carlo cecchi - 7

IL NECROLOGIO DEI GIUSTI - SE NE VA CARLO CECCHI, CHE AVREBBE FATTO 87 ANNI DOMANI, GRANDE, GRANDISSIMO ATTORE E REGISTA DI TEATRO, DIVISO DA SUBITO TRA TEATRO NAPOLETANO, L’AMATO EDUARDO, DEL QUALE ERA STATO ASSISTENTE E GIOVANE ATTORE, E TEATRO CLASSICO. FU ANCHE ATTORE DI CINEMA, MAGARI FREQUENTATO UN PO’ A SINGHIOZZO, PRIMA DEL SUCCESSO CLAMOROSO DI “MORTE DI UN MATEMATICO NAPOLETANO” DI MARIO MARTONE, IL FILM DI SUO MAGGIORE SUCCESSO – CURIOSAMENTE AVEVA FATTO DELLA MORTE IN SCENA E DEI PERSONAGGI DESTINATI ALLA MORTE UN PO’ UN LEIT MOTIV. MA PER LUI, CHE SI DISTINGUEVA PER ESSERE SEMPRE IRONICO, DIVERTENTE, VITALE, LA MORTE IN SCENA ERA FORSE UNA CIVETTERIA. NON CREDO PROPRIO AMASSE NESSUNA FORMA DI ECCESSO, DI DRAMMATICITÀ, DI ESIBIZIONE DA TEATRI STABILI. AVREBBE FATTO BEN ALTRA CARRIERA...

 

Marco Giusti per Dagospia

 

carlo cecchi morte di un matematico napoletano 1

Se ne va Carlo Cecchi, che avrebbe fatto 87 anni domani, grande, grandissimo attore e regista di teatro, diviso da subito tra teatro napoletano, l’amato Eduardo, del quale era stato assistente e giovane attore, e teatro classico, un percorso che andava da William Shakespeare a Harold Pinter, da Thomas Bernhard a Samuel Beckett. Ma sem pre un po' mediato da Eduardo e dal suo teatro.

 

Fu anche attore di cinema, magari frequentato un po’ a singhiozzo, prima del successo clamoroso di “Morte di un matematico napoletano” di Mario Martone, il film di suo maggiore successo, dove interpretata Renato Caccioppoli, che lo aprì a un pubblico più popolare.

 

carlo cecchi 3

Curiosamente aveva fatto della morte in scena e dei personaggi destinati alla morte, ma sempre sofisticati e ironici, un po’ un leit motiv, se pensiamo appunto al Caccioppoli del film di Martone, al suicida di “Miele” di Valeria Golino, a clochard Andreas Kartak di “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth, che aveva esordito proprio un anno fa alla Pergola di Firenze per la regia di Andrée Ruth Shammah.

 

Ma per lui, che sulla scena, al cinema a teatro come nella vita si distingueva per essere sempre così ironico, divertente, vitale, la morte in scena era forse una civetteria. Una uscita di scena. Non credo proprio amasse nessuna forma di eccesso, di drammaticità, di esibizione da teatri stabili.

 

 

carlo cecchi 1

Avrebbe fatto ben altra carriera. Lo ricordo al Premio Flaiano nel 2013 accanto a me che giocava a fare lo snob, con una lattina di coca-cola che non era solo coca-cola e cercava di convincermi di andare al posto suo a ritirare il premio dalle mani di un altro grande maestro d’ironia del secolo scorso, Ugo Gregoretti, che lo aveva diretto in un curioso sceneggiato tv.

 

Del resto poteva vantarsi di aver interpretato e diretto di tutto, da “A morte dint’o lietto e Don Felice” di Antonio Petito assieme a Toni Bertorelli come Don Felice, Gigio Morra come Pulcinella e lui come Cardillo, nel 1978, a “Finale di partita” di Samuel Beckett, registrato anche per la tv, da “Sik Sik l’artefice magico” di Eduardo nel ruolo di Eduardo al “Claud Peymann” di Thomas Bernhard, da “Luna rossa” di Antonio Capuano a “Appassionata” di Tonino de Bernardi, dove canta magnificamente “Reginella”, da “Hedda Gabler” di Ibsen a “La serata a Colono” di Elsa Morante, della quale era diventato così amico al punto che lei gli lascerà assieme al nipote Daniele Morante, la sua eredità letteraria.

