IL D-DAY DELLA SECONDA REPUBBLICA - IL BANANA NON INTENDE FINIRE NELL’OBLIO, ECCO PERCHÉ RENDERÀ LA SUA USCITA DAL SENATO UN EVENTO MEMORABILE

Ugo Magri per "la Stampa"

Il dramma psicologico di Berlusconi si racchiude in due parole latine: «Damnatio memoriae». Cioè la condanna all'oblio, che veniva inflitta a quanti meritavano di essere dimenticati. Il Cavaliere sospetta che l'Italia voglia cancellarlo dal suo «hard disk», teme che il voto sulla decadenza sia anticamera del cono d'ombra...

E' questo, si racconta, che più di lo fa impazzire e al tempo stesso spiega come mai il Cavaliere sia così deciso a prendere la parola nell'emiciclo, a trasformare la propria espulsione dal Senato in un evento memorabile. Per usare le parole del personaggio, «quel giorno dovrà restare scolpito negli annali della Repubblica» in modo da impedire che ne svanisca il ricordo.

E non c'è bisogno di essere stati ieri da lui, seduti a pranzo con la Mussolini e la Carfagna, con la Bernini, la Prestigiacomo, per indovinare dove si accanirà Silvio: contro la magistratura italiana, contro le «toghe rosse» in particolare. L'uomo si prepara a scagliare all'indirizzo dei giudici una sorta di biblica maledizione che trasformerebbe l'aula del Senato in una plaza de toros, sangue e arena, con una folla rumoreggiante all'esterno. Perché forte è la tentazione dei pasdaran berlusconiani di trasformare la manifestazione di via del Plebiscito in un presidio rivoluzionario intorno a Palazzo Madama, nel timore che lì si appostino (come fu per Craxi 20 anni fa) i lanciatori di monetine.

C'è dell'altro. Berlusconi vuole parlare a braccio, senza un testo scritto, libero di «boxare» dialetticamente con i banchi della sinistra, felice di cedere alle scontatissime «provocazioni». In diretta tivù, si annunciano scontri verbali da fare arrossire chi crede ancora nella bella politica. Qualcuno suggerisce di prepararsi almeno un appunto, ma il Cav risponde con sdegno: «Sono tutte cose che so a memoria... Volete insegnare a me che cosa debbo dire sulla giustizia?».

A invocare prudenza pare non siano stavolta i soli Letta (Gianni) e Bonaiuti, ma pure l'avvocato Ghedini, il quale vede addensarsi nuove burrasche sul capo del suo cliente, specie dopo che il Tribunale milanese ha messo sotto inchiesta tutti quanti testimoniarono pro-Berlusconi nel processo Ruby. Prendere a insulti i magistrati il giorno prima di essere privato dello scudo parlamentare è una sfida affascinante che, forse, l'ex-premier non può permettersi.

Mercoledì scopriremo. Sempre che il 27 davvero si voti, e il finimondo non venga ancora una volta rinviato. Zanda, capogruppo Pd, lo esclude. Epifani, pure. Persiste tuttavia un filo di incertezza perché il presidente del Senato, Grasso, riunirà la conferenza dei capigruppo dopodomani mattina e da lì verrà l'ultima parola. Alfano, per quanto ormai libero dalle sue catene, resta vincolato umanamente all'ex-leader e insiste per far slittare il giorno del giudizio, complici i ritardi della legge di stabilità.

Il neo-capogruppo Sacconi si batterà per guadagnare qualche giorno ancora. Lo sforzo non è peraltro sufficiente a mettere il Nuovo centrodestra al riparo dagli attacchi forzisti. Anzi, più Alfano vuole mostrarsi leale col Berlusconi e più i «falchi» cercano di scalciarlo via, con Bondi e Brunetta in prima fila.

Forza Italia ha piantato ieri mattina una grana procedurale, l'ennesima, chiedendo a Grasso di riesaminare la famosa seduta della Giunta dove non solo il grillino Crimi, ma svariati altri commissari chattavano allegramente. Grasso considera viceversa il caso «chiuso», attirandosi le contestazioni di Bondi, già psicologicamente in sintonia con quanto Berlusconi intende gridare in Aula: «Lei, presidente, passerà alla storia come colui che ha consentito la violazione di un principio fondamentale». E ancora, quasi fosse motivo di inaudita vergogna: «Lei non è imparziale perché resta un magistrato». Grasso, alzando le spalle: «Ai posteri l'ardua sentenza».

 

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