TRAVAGLIO: “RENZI CHE VUOLE “CAMBIARE L’ITALIA” S’È MESSO NELLE MANI DEI “DIVERSAMENTE BERLUSCONIANI” CHE IN REALTÀ SONO COME I BERLUSCONIANI, SE NON PEGGIO. ORA COME POTRÀ TENERSI LA BARRACCIU E GLI ALTRI TRE INDAGATI?”

Marco Travaglio per il "Fatto quotidiano"

Tonino Gentile aveva ragione: "Io sono trasparente". Tutto nella sua storia era chiaro e lampante: chi è Gentile, che cos'ha fatto a L'Ora della Calabria, perché Alfano l'ha voluto sottosegretario e perché Renzi non poteva cacciarlo.

Il nostro eroe è un ex craxiano poi berlusconiano ora alfaniano che controlla pacchetti di voti con i soliti metodi e ha sistemato l'intera famiglia nei posti pubblici che contano: il fratello Pino è assessore regionale ai Lavori pubblici; il fratello Raffaele è segretario della Uil; il fratello Claudio è alla Camera di commercio; il figlio Andrea è revisore dell'aeroporto di Lamezia e superconsulente dell'Asl (ora indagato per truffa, falso, abuso e associazione a delinquere: la notizia che non doveva uscire); la figlia Katya era vicesindaca di Cosenza, cacciata per una struttura affidata all'ex marito; la figlia Lory è stata assunta senza bando alla Fincalabra dallo stampatore che poi non ha stampato il giornale.

Per tacere di nipoti e cugini, tutti piazzati fra l'Asl, la Camera di commercio e Sviluppo Italia. Al confronto Cetto La Qualunque è un dilettante. Se Epifani sedesse ancora in Largo del Nazareno e Letta a Palazzo Chigi, Renzi li avrebbe cannoneggiati come quando voleva cacciare Alfano e la Cancellieri ("Siamo su Scherzi a parte?", "Come si fa a governare con Alfano?", "Cambiamo verso").

Invece ora il segretario e il premier è lui, dunque ha mandato avanti il portavoce Guerini a dire che "Gentile l'ha indicato Alfano": come se i sottosegretari non li nominasse il premier. Il guaio è che le pressioni di Tonino il Cinghiale per bloccare la notizia del figlio indagato erano proprio finalizzate a non pregiudicare la nomina a sottosegretario. Poi Renzi l'ha nominato lo stesso: non un plissè sullo scandalo del figlio indagato, né su quello del giornale silenziato.

Tonino La Qualunque doveva diventare sottosegretario a ogni costo perché porta voti al governatore Scopelliti, che porta voti ad Alfano, che porta voti a Renzi. È tutto trasparente: un ricatto bello e buono che non finisce con la fuga del Cinghiale.

Il premier che vuole "cambiare l'Italia" s'è messo nelle mani dei "diversamente berlusconiani" che in realtà sono come i berlusconiani, se non peggio (solo Scalfari può nobilitarli come "nuova destra repubblicana"). Quagliariello difendeva il Cinghiale dalla "barbarie" perché "non è neanche indagato". Cicchitto alludeva alle "pagliuzze e travi", cioè agli indagati del Pd nel governo Renzi: Barracciu, Del Basso de Caro, Bubbico e De Filippo. Così l'Ncd, che di indagati non ne ha, dava pure lezioni di legalità a Renzi.

Renzi è spregiudicato, ma non stupido: sapeva benissimo che Gentile non poteva restare e l'ha fatto sapere all'Ncd. Ma ha preferito che lo licenziasse Alfano, il quale adesso ha il coltello dalla parte del manico: come potrà Renzi tenersi la Barracciu e gli altri tre? L'effetto-domino innescato dall'uscita di Gentile non può che essere benefico.

Ma non per Renzi: a meno che non decida di prendere in mano la situazione anziché subirla. Gli basterebbe fare un discorso onesto agli italiani: "Nell'esordio convulso del mio governo, ho gravemente sottovalutato la questione morale, aprendo le porte a gente che doveva restare fuori. Chi vuole cambiare l'Italia non può lasciare che il Sud sia rappresentato da personaggi accusati di abusare del loro potere con rimborsi gonfiati, familismi e clientele".

E accompagnare alla porta Lupi, i quattro inquisiti del Pd e gli imbarazzanti vice della Giustizia, Costa e Ferri. Se non lo farà, invierà al Paese un micidiale messaggio di gattopardismo, simile alla cinica e disperante metafora giolittiana: "Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo deve fare la gobba anche all'abito".

Ieri fra l'altro s'è scoperto che negli anni 80 Gentile era stato arrestato (e poi assolto) per una storia di fidi facili miliardari; e che il giudice che fece scattare le manette era Nicola Gratteri. Renzi ha rischiato di trovarseli tutti e due nel suo governo. Poi Napolitano ha levato tutti dall'imbarazzo: ubi inquisitus, magistratus cessat.

 

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