dago roberto dagostino d'agostino d agostino.

“SONO LIBERO E STRONZO. AMO METTERE ZIZZANIA. IL CORAGGIO È CHIEDERE SCUSA” – DAGO SI CONFESSA CON SABELLI FIORETTI: “I MIEI NEMICI NON SI CONTANO. SICCOME CRITICO IL GOVERNO MELONI E LORO SI IDENTIFICANO CON LO STATO, PER LA PROPRIETÀ TRANSITIVA IO SONO ‘TERRORISTA’. MA FRATELLI D’ITALIA HA IL 27%, NON SONO DIVENTATI LO STATO. IL SUO AUTORITARISMO, ‘O CON ME O CONTRO DI ME’, NON DURA MINGA - MELONI HA DETTO: ‘NON MI FACCIO DIMETTERE UN MINISTRO DA DAGOSPIA’. POI SANGIULIANO SI È DIMESSO” – “GIORGIA, AL DI LÀ DELLA SUA IMMAGINE DA BORGATARA COATTA, È FRAGILE. E SOFFRE LA SINDROME DI ''CARLITO’S WAY'': L’IMPOSSIBILITÀ DI LIBERARSI DEL PASSATO. QUALCHE ANNO FA VENIVA A CHIEDERMI CONSIGLI. LE DISSI CHE NON DOVEVA PRESENTARSI CON LA RUSSA E SANTANCHÈ, DUE RELIQUIE DEL PASSATO” – “I GIORNALI RESPINGONO LE NOTIZIE, DAGOSPIA LE ATTIRA” – BOCCIA-SANGIULIANO, IL CASO GIAMBRUNO, LA “PROFEZIA” DI PAOLO MIELI: ‘INTERNET È UNA MODA STAGIONALE, COME IL BORSELLO’. MIELI NON CAPIRÀ UN CAZZO, MA DA ROMANO HA SEMPRE LA BATTUTA GIUSTA. E SE FUNZIONA CI STA ANCHE LA CAZZATA…”

 

MAURIZIO COSTANZO SHOW, DAGO A CARMELO BENE: 'SE NON ESISTI PERCHE' TI TINGI I CAPELLI?'

 

DAGO - ARTWORK SU UNA FOTO DI CLAUDIO PORCARELLI

Estratto dell’articolo di Claudio Sabelli Fioretti per “la Repubblica – U”

 

Il 1965 fu un anno fondamentale per Roma. Aprì i battenti il Piper Club. Prima c’erano solo le parrocchie, per giocare a pallone e vedere i film. Il Piper divenne il mio oratorio. Mio padre lavorava alla Breda, saldatore. Mia madre faceva i reggiseni.

 

La domenica andavano a mangiare da Canepa alla Stazione Termini. Supplì fantastici. Io sono stato svezzato tra Azione Cattolica e boy scout, all’oratorio della parrocchia di San Lorenzo.

 

Al Piper andavamo il pomeriggio e qualche volta la sera. Un giorno vennero quelli di Bandiera Gialla in cerca di pubblico giovane. E conoscemmo i mitici Arbore e Boncompagni.

 

claudio sabelli fioretti

Eravamo un centinaio. I fricchettoni di Roma. Al Piper non pagavamo, eravamo considerati un’attrazione. Vestivamo in maniera pittoresca, barbe, capelli lunghi.

 

Seduti ai tavoli, c’erano un sacco di “guardoni”, anziani che venivano a sbirciare le ragazze, Patty Pravo, Loredana Berté, minigonne pazzesche, e questi erano lumaconi, impazziti a guardare le gambe.

 

Io ero balbuziente, quasi non parlavo. Quando volevo dire “ti amo” a una fanciulla mi incantavo sul “ti-ti-ti”. Sembrava la canzone di Umberto Tozzi e le ragazze ridevano. E portavo gli occhiali. Quattrocchi.

