Fosse stato vivo, Pini avrebbe avuto il diritto di assistere alla presentazione di un libro di Pansa, ossia al libro di uno che reputava gli assassini di suoi figlio dei delinquenti e dei boia e niente affatto dei “partigiani” cui portare rispetto e da celebrare il 25 aprile?

 

Oppure prendiamo un episodio più grosso, quello di Codevigo, di cui aveva scritto a lungo Giorgio Pisanò, un altro i cui libri io giudico preziosi per chi voglia conoscere tutti i colori e tutte le sfumature della “guerra civile” italiana 1943-1945. A Codevigo le cose andarono più o meno così. A guerra finita, il 29 aprile 1945 gli uomini0 della 28° Brigata Garibaldi “Mario Gordini” (comandata dal trentenne Arrigo Boldrini, detto “Bulow”) arrivano a Pescantina e Bussolengo, nel veronese. E’ una zona dove sanno trovarsi parecchi ravennati appartenenti alle disciolte formazioni della Repubblica Sociale. In un solo giorno quelli di “Bulow” prelevano 276 fascisti a Pescantina e 53 a Bussolengo.

 

giampaolo pansa

Altri 20 militi vengono prelevati da due partigiani del CLN di Bussolengo, caricati su un camion e consegnati direttamente ai partigiani di Ravenna. Di loro non si saprà mai la fine. I fascisti prelevati dagli uomini di Boldrini vengono immediatamente portati a Codevigo, dove nel frattempo sono stati ammassati molti altri militi rastrellati nelle zone limitrofe. Giunti a Codevigo, e dopo essere stati sottoposti a sevizie e depredati di ogni loro avere, vengono fucilati a gruppetti. Nella sola Codevigo verranno rinvenute 104 salme, di cui 77 in una fossa comune e le restanti in altre quattro fosse. La versione ufficiale dice che dal 29 aprile al 15 maggio i morti assassinati - uomini e donne - sono stati 137.

 

Raccontare questo orrore era qualcosa che cozzava contro i sacri valori dell’antifascismo e dunque di Tomaso Montanari, o invece il fatto che a raccontarlo fosse un giornalista e uno scrittore di sinistra aiuta l’Italia tutta a cicatrizzare le piaghe ancora sanguinanti della guerra civile di 75 anni fa? C’è posto o non c’è posto, nella Repubblica italiana nata dalla fine della Seconda guerra mondiale per la memoria delle sofferenze e delle atrocità subite da tutti, anche dai “vinti” del 1945?

 

  

ADELE GRISENDI

giampaolo pansa

Aldo Cazzullo per corriere.it

 

Aldo Cazzullo per corriere.it

Signora Adele Grisendi, dove ha conosciuto suo marito, Giampaolo Pansa?

«In treno. Era il 22 novembre 1989. Io stavo andando a Reggio Emilia dai miei genitori, lui a Firenze a presentare un libro. Allora ero una sindacalista della Cgil. Lo fermai perché avevo letto i suoi articoli su Repubblica sulla svolta di Occhetto; quel giorno c’era il comitato centrale del Pci che doveva chiudere la vecchia ditta, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Lui aveva appena litigato con Scalfari»

 

Perché?

«Aveva criticato i suoi articoli, troppo favorevoli a Occhetto. Così Giampaolo gli aveva detto: “Alle Botteghe Oscure mandaci qualcun altro”. E se n’era andato. Quel giorno in treno mi parlò per tutto il tempo del viaggio: non solo del Pci ma di sé, della sua famiglia. E mi fece un sacco di domande. Era fatto così, ti investiva con la sua curiosità».

Chi chiamò per primo?

«Lui. Due settimane dopo mi telefonò in Cgil a Roma: “È già impegnata a cena? Posso prenotarla per stasera?”».

 

E lei?

«Scoppiai a ridere: non è che avessi tutti questi impegni... Cenammo al ristorante dell’hotel Ambasciatori, dove il giornale gli passava una junior suite. Era la notte di Santa Lucia. Da allora ci siamo visti tutte le sere. E abbiamo cominciato fin da subito a vivere insieme».

giampaolo pansa copia

Lei Adele era libera?

«Sì, ero divorziata da anni e non avevo nessuno. Ma Giampaolo era sposato. La famiglia abitava a Milano, suo figlio Alessandro era ancora single, anche se aveva fissato le nozze per il luglio 1990. Si prospettava un bel pasticcio. Ma non ci fu niente da fare. Ha presente quando apri le finestre, fuori c’è un gran vento, tira la tramontana, e non riesci più a chiuderle? Tu provi, insisti, ma il vento è troppo forte, tiene tutto spalancato, anche contro la tua volontà. Ecco, per entrambi fu impossibile chiudere le finestre».

