PAOLO POLI: “SEMPRE FIORI, MAI UN FIORAIO” - LE MEMORIE DISINVOLTE DI UN MITO ITALIANO CHE NON SI È MAI NASCOSTO NÉ OMOLOGATO

1. UN OUTING FAMIGLIARE
Rodolfo Di Giammarco per "la Repubblica"


Fettuccine con i carciofi, asparagi alla Bismarck, roast beef e fagiolini, insalata di gamberi, sogliola ai ferri, dolci e pere cotte, vino rosso e «acqua senza bolle», caffè, grappa... Sono alcune delle comande destinate ad alimentare il menu di venti pranzi che in un anno e mezzo, dal novembre del 2011 all'aprile di quest'anno, sempre a mezzogiorno, sempre in un ristorante della centrale piazza Sforza Cesarini di Roma, hanno reso possibile l'outing famigliare più indiscreto e più affettuoso cui fino ad oggi si sia (volentieri) abbandonato Paolo Poli.

Il bilancio non è un prontuario di ricette & libera conversazione. Il risultato è piuttosto un singolare volume di memorie in un disinvolto clima da Satyricon intellettuale del terzo millennio. E il libro Rizzoli che ne è appena scaturito, in uscita questa settimana, s'intitola "Sempre fiori mai un fioraio", sottotitolo Ricordi a tavola, e in copertina accanto al nome di Poli figura quello dell'artefice/intervistatore Pino Strabioli, attore e conduttore televisivo che ha recitato col Nostro, nel 1996, ne I viaggi di Gulliver.

Considerando soprattutto la prima metà di questa autobiografia messa a verbale mangiando a ridosso di Corso Vittorio, direi che mai s'era sentito Paolo Poli così a suo agio (e così fluente) nel ritrarre i caratteri, le nature umane, i risvolti candidi, le ampiezze di vedute e l'aneddotica senza veli d'un ceppo domestico, il suo, che all'epoca del fascismo dovette vivere angustie economiche, sociali e politiche, facendo i conti con le dignitose possibilità di una madre maestra e d'un padre carabiniere il quale s'ammalò di tubercolosi nel '37 e poi morì di tumore nel '45, quando Paolo aveva sedici anni.

Direi che, non tradendo la sua vena di teatrante demolitore della retorica, neanche un rigo delle ricostruzioni dei suoi fatti pecca qui mai di conformismo o sentimentalismo. Ciconvince che l'ammassarsi stretti su pochi metri di letto di lui e dei cinque tra fratelli e sorelle (solo Lucia condividerà poi la sua inclinazione a vivere tante vite sulla scena) è un tirocinio che forse allenò il corpo di lui futuro attore.

La quasi creativa sensibilità del padre, che lo introduce di nascosto a veder recitare Ricci, la Brignone, la Morelli o la Borboni, gli ispira non poche immagini intime che sono pervase di buonumore promiscuo (vedi lo scherzare cameratesco ed epidermico tra papà e figlio, vedi il fuggevole bacio paterno a una suora tisica), mentre il ritratto della madre ci restituisce l'esempio di una donna stoica, con profonde e inaspettate comprensioni.

In proposito, non è mai morboso, non è mai problematico, e non è mai clandestino lo spirito omosessuale di Poli, che ricambia qualche infantile tenerezza di amichette ma poi ha piena coscienza di sé a partire dall'attrazione per un fornaio giovanetto o, più in là negli anni, per un aviatore, per un tranviere, o per un macchinista teatrale.

Ma in questo libro-album Paolo Poli non parla solo di Cristi nudi, del suo aver "trombato" Pierre Cardin, di Sandro Penna o di celie omoerotiche, perché anzi l'argomento man mano più ricorrente ha a che fare con una galleria di grandi donne («Chi fa i complimenti alle donne se non un frocio? Il signor Bovary non si è mai accorto dei gioielli di Emma»).

Dalle benefattrici si passa ad Anna Maria Ortese, a Elsa Morante, a Natalia Aspesi conosciuta e diventata la prima amica a Milano (prefatrice di un altro recente volume, Paolo Poli e Lele Luzzati di Marina Romiti), a Valentina Cortese, a Nora Ricci, alla molto complice Laura Betti («Lei mi manca»), ad Anna Magnani, all'amatissima Franca Valeri. Ma il ritratto più bello, l'apologo più diffuso, la fede più etica di Paolo Poli che questo libro testimonia è un ritratto armonioso della solitudine. Tra un pasto frugale e l'altro.


2. SONO CRESCIUTO TRA UN KING KONG E DUE GIARRETTIERE
Estratto del libro di Paolo Poli "Sempre fiori mai un fioraio", Rizzoli 2013
Pubblicato da "la Repubblica"

Quand'ero piccolo mangiavamo le robe dei poveri. I carciofi non c'erano mai. Abitavamo in periferia, Firenze non si vedeva. Eravamo vicino alla stazione, la seconda, quella di Rifredi, ogni fabbrica aveva un attacco. Si sentivano le mucche piangere, muggivano perché non volevano andare a farsi ammazzare, anche i maiali piangevano. Le bestie le macellavano il venerdì.

I ROSSI E LA MILIZIA
Noi per mangiare compravamo le cose che costavano meno.
Sono cresciuto a forza di polmone, lo cucinavamo con le patate e il pomodoro: quello che ora si dà ai gatti allora era bontà. La nostra casa si trovava in via di Santo Stefano in Pane. Dalla finestra vedevo uomini picchiati coi bastoni. «Perché li trattano così?» chiedevo alla nonna. «Perché sono rossi» mi rispondeva. Sono questi i miei primi ricordi. Oltre alla polizia ferroviaria c'era la milizia.

