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MENTRE LA VENDITA DI ‘’LA REPUBBLICA’’ AL MAGNATE GRECO THEO KYRIAKOU DOVREBBE CHIUDERSI, PUR TRA FRIZIONI SUL PREZZO, ENTRO LA SETTIMANA, LA PARTITA PER ‘’LA STAMPA’’ ASSOMIGLIA SEMPRE PIÙ A UNA MANO DI POKER IN CUI MOLTI BLUFFANO E NESSUNO VUOLE VEDERE LE CARTE PER PRIMO - AL CENTRO DELL’OPERAZIONE C’È ALBERTO LEONARDIS: O PORTA 25 MILIONI (MA PER GARANTIRE CONTINUITÀ SERVONO TRA I 40 E I 50) O LA TRATTATIVA FINISCE NEL CASSETTO - LEONARDIS NE AVREBBE FINORA TROVATI CIRCA LA METÀ. NEGLI ULTIMI GIORNI, NELLA CACCIA AFFANNOSA DI IMPRENDITORI, SOPRATTUTTO PIEMONTESI, PRONTI A APRIRE IL PORTAFOGLI SAREBBE ENTRATO IN CAMPO MARCO GAY, PRESIDENTE DELL’UNIONE INDUSTRIALI DI TORINO - I RUMORS SU MARGHERITA AGNELLI - UNA COSA INVECE APPARE GIÀ SCRITTA: L’ATTUALE DIRETTORE ANDREA MALAGUTI RESTEREBBE SOLO IL TEMPO NECESSARIO ALLA TRANSIZIONE E AL PASSAGGIO DI CONSEGNE - IN ATTESA DI SAPER CHI SARA' IL SUCCESSORE DI MALAGUTI, LEONARDIS PUNTA COME VICE-DIRETTORE AD ALESSANDRO DE ANGELIS, VOLTO TELEVISIVO DE “LA STAMPA” E SOPRATTUTTO FIRMA POLITICA DI PESO…

Da  https://www.lospiffero.com/

 

JOHN ELKANN CON LA STAMPA

La partita per La Stampa assomiglia sempre più a una mano di poker in cui molti bluffano e nessuno vuole vedere le carte per primo. Perché nel risiko editoriale che ruota attorno a Gedi e alla dismissione delle testate di casa Agnelli, il tempo ha smesso di essere una variabile elastica: si è fatto clessidra. E la sabbia sta finendo.

 

La settimana che si apre viene descritta come decisiva per i destini del giornale domestico mentre quella per Repubblica procede – pur tra frizioni sul prezzo – verso il miliardario greco Theodore Kyriakou. 

 

Ma se per il quotidiano romano l’orizzonte appare ormai tracciato, via Lugaro è ancora immersa in una nebbia fitta, dove si intravedono cordate, relazioni, smentite e soprattutto soldi che non bastano mai. 

 

ALBERTO LEONARDIS

E al centro c’è lui: Alberto Leonardis, detto il “Biondo” negli anni giovanili, l’umanista-deal maker con la valigetta piena di relazioni e il portafoglio ancora troppo leggero. Per l’imprenditore abruzzese è arrivato il redde rationem: o porta i soldi o la trattativa finisce nel cassetto delle occasioni mancate. E a Torino, dove l’olfatto per le operazioni incompiute è finissimo, più d’uno già annusa puzza di bruciato.

 

La Stampa d’Abruzzo

Se l’operazione dovesse riuscire, qualcuno ha già coniato la definizione: “La Stampa d’Abruzzo” Perché attorno a Leonardis – aquilano, ex lobbista, curriculum tra Telecom, EY, Microsoft, Siemens Medical Solutions e Oracle – gravita una pattuglia di conterranei: il cfo Massimo Briolini, l’avvocato Marco Racano, il direttore Luciano Tancredi. Una filiera di fedelissimi cresciuti insieme tra scuola, amicizie e carriere parallele.

 

Leonardis – aquilano, 59 anni, formazione pedagogica, ex lobbista – non è un imprenditore classico. È un tessitore di capitali, uno che costruisce matrioske societarie attorno a un’idea. 

 

alberto leonardis

Con il gruppo Sae ha già comprato dal gruppo Gedi diverse testate locali: Il Tirreno, le Gazzette emiliane, La Nuova Ferrara e La Nuova Sardegna. La visione è ambiziosa: creare un polo di comunicazione integrata, tra giornali, eventi, audiovisivi e servizi corporate, in una specie di Netflix dell’informazione territoriale.

 

Nel frattempo, Leonardis avrebbe già messo a punto anche la struttura societaria dell’operazione, modellata su quanto sperimentato in Sardegna: la creazione di una newco – “Sae Piemonte” – controllata da una holding articolata in partecipazioni, con l’assegnazione della testata a una fondazione. 