 

Quando lasciò la moglie?

giampaolo pansa

«Le farò una confidenza che farà arrabbiare le femministe: lui dalla moglie non si è mai separato. E io ho accettato la sua decisione. Non volevo creargli ulteriori problemi. Sapevo che c’erano territori per me vietati; ma sapevo anche che c’erano territori soltanto nostri. Alessandro, il figlio di Giampaolo, la prese male. Ma io ho sempre rispettato “la signora di Milano”, come la chiamavamo; e lei ha sempre rispettato me».

 

Vi siete mai incontrate?

«No. Sentivo la sua voce quando parlava con Giampaolo; e si parlavano spesso, lui non è mai sparito dalla sua vita. Siamo sempre rimaste l’una per l’altra una voce al telefono. Lei è mancata nel novembre 2015. Con Giampaolo ci siamo sposati il 14 gennaio 2016. E il 14 gennaio 2020, nel quarto anniversario di matrimonio, l’ho portato al camposanto».

 

Pansa ha dovuto sopravvivere al suo unico figlio.

eugenio scalfari giampaolo pansa

«Alessandro è morto nel novembre 2017. Novembre è un mese fatale per la nostra famiglia larga. Fino ad allora, Giampaolo era invecchiato dolcemente, poco a poco. Aveva accettato il declino, senza fare storie, continuando a leggere e a scrivere. La morte di Alessandro fu per lui uno strazio. Lo diceva sempre: “Se non ci fosse Adele, sarei morto”».

 

Disse anche: «Se non ci fosse Adele, mi sarei ucciso».

«Non ha mai accettato la morte del figlio. Reagì rifugiandosi ancora di più nel rapporto con me».

Nessuno sapeva che Giampaolo Pansa fosse ammalato.

«Un ostacolo che si sarebbe potuto risolvere facilmente, una diverticolite, si è rivelato insormontabile. Forse doveva operarsi prima. Quando l’ha fatto era tardi. Non si è ripreso, non riusciva più a mangiare. Si è consumato. In questi tre mesi non l’ho lasciato solo un minuto, in ospedale e a casa, di giorno e di notte. Credevo avessimo ancora del tempo. Non ero preparata».

 

GIAMPAOLO PANSA IL SANGUE DEI VINTI

La morte ha rinfocolato le polemiche.

«È abbastanza vergognoso insultare una persona che non può più rispondere. Mi chiedo quale umanità portino dentro. Sono cose che qualificano chi le dice. Hanno scritto volgarità: che non sapeva fare il suo lavoro, che scriveva male. Suvvia, come si può dire che Pansa scrivesse male?»

 

 

Molti l’avevano criticato anche da vivo.

«E lui l’aveva previsto. Non si arrabbiava neppure, dava per scontato che chi reagiva in quel modo non avrebbe potuto avere una reazione diversa. Una cosa del genere, in piccolo, era accaduta anche a me, quando scrissi La famiglia rossa, la mia storia dentro la Cgil.

 

Gianpaolo Pansa

Passai da una rapida ascesa a un capitombolo rovinoso: mi misero in un sottoscala. La mia colpa? Rispettare la componente socialista del sindacato. “Se fossi stata in Unione Sovietica, saresti finita nel gulag. E io con te” mi diceva Giampaolo. È la malattia della sinistra italiana: il furore ideologico».

 

Il problema è che della Resistenza molti sanno poco. Anche tra coloro che hanno letto i libri di Pansa, tanti ignorano quello che i «vinti» avevano fatto prima del 25 Aprile.

LA COPERTINA DI 'QUEL FASCISTA DI PANSA'

«Giampaolo ha sempre detto che la Resistenza era la sua patria morale. Era un uomo di sinistra e si può dire che lo sia rimasto sino alla fine, su posizioni più moderate ma pur sempre democratiche. Non è mai diventato di destra. Non ha mai votato a destra una sola volta in vita sua.

 

Alla fine non andava più a votare perché disprezzava questa classe politica. Compreso Salvini, cui ha dedicato un libro molto critico fin dal titolo: Il dittatore. Ma proprio perché era un uomo di sinistra sentiva il dovere di raccontare tutto quello che era accaduto in Italia durante e dopo la guerra. Guerra civile, come ormai la chiamano quasi tutti. Io so perché nel 2003 è stato fatto Il sangue dei vinti».

 

Perché?

«La preparazione era cominciata tre anni prima. Con Giampaolo abbiamo fatto tanti di quei sopralluoghi... Sono tutti scritti nelle sue agende. Ogni weekend andavamo a cercare fonti, pubblicazioni locali, testimoni... L’ha fatto perché a 58 anni dalla Liberazione pensava che fosse venuto il momento, per la sinistra non schiava dell’ideologia, di guardare le cose per come erano accadute. Di passare il Rubicone.