Ogni tanto un poliziotto mi prendeva in braccio e mi faceva vedere l'uomo che metteva il carbone per far andare il treno. «Dov'è la mia milizia oggi?» domandavo quando non c'era nessuno.

LE GAMBE DI MAMMA
La sera ero sempre al binario, aspettavo la mamma che tornava con la vaporiera da Prato. Faceva la maestra. Mi ricordo bene i polpacci, i piedi dentro le scarpe, rivedo i lacci, il tacco a rocchetto. Ero piccolo e le gambe della mamma mi venivano incontro.

Mi sembravano altissime. Appena arrivata a casa, si toglieva le scarpe, poi le calze e le giarrettiere. Quegli elastici mi incantavano. Esisteva solo a quell'ora per me la mamma. La mattina usciva di casa troppo presto, io restavo con la nonna Maria. Il mio zio tassinaro raccontava sempre di quando andava a prendere le donne dalle case di tolleranza per fare le comparse. Una signora per bene non poteva lavorare al cinematografo.

ERO IO SUOR CAMILLA
Sono nato nel 1929, mentre l'America cadeva, l'Italia si rialzava e pensava al Concordato. La mamma era del 1897, il babbo del 1894. Era buono mio padre, figlio di certa gente nata in cima a una montagna, elegante, alto un metro e ottanta. Un giorno arrivarono degli inglesi e lo presero come cameriere. Lo portarono in Inghilterra, dove credo abbia avuto esperienze sia con donne che con uomini. In un cassetto teneva i ricordi: c'era una scarpina di femmina e una cinghia di maschio. Si chiamava Basilio. Nome importante, Basileus. Aveva idee di socialista. Non gli dava noia la mia effeminatezza, anzi: mi chiamava suor Camilla.

Mi chiedeva: «Paolo, oggi alla ginnastica hai saltato la baionetta?». «No babbo, non l'ho fatto, avevo paura!» . Mi faceva esonerare, non mi sgridava mai.

LA BARBA AI MORTI
Il lungo mese di vacanza noi lo facevamo in campagna, a Lamporecchio, da dove proveniva la mamma. Su quelle montagne pistoiesi ci sono le suore di santa Brigida, famose per i brigidini, ostie di acqua e farina, con uovo, anice o finocchio. Finocchio, capisci! Fra quelle montagne ho avuto un amore.

Una capra. Io non digerivo il latte di mucca e la nonna ebbe un colpo di genio: mi portò una capretta. Era pulitissima, la baciavo, la abbracciavo, la mungevo, bevevo il suo latte senza bollirlo. Avevamo anche una gallina, non altrettanto pulita. Quando faceva l'uovo bevevo anche quello, ma prima dovevo appoggiarlo sugli occhi. Non ho mai capito il perché. Aveva strane usanze e strane teorie la nonna, specialmente sul latte. Di sei figli, tre erano morti con la spagnola, la terribile influenza.

Erano rimasti la mia mamma maestra, la zia ragioniera e un maschio «duro, duro che non impara nulla, e sai perché?» diceva. «Perché non ha bevuto il mio latte ma quello della mucca. Io son dovuta andare in Germania a fare da balia al duca Massari». Non aveva studiato, tutto quello che sapeva lo aveva imparato da sola. È stata lei a spiegarmi che le cose sono sempre semplici, che non si deve mai avere paura di nulla. «Vai in Germania, leggi Brot e quello è pane!». Per farmi addormentare mi raccontava la storia delle cento pecore d'oro.

Iniziava a contarle, alla quinta già russava. Era stanca. Lavorava tutto il giorno. Andava anche a fare la barba ai morti e a lavarli. Una volta tornò dicendo: «Povero ragionier tizio, se n'è andato che era ancora vergine, ho visto il pisello chiuso».


LA SCIMMIA PELOSA
Amori veri mai avuti. Mi garbava uno che vedevo sul tram «...le rose che non colsi». Sono come il poeta di Torino. Amavo quelli con i quali non avevo mai parlato.

Sempre avuto due condizioni separate: il sesso e il sentimento. Sesso praticato, sentimento meno. Non mi piace l'affetto. La mamma non ci faceva carezze, non aveva tempo. La mia zia buona, la ragioniera, era stata sposata malamente con uno che portava donne nel letto per fare il mucchio. Lei non voleva, non le piaceva. Un giorno scappò dalle suore e ottenne la separazione. Quasi un miracolo. A quei tempi non si credeva alle mogli. Una donna che si staccava dal marito era una troia.

Fu questa zia a portarmi al cinema a vedere King Kong. Quando lo vidi arrampicato sull'Empire State Building con la sua bambolina in mano e gli aeroplani cattivi che gli sparavano, ho iniziato a urlare e dallo spavento mi sono pisciato addosso.

La zia mi ha portato al cesso, mi ha tolto le mutande e le ha buttate, mi ha asciugato con delle cartacce sudicie, mi ha rimesso i pantaloni, mi ha allacciato i bottoncini e trascinato fuori. Siamo entrati in un negozio dove, per consolarmi, ha comprato una bambola: una scimmia pelosa. La sera ci sono andato a letto. È stato il mio primo amore sensuale.

 

 

 

Paolo Poli buoi PAOLO POLI AQUILONI PAOLO E LUCIA POLI FOTO TATTI PAOLO POLI jpegPAOLO POLI A TEATRO Pino Strabioli PIERRE CARDIN A VENEZIA sandro penna2Elsa Morante NATALIA ASPESI

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