 

Una architettura che consentirebbe di accedere ai contributi pubblici all’editoria e di alleggerire il peso finanziario complessivo. L’ingegneria societaria, insomma, c’è. Quello che continua a mancare sono i capitali necessari a farla funzionare.

 

Il problema è molto più prosaico: trovare i soldi per la Busiarda. Il prezzo del quotidiano torinese con il centro stampa si è ormai assestato sui 25 milioni. Ma per garantire continuità servono tra i 40 e i 50. 

 

john elkann

Leonardis ne avrebbe finora trovati circa la metà, un paio con quote da 2,5 milioni, tra cui un gruppo agroalimentare. Non abbastanza. Così è partito il pellegrinaggio: fondazioni bancarie, cooperative, imprenditori. Risultato? Molti no grazie.

 

 

 

Le fondazioni piemontesi hanno declinato. E anche sul fronte cooperativo la musica non è stata diversa: negli ambienti della cooperazione sono letteralmente caduti dalle nuvole quando è circolata la voce di un possibile investimento da 10 milioni di Coop Alleanza 3.0. 

 

Leonardis, in effetti, qualche relazione ce l’ha – in particolare con il presidente Livio Trombone, maturata ai tempi dell’acquisto delle testate emiliane – ma da lì a trasformare i rapporti in un assegno milionario ce ne corre. E parecchio. Negli ambienti finanziari qualcuno parla apertamente di capitali “dati per certi” quando erano solo contatti preliminari. 

 

Enrico Marchi

Inoltre, Leonardis paga anche uno stile che non sempre ha fatto breccia nei salotti della città, dove il pedigree conta quasi quanto il conto corrente. Eppure il tempo stringe: John Elkann non vuole tirare per le lunghe ed è disposto a concedere dilazioni e facilitazioni pur di chiudere.

 

La diffidenza nasce anche dal precedente clamoroso: la trattativa con Enrico Marchi e la sua Nem. Sembrava fatta: accordi definiti, closing imminente, stretta di mano, che per un galantuomo come Marchi vale quanto un atto notarile. 

 

Al punto che lo stesso Elkann in un colloquio informale con il sindaco Stefano Lo Russo aveva confermato. Poi il patatrac. Trattativa saltata, amarezza enorme e comprensibili reazioni amareggiate, con giudizi pubblici poco lusinghieri sui giannizzeri di corte. Marchi oggi osserva da lontano. E se Leonardis facesse un buco nell’acqua, qualcuno scommette che potrebbe tornare in pista.

 

L’asso nella manica: Orsini

Negli ultimi giorni, nella corsa affannosa a caccia di capitali, sarebbe entrato in campo un “supporter di peso”: Emanuele Orsini, dal maggio 2024 presidente di Confindustria. Non come investitore diretto – l’attuale numero uno di viale dell’Astronomia, infatti, non è esattamente alla testa di un impero industriale (un prosciuttificio e costruzioni in legno) – ma come facilitatore: attivare imprenditori, soprattutto piemontesi.

emanuele orsini - confindustria

 

Il compito sarebbe stato affidato a Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali di Torino, con l’invito a trovare colleghi disposti a mettere mano al portafoglio. Qui la faccenda diventa quasi grottesca. 

 

 

 

Perché Gay – al di là dei titoli – non è il classico capitano d’industria: guida un raggruppamento di startup “innovative”, un ecosistema più abituato ai pitch deck che ai bonifici.

 

E, dettaglio non secondario, sarebbe lui stesso alla ricerca di capitali per dare solidità alla propria attività, se non addirittura per passare la mano (per informazioni chiedere a Francesco Canzonieri di Nextalia, già in affari con Advent su Tinexta).

 

Insomma, il cercatore di soldi incaricato di trovare soldi per altri. Una scena che a Torino definiscono, con elegante understatement, “non ideale”.

 

C’è poi il contesto: via Fanti è in disarmo da anni, travolta dalla crisi del vecchio sistema Fiat. L’Unione Industriali non è più il luogo dove si decide il destino economico della città, ma piuttosto il salotto di una borghesia che conta sempre meno e se ne accorge sempre di più.

marco gay

 

E come se non bastasse, la platea industriale piemontese non sostenne Orsini quando si candidò alla guida di Confindustria. Non il miglior biglietto da visita per presentarsi a chiedere soldi. Ma Gay che punta alla successione di Orsini si sta agitando o almeno è questa l’impressione che vuole dare.

 

«Mi sono limitato a dare il numero di telefono di Gay», dice allo Spiffero Orsini, attento a non farsi attribuire alcun ruolo di sponsor nella partita: sia Leonardis sia Marchi, del resto, sono imprenditori associati al sistema Confindustria e il presidente non vuole apparire schierato con uno o con l’altro essendo peraltro editore in proprio del Sole 24 Ore.