 

Nel senso che decidevano loro due se cedere o no i diritti cinematografici o teatrali di un’opera della scrittrice. E pochi mesi è morto anche Daniele Morante…

 

carlo cecchi 4

Aveva messo in scena in una memorabile edizione de “Il coraggio di un pompiere napoletano” un Pulcinella femmina, interpretato da Marina Confalone, con lui stesso come Felice Sciosciammocca.

 

Ma era stato anche “Amleto” in un’edizione del 1989 che vantava la traduzione di Cesare Garboli, che tanto lo seguì a teatro.

 

Nato a Lastra a Signa, vicino Firenze, nel 1939, fa l’università a Napoli, si diploma alla “Silvio D’Amico” di Roma e fa il suo esordio da subito tra cinema e teatro. A teatro facendo l’apprendistato come attore e regista nel teatro di Eduardo De Filippo, in “Le voci di dentro” e “Sabato, domenica e lunedì”.

 

carlo cecchi 5

L’unico maestro che davvero riconoscerà per tutta la vita. Lui, fiorentino, che recitava in napoletano. Ma fu compagno di scena e amico di tanti attori napoletani che gli devono molto, da Gigio Morra, il suo Peppino, purtroppo scomparso, a Marina Confalone, che grazie a lui divenne una star, perfino nel ruolo di Pulcinella, da Anna Bonaiuto a Gianfelice Imparato.

 

Al cinema ebbe meno fortuna. Bello, lo sarà anche da vecchio, bravo, fascinoso, diventò da subito protagonista di una serie di film più o meno sperimentali e a basso costo d’epoca sessantottina.

 

I rarissimi, nemmeno distribuiti in sala, “A mosca cieca” e “La prova generale” di Romano Scavolini, il primo venne presentato al Festival di Pesaro nel 1966 e solo recentemente recuperato, il secondo ebbe una possibile distribuzione solo dopo il 1976, otto anni dopo la realizzazione, per problemi di censura. 

 

Poi il rivoluzionario “Il gatto selvaggio” di Andrea Frezza, che interpreta assieme a Juliette Mayniel e a Angelica Ippolito, conosciuta nella compagnia di Eduardo, un film che Ciro Ippolito ricorda programmato in un cineclub napoletano allora come fosse un capolavoro, ma non lo era proprio.

 

carlo cecchi 7

“I dannati della terra” di Valentino Orsini con Frank Wolff e Marilù Tolo, rivisitazione dei testi di Franz Fanon da parte del vecchio socio dei fratelli Taviani. Addirittura “La sua giornata di gloria”, opera prima e unica di Edoardo Bruno, il direttore della rivista “Filmcritica”, con Philippe Leroy, Maria Manuela Carrilho, Pierre Clementi, sorta di favola rivoluzionaria che già allora era una sorta di stracult con battute che facevano ridere involontariamente.

 

Tutti o quasi dei disastri assoluti sotto ogni punto di vista, soprattutto cinematografico, che convinsero il giovane Cecchi a tornare a teatro e a non pensare che il cinema non fosse proprio la sua strada. Anche se nel maggio del 1969, a Montepulciano, al Teatro Poliziano, mentre va in scena con la sua compagnia, da poco fondata, il Granteatro, “Ricatto a teatro” di Dacia Maraini, viene arrestato lui, l’allora ventiquattrenne Angelica Ippolito, Paolo Graziosi, un ventenne Toni Bertorelli e Eugenia Besenval per turpiloquio e atti osceni.

 

 

il gatto selvaggio

 In vent’anni lo troviamo come attore al cinema solo nel filmone americano massacrato dal suo protagonista Steve McQueen “Le 24 ore di Le Mans” firmato, ma non proprio diretto, da Lee H. Katzin, nel ruolo di Paolo Scadenza. O nel film, per la tv, più sceneggiato che film, “Il bagno” diretto nel 1973 da Ugo Gregoretti con Gigio Morra e Toni Bertorelli. Ma sono i vent’anni di teatro, 70-90, lontano dal cinema, con la sua compagnia, il Granteatro, che dirige per oltre dieci anni, che lo rendono una star per un pubblico più ricercato, tra i pochi da poter accostare al nome di Carmelo Bene.

 

Nel 1977 con “Il borghese gentiluomo” di Moliére, con la riduzione di Cesare Garboli, abbandona l’dea e l’esperienza del teatro politico e del decentramento. “Sono uscito dall’atmosfera soffocante del teatro politico”, dirà. Lontano dai messaggi. La critica paragona la sua recitazione a quella di Eduardo. Lusingato? Gli chiedono. “Ho amato troppo Eduardo per essere solo lusingato. Commosso”.

