COSTANZO A-LIVE: “L’ATTENTATO DI VIA FAURO? OGNI VOLTA CHE CI PENSO, MI RIPETO: AMMAZZA CHE CULO”

Malcom Pagani per "Il Fatto Quotidiano"

‘Sono nato una seconda volta fuori dal teatro Parioli, tra via Fauro e via Boccioni, il 14 maggio 1993. Prima il rumore. I vetri rotti. Il botto. Un botto pazzesco. Io che chiedo ‘state bene?', esco dalla macchina e zoppico con i vetri nelle scarpe. Poi la luce. Una lingua di fuoco. De Palo, l'autista, era una maschera di sangue. Ancora lavora con me. Sono passati vent'anni".

Maurizio Costanzo, che ad agosto ne compirà 75, è in piedi e nella stessa posizione rimarrà senza cedimenti per più di quaranta minuti: "Continuo a lavorare tutti i giorni, a casa mi annoio".

Una bottiglia di acqua minerale con una cannuccia in tinta. Libri di Flaiano sulla scrivania e fotografie alle pareti. In alto, in un bianco e nero d'epoca che contrasta con il colore dei ricordi, un'istantanea sbiadita. Una puntata congiunta di Samarcanda e del suo show. Fine settembre '91.

Una staffetta Rai-Mediaset pensata con Michele Santoro in cui Cuffaro urla in diretta contro Falcone, un Costanzo poco più che 50enne brucia una maglietta "Mafia made in Italy" e Toto Riina guardandolo, dice soltanto: "Questo ha rotto i coglioni". Ricordando l'attentato del 1993, l'ouverture di un'estate stragista, misteriosa ed eversiva: "Il passaggio strategico e non certo casuale di Cosa Nostra dall'Isola al Continente" Costanzo gioca di sottrazione.

Sbaglia per difetto il numero dei chili di tritolo: "Cento? Mi sembrava fossero 70". Confonde il modello della macchina utilizzata per la detonazione: "Quindi era la uno Bianca, proprio come quella Uno bianca e non una seicento, davvero?".

Traduce in un'immagine cruda il naturale sollievo dello scampato: "Dieci giorni dopo la bomba andammo dalle parti di Nettuno, in una scuola di Polizia per la simulazione di via Fauro. I manichini vennero decapitati dall'esplosione. La fine che avremmo dovuto fare noi. Ci salvammo per tre secondi". Sul televisore scorrono le lamiere dell'autobomba di Bengasi, Costanzo osserva: "Come quella volta".

Via Fauro anticipò l'incrudirsi della strategia della tensione. Tredici giorni dopo, a Firenze, in via dei Georgofili, le vittime dell'assalto allo Stato saranno cinque.
Di tutto questo all'epoca non sapevo nulla. Avevo ricevuto qualche minaccia e per pura routine l'avevo passata alla Digos. Lettere anonime. Disegni di piatti fumanti con la mia testa. Cose così.

In via Fauro all'inizio pensai allo scoppio di una tubatura del gas. Io e Maria facemmo l'autostop. Ci diedero un passaggio, a bordo salì anche il nostro cane. Tornammo a casa scossi, ma ignari. Tutto sommato tranquilli. Dopo mezz'ora arrivò il cinema.

Il cinema?
Le sirene. La polizia. I carabinieri. L'inferno di cristallo. Ci volle tempo per rendermi conto di cosa era successo e forza d'animo per ascoltare da magistrati straordinari come Saviotti, Vigna e Chelazzi, la ricostruzione di quella vicenda, i racconti sui brindisi alla mia morte tra mafiosi in carcere. Siamo vivi per miracolo. Per un errore. Per una casualità.