 

A San Lorenzo mi prendevano tutti per il culo. Ma ero grosso e picchiavo. Parlando poco, leggevo molto. Sapevo tutto della Beat Generation, di Kerouac, Ginsberg.

 

Un giorno del 1965 io e il mio amico Paolo Zaccagnini riuscimmo a ottenere un appuntamento con Fernanda Pivano.

zaccagnini dago

La traduttrice delle opere della Beat Generation, autrice dell’introduzione di Sulla strada che aveva scoperchiato i nostri cervelli, ci dette appuntamento in un salottino dell’Hotel Hassler.

 

Ci travestimmo da “vagabondi” della Route 66. Lei ci ricevette in tailleurino, filo di perle, capelli a caschetto. Borghesissima. “Che cosa gradite ragazzi? Un tè francese, inglese, cinese?”.

 

Noi conoscevamo a malapena il tè Ati Nuovo Raccolto.  “Un tè alla russa?”. Zaccagnini scattò in piedi con il pugno chiuso: “Alla russa!”.

 

dago e renzo arbore quelli della notte 6

A 18 anni lavoravo in una fabbrica di legnami. A 20 entrai in banca, uscendo a 32.

 

Per superare la nausea di contare soldi e timbrare cambiali, il farmaco era il rock.  Di notte scrivevo recensioni di dischi sui giornali.

 

Ho fatto il dj a Radio Blu e Città Futura. Nel ’78 passai da Lotta Continua all’Europeo, dove conobbi Lamberto Sechi, Barbara Palombelli, Federico Zeri, Ludovica Ripa di Meana, Valerio Riva, Pasquale Chessa, Gella Minetti...».

 

eva grimaldi dago

Roberto D’Agostino è fatto così. Gli dai una mano e si prende il braccio. Adora parlare, gli piacciono ricordi, storie, pettegolezzi. È logorroico. Curioso come una scimmia. Per questo è il re del gossip.

 

Il suo giornale online Dagospia è più famoso e letto del Corriere della Sera. Ma io, arrivato a un’irresistibile scena del film Mutande pazze in cui mi racconta di un Raoul Bova che non riesce a baciare Eva Grimaldi e lei per vendetta gli mozzica il labbro inferiore rendendolo simile a una braciola, mi ricordo del mio dovere di intervistatore. Fare domande.

CLAUDIO SABELLI FIORETTI IN LODE DI DAGOSPIA

 

gianni agnelli 1

CLAUDIO SABELLI FIORETTI: Come nasce Dagospia?

ROBERTO D’AGOSTINO: «Gianni Agnelli, Alain Elkann e Barbara Palombelli».

 

CSF: Genitori illustri.

RD’A: «Ogni settimana facevo cinque pagine sull’Espresso: storielle, raccontini, pettegolezzi. Una rubrica che si chiamava “Spia”. All’indomani di una visita di Agnelli, Luna Rossa aveva iniziato a perdere le gare di Coppa America.

 

“L’Avvocato porta sfiga”, bofonchiava al telefono il patron di Prada, Bertelli. Io lo scrissi. Alain Elkann fece gentilmente leggere il pezzullo al suocero. Agnelli fece lo shampoo all’editore Caracciolo. Caracciolo fece lo shampoo al direttore Anselmi. Anselmi fece lo shampoo a me. Fine della rubrica “Spia”».

paolo mieli versione mago otelma

 

CSF: E Dagospia?

RD’A: «Barbara Palombelli, per consolarmi, mi incitò ad aprire un sito per metterci le cose che mettevo sull’Espresso. Lo feci».

 

CSF: Primo scoop?

RD’A: «Sonia Raule. Arriva da me Chicca Olivetti, signora dei salotti milanesi, e mi porta la notizia che il presidente Enel Franco Tatò voleva accaparrarsi Telemontecarlo per dare la direzione artistica a sua moglie Sonia. Io titolai: “Dal materasso alla rete…”».

