ECO-MOSTRI DA ABBATTERE - VENEZIANI FA A PEZZETTINI LA RISTAMPA DI “IL COSTUME DI CASA”, CULT DEGLI ANNI ’70, PER CARICARE SU UMBERTONE IL TERRORISMO - SPACCANDO IL LIBRO ‘’CUORE’’ COME “TURPE ESEMPIO DI PEDAGOGIA PICCOLO BORGHESE”, ECO ‘’ELOGIA FRANTI IL CATTIVO E VEDE IN LUI IL MODELLO POSITIVO DEI CONTESTATORI, ANZI DI PIÙ, LO VEDE COME ISPIRATORE DI GAETANO BRESCI, L’ANARCHICO CHE UCCISE RE UMBERTO. CAPITE CHE BENZINA ECO ABBIA GETTATO SUL FUOCO DI QUEGLI ANNI FEROCI”….

Marcello Veneziani per "il Giornale"

L' Eco di quarant'anni fa torna a bussare in libreria. Lo ristampa Bompiani e viene riproposto col suo titolo anodino, Il costume di casa , e un sottotitolo allusivo: «Evidenze e misteri dell'ideologia italiana negli anni Sessanta» (pagg. 484, euro 10,90). Il libro è assai istruttivo, coincide con un'epoca cruciale che culmina nel ' 68 e poi si intristisce nei cupi anni seguenti. È un libro coevo, per capire il clima, alla firma di Umberto Eco apposta al manifesto di Lotta Continua contro il commissario Calabresi, poco dopo ucciso su mandato dei medesimi lottacontinuai.

Pagine interessanti, non c'è dubbio, a tratti acute, da cui traggo quattro o cinque spunti utili per capire il presente. Parto da quel tempo. Negli anni Sessanta c'era in Italia una vera borghesia, dignitosa e ipocrita, come è poi la borghesia, che aveva senso del decoro e della morale, un discreto amor patrio, un reverenziale rispetto per le tradizioni culturali e religiose, anche se talvolta fariseo o filisteo. Le sue basi erano i costumi di vita ereditati, la buona educazione e le lezioni impartite dalla scuola del tempo. Eco demolisce quei santuari a uno a uno: il senso della tradizione e dei buoni costumi, il senso religioso e il legame con la morale comune, la meritocrazia e «l'illusione della verità».

Auspica una «guerriglia semiologica» (in quegli anni erano parole di piombo), nega il rispetto del latino - «L'ossessione del latino è una manifestazione di pigrizia culturale, o forse di forsennata invidia: voglio che anche i miei figli abbiano gli orizzonti ristretti che ho avuto io, altrimenti non potranno ubbidirmi quando comando»-distrugge i buoni sentimenti e il suo alone retorico che promanavano dal libro Cuore , libro di formazione di più generazioni che servì a edificare un sentire comune dell'Italia postunitaria e che per Eco è invece «turpe esempio di pedagogia piccolo borghese, paternalistica e sadicamente umbertina»; elogia Franti il cattivo e vede in lui il modello positivo dei contestatori, anzi di più, lo vede come ispiratore di Gaetano Bresci, l'anarchico che uccise all'alba del '900 Re Umberto a Monza.

Capite che benzina Umberto Eco abbia gettato sul fuoco di quegli anni feroci. Il cattivo maestro Eco poi contesta il filosofo Abbagnano che elogia la selezione e il merito, sostenendo che la selezione sia solo una legge di natura da correggere con la cultura e la solidarietà e auspica «che non ci sia più una società dove predomina la competitività».Declassa la religione a fiaba e suggerisce non di avversarla come facevano gli atei dichiarati ma più subdolamente di relativizzarla presentandola come fiaba tra le fiabe.

Giudica impossibile un Picasso che dipinga l'Alcazar fascista come dipinse Guernica anti­fascista; dimenticando il filone futurista e fior d'artisti fascisti ( a proposito dell'uso politicamente ambiguo della pittura, cito l'esempio di Renato Guttuso che riprodusse un suo manifesto fascista antiamericano degli anni Quaranta in un manifesto comunista antiamericano degli anni Sessanta in tema di Vietnam. Riciclaggio ideologico).
Umberto Eco poi si allarma, come Pasolini e altri, perché cresceva agli inizi degli anni Settanta la cultura di destra in Italia, con nuovi autori ed editori (Il Borghese, Volpe, la Rusconi diretta da Cattabiani).

