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IL NECROLOGIO DEI GIUSTI - SE NE VA, A SOLI 70 ANNI, IL LEGGENDARIO REGISTA UNGHERESE BÉLA TARR, MAESTRO DEL PIANO SEQUENZA, AUTORE DI SOLI NOVE FILM CHE HANNO LASCIATO UN SEGNO COME NESSUN ALTRO SULLO SCHERMO TRA LA FINE DEL SECOLO SCORSO E L’INIZIO DEL NUOVO. SENZA DIRE O QUASI UNA PAROLA, ALMENO SULLO SCHERMO - DEL RESTO, IL SUO NON È MAI STATO UN CINEMA LINEARE, NÉ CON UNA STORIA. INUTILE DIRE CHE ABBIA INFLUENZATO UNA MAREA DI REGISTI, ANCHE MOLTO LONTANI DA LUI, COME GUS VAN SANT… - VIDEO

 

Marco Giusti per Dagospia

 

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"Ero solo un regista brutto e scadente. Lo sono ancora. Non ho potere. Non ho niente, solo una fottuta telecamera." Se ne va, a soli 70 anni, il leggendario regista ungherese Béla Tarr, maestro del piano sequenza, autore di soli nove film, e tra questi “Il cavallo di Torino”, “Le armonie di Werckmeister ” e “Sátántangó”, che hanno cambiato il modo di vedere il cinema e hanno fatto impazzire migliaia di cinéphiles.

 

"Chi non ha sette ore da perdere a guardare la pioggia cadere nei film di Béla Tarr, non ha tempo di apprendere la felicità dell'arte”, scrive il filosofo francese Jacques Rancière. Inutile dire che abbia influenzato una marea di registi, anche molto lontani da lui, come Gus Van Sant. Con questi tre film, scrive oggi Peter Bradshaw sul “Guardian”, è diventato “il vivido inquietante maestro della desolazione spirituale”. Non so bene cosa intenda.

satantango film di bela tarr

 

Ma di certo Béla Tarr, gran personaggio nella vita, col suo meraviglioso bianco e nero in 35 mm, ha lasciato un segno come nessun altro sullo schermo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo. Senza dire o quasi una parola, almeno sullo schermo.

 

Del resto il suo non è mai stato un cinema lineare, né con una storia. "Non mi interessano le storie. Non mi sono mai interessato. Ogni storia è uguale. Non abbiamo storie nuove. Stiamo solo ripetendo le stesse. Il film non è la storia. È soprattutto immagine, suono, molte emozioni. Le storie servono solo a coprire qualcosa".

 

bela tarr

Il suo capolavoro, “Sátántangó”, girato nel 1994, tratto da un romanzo di László Krasznahorkai, sette ore e 19 minuti, costruito da dodici piani sequenza, cioè “movimenti distinti la cui temporalità si interseca, come la struttura di un tango” dovrebbe seguire un piccolo gruppo di contadini che vivono e si muovono nella campagna ungherese che, dopo la caduta del comunismo, ci offre un paesaggio post-apocalittico.

 

Con questa lentezza di ripresa, con questa ossessione sulla realtà, anche lo sbattere di una foglia, anche un movimento di macchina più veloce diventano elementi fondamentali della visione dello spettatore.

 

"La maggior parte dei film ignora il fattore tempo, perché si limitano a seguire la trama... non sappiamo cosa sta succedendo nel mondo, in realtà. E a me interessa il mondo, non solo filmarlo." Per questo, spiegava lui stesso paragonando il suo lavoro a quello di Andrei Tarkovski, “Nei film del regista russo la pioggia purifica i personaggi, nei suoi produce solo fango”.

 

il cavallo di torino

Nato a Pécs in Ungheria nel 1955, autodidatta, iniziò a girare piccoli cortometraggi a sedici anni, che vennero apprezzati dai Béla Balázs Studios, che finanziarono il suo primo film, “Nido familiare” (“Családi tuzfészek”) nel 1979, seguito da “L'outsider” (“Szabadgyalog”, 1981) “Rapporti prefabbricati” (“Panelkapcsolat”, 1982) e “Almanacco d'autunno” (“Oszi almanach”, 1984) Ma il suo vero stile, quello che tutti i cinéphiles riconoscono, nasce solo con “Perdizione” (“Kárhozat”), nel 1988. Ma non si sentiva legato al cinema del suo paese, che pure aveva una sua grande originalità.

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Si era sempre sentito un estraneo. “Non ho nulla a che fare con la comunità cinematografica di Budapest. Non mi apprezzano, perché non faccio film convenzionali. Non posso parlare di cinema con loro, perché vivo e penso in modo diverso da loro. Loro sono registi e io no. Non so cosa sono”.

 

Riguardo i suoi primi film, dirà “All'inizio della mia carriera, ero molto arrabbiato con la società. Volevo solo dire quanto fosse fottuta la società. Questo è stato l'inizio. In seguito, ho iniziato a capire che i problemi non erano solo sociali; erano più profondi. Pensavo fossero solo ontologici. È così, così complicato, e quando ho capito sempre di più, quando mi sono avvicinato alle persone... in seguito, ho potuto capire che i problemi non erano solo ontologici. Erano cosmici.