 

carlo cecchi morte di un matematico napoletano 3

Ma qualche critico lo accusa di fare un Cecov troppo napoletano, “Ivanov” nel 1982. Pazienza, il napoletano lo metterà dappertutto. Sempre. Ma mette in scena testi di Harold Pinter, “Il compleanno” nel 1981, “Ritorno a casa” nel 1984, mischiati agli Shakespeare riletti con Cesare Garboli, “La tempesta” nel 1984, “Amleto” a Spoleto nel 1989. La svolta popolare arriva all’inizio degli anni ’90, con la versione televisiva da lui diretta e interpretata di “L’uomo, la bestia, la virtù” di Luigi Pirandello con Marina Confalone, Gianfelice Imparato e addirittura Carlo Monni.

 

E, ovviamente, col suo ruolo da protagonista di “Morte di un matematico napoletano” diretto da Mario Martone, che riportò anche al cinema la sua grandezza di attore teatrale in maniera del tutto vergine. Dove era stato per tanti anni? Ci domandammo in tanti. Grazie a questo film, per il quale venne premiato con un David di Donatello speciale, Carlo Cecchi diventò finalmente il protagonista che avrebbe dovuto essere anche al cinema. Per un po’.

 

carlo cecchi 9

 

Perché, anche se girò un buon numero di film, spesso per motivi alimentari o amicizia, continuò a dare il meglio di sé stesso al teatro, diventando direttore del Teatro Nicolini a Firenze, portando in scena classici, autori come Thomas Bernhard, l’”Hedda Gabler” di Ibsen.

 

 “Se è possibile che un serio uomo di teatro entri oggi nel cinema, in Itali”"!, si chiede, “Sì, Mario Martone e io ce l’abbiamo fatta. E bene, direi. Però…ora mi sembra sorprendente, perfino inverosimile, essere riusciti a superare l’oppressione della volgarità, i legami con i modelli americani più stupidi, lo stato di infimi provincialismo… l’orrore degli anni 80, insomma.”

 

Lo vuole Cristina Comencini per “La fine è nota”, Jean-Paul Rappenau per “L’ussaro sul tetto”. E’ ottimo come giudice coraggioso nell’ottimo film di Ricky Tognazzi “La scorta”. Non ha un gran ruolo, peccato…, in “Io ballo da sola” di Bernardo Bertolucci che lo riporta nel Chiantishire.

 

jasmine trinca e carlo cecchi miele

E’ protagonista assieme a Stefano Dionisi dell’horror di Pupi Avati “L’arcano incantatore”, poi in “Il bagno turco” di Ferzan Ozpetek, “Il violino rosso” di François Girard che lo vorrà anche in “Seta” una decina d’anni dopo. Nel fondamentale, per il cinema napoletano e per la nascita dei Gomorra movies, “Luna rossa” di Antonio Capuano si scontra con Toni Servillo nel ruolo di due capoclan napoletani. E’ un film che andrebbe rivisto subito, accidenti, che apriva a molto di quello che è stato fatto dopo a Napoli.

 

Gira un po’ di tutto tra la fine degli anni ’90 e i primi ’2000, “Milonga” di Emidio Greco, “Un delitto impossibile” di Antonello Grimaldi, interpreta il cardinal Borromeo nel serial tv “Renzo e Lucia”.

 

CARLO CECCHI

Meglio in un ruolo serio in “Arrivederci, amore mio”, bellissimo poliziesco di Michele Soavi con Alessio Boni, si poteva magari risparmiare “Io sono con te” di Guido Chiesa, anche se interpreta il ruolo di Erode. Lascia il segno come lucido suicida in “Miele” di Valeria Golino con Jasmine Trinca e come Brissemann nel curioso “Martin Eden” di Pietro Marcello, che è il suo ultimo film. Alla fine il cinema, con l’esclusione di pochi titoli, non gli ha dato tanto. Meglio il teatro. Dove viene premiato con una decina di premi Ubu, da “Il misantropo” di Molière, miglior attore, a “Ritter, Dene, Voss” di Thomas Bernhard, miglior spettacolo, “Finale di partita” di Samuel Beckett, miglior spettacolo e miglior regia, da “Misura per misura” di William Shakespeare a “L'ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett e “Hedda Gabler” di Henrik Ibsen, “I pensieri di Marianna Fiore” di James Joyce, miglior regia, “La storia immortale” da Karen Blixen, miglior attore, “La serata a Colono” di Elsa Morante, miglior attore.

carlo cecchi 8CARLO CECCHIcarlo cecchi in miele di valeria golino carlo cecchi 6

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