VOI CREDETE A UN BANANA, GRANDE AMICO DI NAZARBAEV, CHE CAZZIA L’INETTO ALFANO SUL CASO SHALABAYEVA?

Francesco Bei per "la Repubblica"

«Con questa faccenda del Kazakhstan Angelino mi ha combinato un casino proprio quando ne avevo meno bisogno». È iniziato così, sabato sera, un lungo sfogo telefonico che uno degli esponenti più in vista della maggioranza tripartita ha raccolto dalla viva voce di Berlusconi.

Una confidenza sorprendente per almeno due ragioni. Non solo perché la vulgata ha da subito attribuito proprio al Cavaliere la regia occulta dell'affaire Shalabayeva, per fare un favore al suo "amico" Nazarbayev. Ma stupefacente anche rispetto alla difesa a tutto tondo che da Berlusconi è arrivata pubblicamente nei confronti del ministro dell'Interno. Prima con una intervista e poi con la presenza fisica, nell'aula del Senato, per sostenerlo durante il dibattito sulla mozione di sfiducia presentata da Sel e M5S.

E invece Berlusconi, nel corso della telefonata, è apparso piuttosto irritato con il segretario del Pdl per la grande fibrillazione che lo scandalo Shalabayeva ha portato nella maggioranza. In un momento in cui tutto vuole il Cavaliere tranne che terremotare il quadro politico. Per questo da giorni sembra sparito dai radar, più colomba delle colombe, pronto a ripetere come un disco che anche in caso di condanna «il governo andrà avanti».

È la strategia scelta da Berlusconi in vista del 30 luglio (ma la decisione della Cassazione è attesa per il giorno successivo): raffreddare lo scontro politico nella speranza di congelare anche il processo. Abbassare i toni, immergersi sotto la superficie per "aiutare" i supremi giudici a venire incontro all'imputato eccellente. E acconsentire, almeno, a un rinvio a fine settembre della sentenza. Prendere tempo.

Una strategia che ha rischiato di saltare definitivamente con il caso Shalabayeva. Quando per salvare «Angelino» il Pdl è stato costretto ad agitare la minaccia di una crisi di governo che Berlusconi assolutamente vorrebbe evitare. È per questa ragione che il Cavaliere ha ordinato ai falchi di tacere, di non fare nulla, di non provocare scosse finché non sarà più chiaro il suo destino processuale.

E risponde proprio a questo imperativo anche l'ultima uscita di Renato Brunetta: l'apparente rilancio sulla sfida avanzata da Guglielmo Epifani per arrivare a un «tagliando» del governo a settembre. Un'espressione antica, quella del segretario del Pd, letta da tutti come la richiesta di un rimpasto per far fuori Alfano. «Dobbiamo fermare subito questo giochino», ha chiesto il Cavaliere. Così Brunetta ha lanciato il suo avvertimento al Pd: se chiedete un rimpasto, sappiate che saremo noi a pretendere più peso nel governo, una rappresentanza pari almeno alla vostra dato che abbiamo preso quasi gli stessi voti.

E la questione rimpasto è immediatamente sparita dal tavolo, anche per espressa volontà di Enrico Letta che non aveva fatto mistero di considerarla un inutile elemento di fibrillazione. Di fatto anche la richiesta di una «moratoria» sui temi etici, giunta dal centrodestra, risponde a questa necessità di non smuovere le acque, di non aggiungere benzina allo scontro politico.

Avanzata dall'ala cattolica del Pdl, la proposta di uno stop sui «temi etici divisi» segnala infatti il rischio che già alla fine della prossima settimana, quando il disegno di legge sull'omofobia approderà nell'aula a Montecitorio, si possa riprodurre la spaccatura nella maggioranza. Alzando la temperatura politica proprio a ridosso della sentenza della Corte di Cassazione.

Il congelamento dello scontro non può che far piacere a palazzo Chigi. Enrico Letta, in questa fase, ha tutto l'interesse ad assecondare questa strategia del Cavaliere. Anche al governo un periodo di pausa nel battibecco quotidiano tra Pd e Pdl risulta utile per arrivare al traguardo della legge di stabilità. E proprio per aiutare il suo esecutivo a "scollinare" l'estate, Letta ha deciso in questi giorni di rimandare ogni decisione sull'Imu alla fine di agosto: «Non voglio aprire ora questo fronte - ha spiegato il premier ai suoi - mi prenderò tutto il tempo che serve». Guadagnando così un altro mese di tregua.

In questo estenuante gioco fatto di attese e rinvii tutti aspettano di sapere cosa faranno i giudici della Cassazione. I ministri del Pdl, soprattutto, vorrebbero tanto credere alle parole del loro leader quando giura (in pubblico e in privato) che, anche se condannato, non si trasformerà in "Caimano" incendiando tutto. «Purtroppo però - confessa uno di loro - noi non abbiamo una visione marxista e determinista della Storia. Sappiamo che la psicologia del Capo conta molto. E nessuno, nemmeno lui, può davvero prevedere come reagirà se tra dieci giorni lo dovessero mandare ai domiciliari».

 

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