 

Tutto il mondo fottuto è finito. Questo è ciò che dovevo capire, ed è per questo che lo stile si è evoluto. Una volta che sono sceso, ho continuato a scendere. Lo stile è diventato sempre più discendente, alla fine, diventando più semplice, molto puro. Questo è ciò che è stato interessante per me, scoprire qualcosa passo dopo passo”.

 

le armonie di werckmeister.

 Ma a impressionare la critica di tutto il mondo fu il suo kolossal di sette ore e 19 minuti “Sátántangó”, 1994, seguito da “Le armonie di Werckmeister” (“Werckmeister harmóniák”, 2000) e “L'uomo di Londra” (“A londoni férfi”, 2007), che è forse il suo film più “facile”, tratto da un romanzo di Georges Simenon con un’attrice celebre come Tilda Swinton, presentato a Cannes, dove non vinse nulla però. Col suo ultimo film, “Il cavallo di Torino”, 2011, vincerà l’Orso d’argento a Berlino, Gran Premio della Giuria, l’unico premio importante della sua carriera.

 

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Quando nel 2012 la rivista inglese “Sight&Sound” gli chiederà le sue fonti di ispirazione citerà tra i suoi film preferiti “Aleksandr Nevski” (1938) di Sergej Michajlovic Ejzenštejn, “Au Hasard Balthazar” (1966) di Robert Bresson, “Berlin Alexanderplatz” (1980) di R.W.Fassbinder, “Frenzy” (1972) di Alfred Hitchcock, “M” (1931) di Fritz Lang, “L’uomo con la macchina da presa” (1929) di Dziga Vertov, “La passione di Giovanna d’Arco” (1927) di Carl Theodor Dreyer, “I disperati di Sandor” (1966) di Miklós Jancsó, “Tokyo Monogatari” (1953) di Yasujiro Ozu e “Vivre Sa Vie” (1962) di Jean-Luc Godard.

 

Rispetto al suo cinema dirà: “Se sei un vero regista devi avere il tuo stile, il tuo linguaggio. Che dipende dal tuo background culturale, dalla tua storia e dal tuo budget, ovviamente, e da molte cose che già possiedi. Perché, per come la vedo io, per come la vedo io, fare cinema è una sorta di reazione al mondo: stai solo dicendo alla gente come vedi il mondo, dal tuo punto di vista, ovviamente.

satantango film di bela tarr

 

Ma, sai, è per questo che non ascolto le altre circostanze, quello che fanno gli altri, perché è impossibile seguire qualcuno, impossibile dire "OK, questa è una tendenza", o "cosa vorremmo mantenere" o "è decisamente falso, sbagliato". Devi essere te stesso, devi raccontare tutto dalla tua prospettiva e devi avere un tuo linguaggio; e se hai un tuo linguaggio, non ti importa del mondo e di niente, in realtà, ed è quello che sento, quello che ho imparato”.

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Quelli che vedeva come registi fratelli, suoi contemporanei, erano Tsai Ming-liang, Apichatpong Weerasethakul, Carlos Reygadas, Jim Jarmusch, Guy Maddin, e Pedro Costa. Riguardo alla sua ossessione per il piano sequenza, che lo rese leggendario col suo pubblico, dirà, “Sai, mi piace la continuità, perché crea una tensione speciale. Tutti sono molto più concentrati rispetto a quando si hanno queste riprese brevi. E mi piace molto costruire le cose, concepire le scene, come possiamo girare attorno a qualcuno, sai, tutti i movimenti impliciti in queste inquadrature. È come un'opera teatrale, e come possiamo raccontare qualcosa, raccontare qualcosa della vita... Perché è molto importante rendere il film un vero processo psicologico”.

 

il cavallo di torino.

Dopo il suo ultimo film, “Il cavallo di Torino”, del 2011, che partiva dalla storia di un cavallo che aveva fatto impazzire Nietzche, pensò che la sua parabola fosse finita, di aver completato uno stile.. Che non aveva più molto da dire nel cinema. “Fai sempre la stessa cosa ogni giorno, ma ogni giorno è un po' diverso, e la vita diventa sempre più debole, e alla fine scompare. Questo è ciò che ti mostra questo film”, dirà.

 

E, ancora, “Fare il regista è un bel lavoro borghese. Ma io non voglio davvero farlo. Non sono un vero regista. Ho sempre lavorato per le persone e volevo solo raccontare qualcosa delle loro vite. In questi 34 anni di cinema, ho detto tutto quello che volevo dire. Potrei ripeterlo, potrei fare un centinaio di cose, ma non voglio annoiarvi. Non voglio copiare i miei film. Tutto qui”. Metterà scuole di cinema, workshop, sarà molto generoso con tutti, incontri, proiezioni, discussioni.

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Quando László Krasznahorkai, suo sceneggiatore e fonte d’ispirazione per ben cinque film, da "Satantango" a “Il cavallo di Torino”, lo scorso anno vinse il Nobel, lo dedicò a Béla Tarr. “A Béla Tarr, che ha creato i colori facendoli scomparire, perché nei suoi grandi film ha cercato di parlare come il peccatore che tuttavia, con tutti i suoi peccati, deve essere ancora amato.” E’ morto a Budapest dopo una lunga malattia.

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