E le dedica uno sprezzante articolo, confondendo volutamente pensatori e picchiatori, «magistrati retrivi » (allora le toghe erano considerate protofasciste) e riviste culturali. Particolare l'acredine verso il suo concittadino alessandrino Armando Plebe, all'epoca approdato a destra ma di cui Eco nega perfino la provenienza marxista (Plebe fu invece l'unico filosofo italiano vivente a essere citato come marxista nell'Enciclopedia sovietica). Eco disprezza autori come Guareschi e Prezzolini, Evola e Zolla,Panfilo Gentile e «il risibile pensiero reazionario».

E fa una notazione volgare: «la nuova destra rinasce soltanto perché un certo capitale editoriale sta offrendo occasioni contrattuali convenienti a studiosi e scrittori, alcuni dei quali rimanevano isolati per vocazione, e altri non sono che arrampicatori frustrati». Un'analisi così rozza e faziosa non l'abbiamo letta neanche nei volantini delle Brigate rosse. Fa torto al suo acume. È come se spiegassimo la cultura di sinistra con i soldi venuti dall'Urss o le firme de l'Espresso­La Repubblica con i soldi di Carlo De Benedetti...
Sarebbe volgare, falso o almeno riduttivo.

Eco avverte i suoi lettori che «il capitalismo come entità metafisica e metastorica non esiste ». Al fascismo, invece, Eco attribuisce entità metafisica e metastorica elevandolo a Ur-fascismo: il fascismo come eterna dannazione. Sul rapporto tra cultura e capitalismo la considerazione becera fatta sugli autori di destra si inverte quando invece si tratta di un autore «di sinistra »: anche se «ha un rapporto economico con i mezzi di produzione » lui non ne dipende, perché conta «il rapporto critico dialettico in cui egli si pone con il sistema».

Traduco: se la cultura di destra trova investitori è asservita al Capitale e lo fa mossa solo dai soldi; se la cultura di sinistra è finanziata dal Capitale, invece usa gli investitori ma non si fa usare e ha scopi nobili... Può vivere «di prebende largite da chi detiene i mezzi di produzione» perché quel che conta è «la presa di coscienza» (io direi ben altra presa...). Loro prezzolati, noi illuminati.

Il testo è utile perché rivela la matrice di Eco: prima che semiologo è ideologo. Mascherato. Traspare quell'ideologia illuminista radical che traghetta la sinistra dal comunismo al neocapitalismo, spostando il Nemico dai padroni ai fascisti, dal Capitale ai reazionari, in cui Eco include cristiano-borghesi e maggioranze silenziose. L'anti­fascismo assurge a religione civile, a priori assoluto nella lotta tra Liberazione e Tradizione, che sostituisce la lotta di classe.

Questo testo mostra le origini colte della barbarie odierna e della relativa intolleranza. Se viviamo in un'epoca che rigetta la cultura classica, l'amor patrio,le buone maniere, le buone letture, la meritocrazia, la scuola selettiva, forse non è frutto semplicemente del berlusconismo... Infine il testo di Eco dimostra che la destra è demonizzata anche quando non si riduce al rozzo cliché dei picchiatori o dei prepotenti o, mutatis mutandis, dei leghisti o dei berluscones. Ma si accanisce sprezzante anche sulla destra colta, i suoi libri, i suoi editori, scrittori e filosofi, oggi da cancellare ieri da eliminare; come accadde a Giovanni Gentile, prototipo dell'intellettuale out. Un assassinio pensato in seno alla cultura e nutrito col fiele dell'ideologia. Il passato, a volte, echeggia.

 

mon30 marcello venezianiUMBERTO ECO CON IL DITO NEL NASOLUIGI CALABRESI Gaetano BresciArmando Plebeguareschi giovanninogiuseppe prezzolini lapJulius Evola

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