GIAMPAOLO PANSA LA REPUBBLICHINA

 

Di riconoscere che, accanto alla barbarie dei fascisti, anche una parte dei vincitori aveva commesso delle barbarie. Giampaolo considerava il massimo esempio di barbarie la rapatura delle donne in piazza: la simulazione pubblica di uno stupro. Pensava che fosse venuto il momento. Invece il momento non è venuto. Siamo ancora lì».

 

Pansa però incontrò un altro pubblico.

«Io avevo passato la vita tra gli operai comunisti. Diffidavo di chi stava dall’altra parte. Con Giampaolo ho incontrato impiegati, manager, medici, avvocati e anche operai dell’altra parte; ed era gente come quella che conoscevo bene. Anche nell’ora della sua morte, il mondo dei vinti ci è stato più vicino del suo mondo di prima.

giampaolo pansa

 

Di loro non ho visto e sentito quasi nessuno. Mentre tantissimi dall’altra parte mi hanno espresso solidarietà e gratitudine. E sa perché? Perché Giampaolo aveva dato voce alle loro sofferenze, tenute a lungo nascoste. E il fatto che fosse un uomo di sinistra a riconoscerle, quelle sofferenze, aveva ai loro occhi un particolare valore».

 

Cosa pensava davvero Pansa di Craxi?

«Diceva che si conoscevano da quando lui portava ancora i pantaloni alla zuava e Bettino aveva i capelli. A Roma all’inizio scendeva nello stesso hotel, il Raphael. Andò via perché ogni sera Craxi lo aspettava per lamentarsi di quel che scriveva Repubblica. Ora una rivista ha fatto un parallelo, ha scritto contro “la santificazione di Pansa e Craxi”. Ma è un parallelo che non regge. È vero che sono state entrambe in qualche modo due figure tragiche.

 

Ma uno era un uomo di potere; l’altro era semplicemente un giornalista libero. Giampaolo non ha mai amato quelli che si intascavano “il malloppo”, come lo chiamava lui. Altri hanno scritto che smaniava per fare il direttore. Una menzogna: gli hanno offerto più di una direzione, e ha sempre rifiutato. “Non voglio né ubbidire né comandare” diceva. Voleva semplicemente scrivere quel che pensava».

 

E di Bocca cosa pensava?

«L’ha sempre considerato un maestro. Uno dei suoi maestri professionali. L’aveva conosciuto da ragazzo, a Casale Monferrato. Giampaolo aveva fondato con gli amici un circolo intitolato a Gobetti. Amava raccontare quel primo incontro...».

 

ADELE GRISENDI

«Bocca arrivò su un’auto sportiva, mangiò e bevve come un orco, si informò sulle ragazze più belle, tenne la conferenza e ripartì sgommando nella nebbia verso Milano...».

«Sì, decisamente non si può dire che Pansa scrivesse male. Magari colorando un po’. Con Bocca ebbero un dissidio sulla genesi del terrorismo rosso. La vera rottura avvenne prima del Sangue dei vinti, durante la guerra per il controllo del gruppo Espresso. Bocca, che era un anticomunista viscerale, si schierò con Berlusconi, mentre Giampaolo stava dall’altra parte».

 

E di Scalfari cosa diceva?

«Lo considerava un grande giornalista e un grande direttore. Ma Scalfari ora sbaglia a sostenere di aver scoperto lui Giampaolo. Quando fu chiamato a Repubblica, rifiutò; preferì restare al Corriere, dove non a caso ha chiuso il suo percorso di giornalista ramingo.

 

Accettò un anno dopo, quando se ne andò Ottone e la P2 stava mettendo le mani sul giornale. Ma insomma aveva già raccontato piazza Fontana, aveva già fatto l’intervista in cui Berlinguer diceva di sentirsi più tranquillo con la Nato che con il Patto di Varsavia...».

 

Lei come lo ricorderà?

«Come lo ricordano tanti vecchi redattori di Repubblica. Ho aperto un vecchio telefonino di Giampaolo e ho trovato il messaggio di uno di loro, Michele Smargiassi, che ricordava il suo primo giorno di lavoro. Pansa non lo conosceva, ma si era alzato, gli era andato incontro, gli aveva stretto la mano, gli aveva augurato buona fortuna. Faceva così perché è un uomo buono e generoso. Potrei raccontarle mille episodi che lo confermano».

PANSA

Lei ne parla ancora al presente.

«Non riesco a parlarne al passato. Giampaolo è qui. Non è da nessun’altra parte. Gli parlo, anche se non sento la sua voce. Non sono diventata matta, anche se a volte la tristezza prevale. Giampaolo è sempre presente, mai opprimente. Sapeva colmare tutti i vuoti. È stato ed è l’amore della mia vita».

 

 

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