 

Il risultato è che l’operazione Leonardis rischia di trasformarsi in un paradosso torinese perfetto: un presidente nazionale che prova a mobilitare imprenditori locali poco entusiasti, attraverso un leader territoriale che non ha capitali propri e ne cerca per sé. 

 

Più che una cordata, una colletta condominiale. E a questo punto, la domanda diventa inevitabile: se davvero La Stampa interessa così tanto alla Torino industriale, perché nessuno mette mano al patrimonio famigliare? Oppure – ed è il sospetto più cattivo – semplicemente non interessa granché.

john elkann margherita agnelli

 

Il notaio Gianduia e mamma Margherita

Nel “giro delle sette chiese”, Leonardis non poteva non finire anche in corso Galileo Ferraris, uno degli indirizzi della Torino che conta (o pensa di contare). Allo studio del notaio Andrea Ganelli, in quella bella palazzina della Crocetta, dove certe operazioni non si annunciano: si lasciano filtrare, come profumo in ascensore.

 

È lì, infatti, che sarebbe spuntato fuori il nome di Margherita Agnelli come potenziale investitrice. Un nome che ha fatto balzare sulla sedia Elkann visto lo scontro giudiziario che da anni contrappone il presidente di Exor e Stellantis alla madre.

 

Smentiscono tutti. E quindi, formalmente, non ci sarebbe motivo per dubitare. Eppure – qui sta la malizia torinese che non muore mai – l’operazione non sarebbe affatto una boutade, sarebbe solo dilazionata: l’ingresso di Margherita dovrebbe avvenire dopo la chiusura della trattativa, per evitare che, dati i rapporti pessimi tra madre e figlio, salti tutto. 

 

alessandro de angelis foto di bacco

Nella ricostruzione che circola in città, c’è anche un dettaglio che pesa come un’ombra lunga: Ganelli avrebbe intrattenuto rapporti con Dario Trevisa, l’avvocato che patrocina la figlia di Gianni Agnelli. Addirittura, secondo rumors, il notaio Gianduia avrebbe fornito pareri professionali, in particolare sulle conseguenze che il procedimento giudiziario potrebbe avere sugli assetti delle holding di famiglia. Chissà.

 

De Angelis, Di Rosa e il rebus della direzione

Se i soldi sono il motore dell’operazione, il piano editoriale del giornale è la carrozzeria: quella che tutti vedono e su cui si misura la credibilità dell’intero progetto. Per questo Leonardis si è affidato a Antonio Di Rosa, decano del giornalismo italiano con trascorsi importanti tra Corriere della Sera e proprio La Stampa, uomo di redazioni e di potere, profondo conoscitore degli equilibri torinesi. 

 

alessandro de angelis e annamaria bernini

È lui che sta tessendo la tela per trovare un direttore di alto standing, nome indispensabile per rassicurare ambiente, politica e inserzionisti dopo il tramonto – ammesso sia mai stato davvero concreto – dell’ipotesi Ferruccio De Bortoli.

 

Dentro via Lugaro, però, Leonardis un presidio ce l’ha già. Si chiama Alessandro De Angelis, aquilano come lui, qualche anno più giovane, volto televisivo del giornale e soprattutto firma politica di peso. 

 

De Angelis, sentimentalmente legato alla ministra Anna Maria Bernini, rappresenta un punto di contatto naturale tra il futuro editore e la redazione. Non sembra destinato alla poltrona di direttore – prospettiva a cui lui stesso pare per nulla interessato – quanto piuttosto a un ruolo chiave nell’eventuale nuova governance editoriale: si parla di una vicedirezione con delega alla politica, posizione che gli consentirebbe di mantenere centralità e influenza.

 

Il combinato disposto è interessante: da un lato Di Rosa che cerca un direttore “di richiamo”, capace di dare autorevolezza immediata; dall’altro De Angelis nel ruolo di cerniera tra editore, politica e vertice editoriale nella fase di riassetto. Più che un semplice raccordo, qualcuno ipotizza che possa toccare a lui contribuire a ridisegnare la prima linea di comando, con un ruolo forte – formalmente vicedirettore con delega politica – ma sostanzialmente centrale negli equilibri futuri.

andrea malaguti

 

Una cosa invece appare già scritta: l’attuale direttore Andrea Malaguti resterebbe solo il tempo necessario alla transizione e al passaggio di consegne. Leonardis è consapevole che Malaguti aveva in mente prospettive diverse e, nei mesi scorsi, avrebbe coltivato relazioni con altri potenziali compratori.

JOHN ELKANN IN REDAZIONE A LA STAMPA DOPO L ASSALTO DEI PRO PAL

 

theodore kyriakou quotidiano la stampastefano lo russo 1alberto leonardis

 

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