COME SI SALVA UN PAESE DOVE IL BARBIERE DI MONTECITORIO GUADAGNA PIÙ DEL SINDACO DI NEW YORK?

1 - IL BARBIERE DELLA CAMERA HA FORBICI E RASOIO D'ORO
Carlo Tecce per il "Fatto quotidiano"

Andrew Mark Cuomo, governatore di New York, lo Stato da quasi 20 milioni di abitanti, non lo saprà mai. O forse potrebbe, per le origini italiane. Ma non potrà mai capire perché il suo stipendio (130.000 dollari) sia inferiore ai guadagni di un barbiere di Montecitorio con un'anzianità di 40 anni: 136.120 euro e 23.994 di contributi previdenziali. No, la carriera che s'avvicina al pensionamento c'entra poco: con 30 anni alla Camera, la retribuzione supera i 120.000 euro.

I rasatori e acconciatori dei deputati sono qualificati come operatori tecnici, non sono né privilegiati né esclusivi: ingranaggio di una macchina possente, pepita di una leggenda che non si smacchia facilmente. I signori onorevoli pagano dal '91, prima, cioè Prima repubblica ancora saldamente in piedi, Giulio Andreotti ci passava due volte, al mattino e al pomeriggio.

Perché il Divo Giulio non tollerava che un pelino nero, ormai grigio, sporcasse il suo volto imperscrutabile e ambiziosamente giovanile. La notoria parsimonia ne avrebbe sconsigliato un utilizzo eccessivo. Anche se i deputati trovano piacevoli il rifugio fra le pareti di specchi, le rifiniture dorate, il gelido marmo e quelle poltrone dove ci si aspetta di vedere il broncio di Aldo Fabrizi.

IL RESPONSABILE si chiama Marco Margiotta, in servizio dal 1984. Ha visto sfiorire i baffi di Achille Occhetto e Massimo D'Alema, e con essi la sinistra italiana: ma quei baffi, folti, erano intoccabili. Occhetto e D'Alema non consentivano a nessuno di intralciare il progetto estetico di cui sono fedeli dal liceo.

Un giorno, a Brontolo di Oliviero Beha, Margiotta raccontò che la tintura per gli uomini era un segreto inconfessabile: nel salone di Montecitorio, che Arnaldo Forlani frequentava per impomatare la chioma prima di intervenire in aula, non si va per i ritocchi fondamentali, esistenziali, ma per le esigenze quotidiane. Anche Gianfranco Fini, serioso presidente d'opposizione a Silvio Berlusconi, aveva l'abitudine, quasi il vizio, di eliminare la minima traccia di peluria in volto e poi, fresco di acqua di colonia, poteva governare l'emiciclo.

Da Giorgio Stracquadanio a Gianfranco Rotondi, da destra a sinistra, il barbiere a Montecitorio è un'istituzione che s'è fatta casta più della casta per antonomasia: lavorano soltanto nei giorni di seduta, orario continuato otto-venti. Adesso i nuovi dipendenti sono in ferie sino al 6 settembre, un venerdì, e pazienza se Laura Boldrini dovesse convocare i deputati in anticipo.

Ancora Margiotta, che indossa sempre un completo azzurrino con cravatta leggermente più scura su camicia a sfondo bianco, spiegò che gli strumenti del mestiere trasmettono fiducia ai deputati: le guance vengono insaponate col vecchio pennello e la barba viene teneramente spazzata via con l'allume. In questi anni di repulsioni per il simbolo del palazzo, qualche fustigatore di casta pensò di cancellare la barberia, di rottamare il simbolo della pulizia collettiva: ogni volta che il testo approdava in aula, però, veniva respinto. E gli stessi presidenti Fausto Bertinotti e Franco Marini esaltarono "l'efficienza, l'altissima professionalità e la dedizione al lavoro dei dipendenti dei Parlamento" . Di livello europeo, aggiunsero.

Quando fecero l'ultimo concorso per il salone - da dove spesso scappano per andare a votare le deputate con i capelli bagnati e deputati con la schiuma addosso - si presentarono in sessanta per sei posti. Per poter dire, mentre affilano il rasoio, che la casta non gli torce un capello. Semmai, il contrario.