Pochissimi secondi di ritardo nel premere il bottone.
L'autista mi chiese di essere liberato per la serata e così feci chiamare una seconda macchina. Gli attentatori sbagliarono bersaglio e i tre secondi di ritardo dell'attentatore nel premere il bottone ci salvarono la vita. Poco tempo dopo andai a Firenze e per la prima e ultima volta vidi in faccia i Graviano e tutti quelli che me volevano ammazzà. Fu dura. Questa storia mi ha insegnato molte cose. Alcune sul valore degli uomini di scorta e dei magistrati. Altre meno belle.

La paura?
Non tanto per me che pure, nell'imminenza dell'attentato avevo pensato: "Se c'è anche un solo morto io smetto di fare ‘sto mestiere", quanto per Maria. Lei, per dire, soffrì moltissimo. Ebbi persino paura non si riprendesse. Vivemmo la cosa in modo diverso, comunque. Io mi considerai molto fortunato. Ripensavo alla dinamica, ai chili di tritolo usati in via Fauro e mi ripetevo: "Ammazza che culo". Lei era turbatissima. Mi dispiaceva di averle provocato una violenta ansia. Così le promisi che sarei stato più attento.

Lo fu?
Non molto. Andai al Politeama con la vedova Borsellino, in Sicilia a deporre senza reticenze in un processo di mafia e non smisi di occuparmi della questione. Quando vedevo le misure di sicurezza e i ponti bonificati non stavo bene. Ma a un ladro devi dire ladro. A un mafioso, mafioso.

Ha mai sentito parlare di una lettera contenente minacce a varie autorità scritta da alcuni sedicenti detenuti al 41-bis nel gennaio 1993. Oltre all'indirizzo del Vaticano e a quello del presidente della Repubblica, tra i molti, c'era anche il suo.
Come no, certo che ne ho sentito parlare. Sono stati colpiti tutti i destinatari, personalmente, o attraverso l'istituzione come nel caso delle Chiese.

Di lei si sarebbero dovuti occupare i Corleonesi.
All'inizio. Poi subentrarono i catanesi e nella discussione: "Lo faccio io, no lo fai te" si perse molto tempo. Mi dissero, ma non trovai conferma, che Matteo Messina Denaro si fosse spinto personalmente a controllare i miei spostamenti dalle parti del Parioli. Chissà, se fossero saliti a Roma Santapaola e i suoi, come mi dissero i magistrati, per eliminarmi sarebbe bastata una sventagliata di mitra.

In via Fauro abitava anche Lorenzo Narracci, ex vice di Bruno Contrada al Sisde. Mai pensato che la bomba fosse per lui?
Mai. Mi parve inverosimile.

Che impressione le ha fatto vedere lo Stato coinvolto in una possibile trattativa con la mafia?
Un'impressione terribile. Ho letto molto, non abbastanza. Mi auguro sempre che non sia vero. Ci spero il giusto,
ma continuo a sperare. Sinceramente. Anche se è astratta-mente possibile che si sia verificata, esprimere una verità storica è molto complicato. Proprio il giorno in cui è morto Andreotti mi è capitato di riflettere su quanti ragionamenti il senatore abbia portato con sé.

Nel 2009 lei dichiarò che D'Alema e Violante le dissero che dietro a via Fauro c'era l'ombra di Berlusconi. Lei era stato tra i più accaniti dissuasori degli ultras che volevano far nascere Forza Italia.
Verissimo. Mi opposi con durezza, meno vero, anzi falso, è che il nome di Berlusconi mi fosse stato fatto da D'Alema e Violante. Lo scrisse il Riformista. Inviai una rettifica.

Però glielo dissero.
Eccome. Non me lo sono inventato. Nel camerino del teatro Parioli, mi pare. La voce diceva che la soffiata venisse da un pentito. Non ci ho mai creduto. Mai. Era un po' troppo. Anni dopo, quando era già presidente del Consiglio, Berlusconi venne in trasmissione. Uscì per caso il discorso e lui ci scherzò: "Già dicono che io ti ho messo la bomba in via Fauro, adesso diranno che ti ho levato la scorta". Andò tutto in onda.

 

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