repubblica editoriale stefano cappellini

“SUCCEDONO BRUTTE COSE INTORNO A NOI, TENIAMOCI STRETTI” (E VOGLIAMOCI TANTO BENE?) – STEFANO CAPPELLINI, NEL SUO EDITORIALE D’ESORDIO DA DIRETTORE AD INTERIM DI “REPUBBLICA” FA IL VERSO ALL'URLO DI FABIO CARESSA DOPO LA VITTORIA AZZURRA AL MONDIALE 2006 ("ABBRACCIAMOCI FORTE E VOGLIAMOCI TANTO BENE") – IMMANCABILI LA CITAZIONE DI NANNI MORETTI, LE BORDATE A TRUMP, MELONI E VANNACCI, PUTIN. SI PARLA DI UCRAINA, MA NON DI GAZA – L’APPELLO AL CENTROSINISTRA: “LE FORZE PROGRESSISTE RIUNITE SOTTO L’ETICHETTA POCO SEXY DI “CAMPO LARGO” DEVONO RISOLVERE ALLA SVELTA E CON CREDIBILITÀ I LORO DISSIDI PERCHÉ…”

 

Stefano Cappellini per la Repubblica - Estratti

 

 

REPUBBLICA EDITORIALE STEFANO CAPPELLINI

Repubblica non è mica un giornale come gli altri. Intendiamoci, non significa che sta su un piedistallo, non ci impanchiamo a primi della classe. Il concetto è letterale: Repubblica è diversa. Lo dice la sua storia. Lo reclamano, soprattutto, le sue lettrici e i suoi lettori. Per avvicinarci al senso di questa unicità, potremmo chiedere aiuto a una celebre battuta di Nanni Moretti: siamo uguali agli altri ma siamo diversi.

 

Questo è un quotidiano nato per radunare una comunità di persone che condividono un orizzonte, e non necessariamente le scelte elettorali o il gradimento su questo o quel leader, ma certamente chiedono un giornalismo rigoroso sui fatti e capace di poggiare su una tensione civile e politica: la giustizia sociale, i diritti, il progresso etico, la libertà. Non c’è fase recente della storia mondiale nella quale queste conquiste, nessuna esclusa, siano state messe così concretamente in discussione.

 

stefano cappellini

Gli Stati Uniti sono retti da un presidente che già una volta ha contestato l’esito del voto intestandosi un tentativo di golpe finito nel sangue oltre che nel ridicolo. Nel suo secondo mandato Trump ha confermato di agire in totale sprezzo di ogni legge, vincolo, rispetto del diritto nazionale e internazionale, guidato da una rapacità funzionale ai suoi affari privati e a quelli dei suoi sodali multimiliardari.

 

La domanda ormai, dopo ripetute allusioni a un terzo mandato alla Casa Bianca vietato dalla Costituzione americana, è: Trump accetterà di farsi da parte secondo regole democratiche?

 

stefano cappellini alessandro orsini

Anche l’Europa è sotto attacco. L’Unione europea, che con tutti i suoi limiti ed errori resta il più grande terreno di libertà costruito su decenni di lotte sociali e conquiste democratiche, è sotto attacco dello stesso Trump, che ne ha fatto un bersaglio privilegiato e persino un obiettivo militare con le grottesche rivendicazioni sulla Groenlandia. Il vicepresidente JD Vance venne a dircelo qui nel continente, a Monaco, che Cina e Russia sono da preferire alla decadente Europa. Le autocrazie non avevano nemmeno bisogno di questa sponda per dispiegare i loro veleni in casa nostra, fanno già benissimo da sole.

 

La Russia di Putin è stata così brava a penetrare il nostro dibattito, anche grazie a molti agit-prop stipendiati e alcuni generosi volontari, da aver convinto pezzi di opinione pubblica che la guerra in Ucraina sia solo una reazione all’imperialismo occidentale, con tutto ciò che ne consegue quando bisogna immaginare una pace giusta che qualcuno continua a confondere con una resa al sopruso e al terrorismo di Stato.

stefano cappellini alessandro orsini

 

(...)

 

E in Italia? In Italia la destra radicale si è fatta addirittura in tre, è un primato mondiale: Fratelli d’Italia, Lega, Futuro Nazionale. La lepre oggi è il generale Vannacci, forte della sua crescita nelle rilevazioni. È probabile che, per ora, Giorgia Meloni sia decisa a non imbarcarlo nella sua coalizione in vista delle Politiche del prossimo anno.

 

Ma la palese conseguenza della momentanea scelta di tenere Vannacci fuori è che la presidente del Consiglio sembra volerlo rincorrere. La paura di Meloni è chiara: teme che un sovranista libero di spararle grosse al bar sport risulti più attrattivo di una sovranista che ha invece dovuto fare i conti con i limiti della propaganda e con il principio di realtà. Tutte queste destre europee hanno litigato con Trump, ma non certo per divergenze ideologiche. È solo che i sovranisti, a furia di urlare negli slogan “prima i miei”, sono naturalmente destinati a scannarsi tra di loro. Il resto lo ha fatto Trump, che non vuole alleati bensì una corte di sudditi e adulatori.

giorgia meloni e donald trump al vertice nato di ankara - foto lapresse

 

Provate ora a immaginare un Paese governato da Fratelli d’Italia ma senza più Sergio Mattarella al Quirinale. Anzi, magari con Meloni stessa che si fa eleggere sul Colle lasciando Palazzo Chigi a un ologramma scelto tra i fedelissimi. Sarebbe un cambiamento della Costituzione materiale senza neanche doversi sforzare di approvare il presidenzialismo per via parlamentare. Una destra negazionista sui cambiamenti climatici, garantista con i forti e giustizialista con i deboli, che si vanta di aver scippato alla sinistra la rappresentanza degli interessi popolari e che però è contro il salario minimo, indulgente con l’evasione fiscale, assente nella difesa della manifattura nazionale.

 

L’Italia può essere il Paese che ferma l’avanzata di queste destre o può essere ancora una volta quello che lancia l’onda finale. Ma le elezioni non sono un referendum: non si vincono solo con la resistenza passiva.

 

Difendere la Costituzione è il prerequisito di una coalizione per l’alternativa, non può essere il programma elettorale e tantomeno il nome del raggruppamento. Le forze progressiste riunite sotto l’etichetta poco sexy di “campo largo” devono risolvere alla svelta e con credibilità i loro dissidi perché, per esempio, in politica estera oggi non riuscirebbero a governare insieme. Servono idee e responsabilità, perché in questo momento ogni divisione favorisce un esito nefasto.

Agata Moretti con Nanni

 

E serve un giornale come Repubblica, libero, aperto, capace di cogliere e raccontare anche le contraddizioni del proprio campo, ma sempre con una collocazione chiara, quella voluta dal fondatore Eugenio Scalfari di cui proprio oggi ricorre il quarto anniversario dalla scomparsa.

 

Un’eredità che è passata attraverso tutti i direttori fino a Mario Orfeo, che va ringraziato per il lavoro svolto. Repubblica è già cambiata insieme ai suoi lettori in questi cinquant’anni di vita. Lo farà ancora, per usare al meglio tutti gli strumenti possibili. La cura dell’edizione cartacea, il rafforzamento del sito, lo sviluppo delle opportunità che offre il giornalismo digitale. Ma non è il supporto che definisce o cambia il senso della missione di un giornale e il rapporto con la sua comunità. Succedono brutte cose intorno a noi, teniamoci stretti.

STEFANO CAPPELLINI

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