2 - CAMERA, IRA DEI DIPENDENTI PER GLI STIPENDI ON LINE "SONO ALTI MA IL PARLAMENTO FUNZIONA GRAZIE A NOI"
Mauro Favale per "la Repubblica"

«E a lei? Le piacerebbe se il suo stipendio finisse on line? ». Montecitorio, pieno agosto. Transatlantico deserto, buvette chiusa. L'assistente parlamentare ha un pacco di documenti sotto il braccio: si ferma un attimo per rispondere, poi si gira e fila via rapido un po' infastidito. Il clima alla Camera, il giorno dopo l'operazione glasnost voluta da Laura Boldrini, è questo qui: nessuno ha apprezzato gli effetti della pubblicazione della tabella completa con incarichi, retribuzioni e scatti di anzianità dei 1500 dipendenti di Montecitorio.

In generale, la voglia di parlare è poca. «Rischio un'azione disciplinare, sa?», avverte la signora bionda in uno dei pochi uffici rimasti aperti. Non vuole dire il suo nome, però si sfoga: «Non siamo mica politici: perché mettere on line i nostri stipendi? Siamo lavoratori che per stare qui hanno superato un duro concorso».

E ora guadagnano cifre importanti: al di là dei 406 mila euro del segretario generale (il vertice di una piramide che a scendere vede 176 consiglieri parlamentari, 4 interpreti, 288 documentaristi, 377 segretari, 149 collaboratori tecnici, 411 assistenti parlamentari e 59 operatori tecnici) le retribuzioni base sono di tutto rispetto, con un minimo di 30mila euro l'anno per il livello più basso all'ingresso a Montecitorio. Poi, crescono con l'anzianità: dopo 20 anni di lavoro nessuno guadagna meno di 89mila euro. E via, via a salire.

«È vero, sono buoni stipendi. Ma mica abbiamo vinto una lotteria o ereditato lavoro: io ho una laurea, due master e un dottorato. Per il concorso ho studiato un anno. Quello che ho me lo sono guadagnato». Il documentarista (anche lui, rigorosamente senza nome) non ci sta a passare per un privilegiato.

«Mi rendo conto di quello che accade fuori di qui: c'è la crisi, le aziende che falliscono, le cassa integrazioni. So di stare meglio di altri. Ma lo stipendio che prendiamo è commisurato a ciò che facciamo». Snocciola un lungo elenco di cifre: «Mediamente ogni dipendente ha 108 ore a testa di lavoro in eccesso, 70 giorni di ferie non godute. Lavoriamo senza orari. Quando c'è stato l'ostruzionismo sul decreto "del fare" siamo rimasti 25 ore filate a Montecitorio. E poi non abbiamo diritto di sciopero e non abbiamo straordinari».

Rivendica con orgoglio il suo lavoro: «Siamo indispensabili per il corretto svolgimento dei lavori parlamentari. Senza di noi i deputati non sarebbero in grado ». «Fino alla metà degli anni ‘90 - racconta un assistente parlamentare davanti agli ascensori che portano alle commissioni - c'erano politici esperti che conoscevano il funzionamento della " macchina" parlamentare. Adesso non è più così».

E poi c'è il problema delle minacce. «La gente se la prende con noi: prima sui siti (su Facebook a fine luglio, ndr), poi è capitato anche a qualche collega uscito in divisa dalla Camera», spiega. «L'avevamo segnalato alla presidente ma lei è voluta andare avanti».

Il rapporto tra i dipendenti e la Boldrini non pare idilliaco: «Lei non si rende conto: c'è una frustrazione nel Paese che si scarica su di noi». «Non ci sto a fare il capro espiatorio della crisi, noi le tasse le paghiamo tutte», conclude l'assistente. «E ora basta, le ho detto pure troppo». All'uscita dalla Camera, verso le cinque di pomeriggio, una famiglia di turisti sbuca davanti a Montecitorio da via in Acquiro: «E in quel palazzo ci stanno i "magnaccioni": fai una foto, va'».

 

LAURA BOLDRINI ALLA CERIMONIA DEL VENTAGLIO A MONTECITORIO buvette montecitorioCHIAMATA A MONTECITORIO MONTECITORIO VUOTO GIANFRANCO FINI SULLO SCRANNO PIU ALTO DI MONTECITORIO PROTESTA CON LA MONNEZZA DAVANTI A MONTECITORIO Manifestazioni a montecitorio

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