 

roberto d agostino e barbara palombelli foto mezzelani gmt042

 

CSF: Successone.

RD’A: «Nessuno credeva a Dagospia. Paolo Mieli mi disse: “Internet è una moda stagionale, come il borsello”».

 

CSF: Paolo Mieli…

RD’A: «Mieli non capirà un cazzo, ma da romano ha sempre la battuta giusta. E se funziona ci sta anche la cazzata».

 

CSF: Chi erano i tuoi informatori?

RD’A: «Intanto Cossiga. Ero l’unico che gli dava spazio. Nemmeno il suo compagno di merende Pippo Marra, proprietario dell’Adnkronos, pubblicava più le sue “picconate”».

 

CSF: Solo Cossiga?

RD’A: «Io frequentavo i salotti romani. A Roma erano vivaci. A Roma la chiacchiera era il più grande spettacolo. La gente chiacchierava. E io scrivevo».

 

 

 

lo schiaffo di dago a sgarbi 2

CSF: Ti ricordi quando da Ferrara litigasti con Sgarbi?

RD’A: «Mi tirò dell’acqua, gli feci volare gli occhiali con uno schiaffo».

 

CSF: Avevi usato una tecnica sgarbiana ripetendo in loop: “Asino, asino, asino”.

RD’A: «Ma quale Sgarbi, il tormentone appartiene da sempre al codice tv. Come a Quelli della notte con “edonismo reaganiano”. Tutti dicevano “edonismo reaganiano” ma nessuno sapeva il significato».

 

CSF: Spiegacelo.

DAGO - ARTWORK SU UNA FOTO DI CLAUDIO PORCARELLI

RD’A: «È la ricerca del piacere. Reagan era colui che aveva aperto le porte al liberismo: liberi tutti di fare quel cazzo che ci pareva. Anni 80 vissuti come Belle Époque dove finalmente la gente era libera dalle zavorre ideologiche. Il “pensiero debole” di Gianni Vattimo era perfetto: navigare la realtà su una tavola da surf. Se ti opponi all’onda, sarai travolto».

 

[…] CSF: E dopo quello schiaffo?

RD’A: «Lo preoccupò solo a livello di immagine. Non si sentiva offeso. Se ci vediamo? No. Dopo tutti gli scandali su quadri rubati e copiati è nel cono d’ombra. Poverino. Non ha più platea».

 

CSF: Frequentavi anche Luigi Bisignani.

RD’A: «Ai tempi di Berlusconi per avere notizie chiamavo Gianni Letta. Ma non mi rispondeva. Allora chiamavo Luigi Bisignani che era un suo braccio destro. Bisignani è dotato di grande simpatia e cominciammo a frequentarci. Poi ho scoperto che era un millantatore. Uscì una intercettazione in cui diceva che avrebbe fatto togliere un articolo da Dagospia».

 

CSF: Millantava.

dago e cossiga

RD’A: «Sai quanti millantano? C’è chi chiede soldi a persone che vogliono essere ricevute da me. A Repubblica erano convinti che Bisignani fosse il vero proprietario di Dagospia».

 

CSF: Avevi rapporti con Andreotti?

RD’A: «Lo conoscevo. Quando scrivevo qualcosa di sgradevole, mi telefonava e invitava a pranzo. Che stile».

 

CSF: Chi sono i tuoi nemici oggi?

RD’A: «Non si contano. C’è chi pensa che sia “nemico dello Stato”. Siccome critico il governo Meloni e loro si identificano con lo Stato, per la proprietà transitiva io sono “terrorista”».

daniela santanche giorgia meloni

 

CSF: Effettivamente sei antimeloniano.

RD’A: «Ma Fratelli d’Italia ha il 27%, mica ha preso tutto. Non sono diventati lo Stato. Il suo autoritarismo, “o con me o contro di me”, non dura minga».

 

CSF: Giorgia ti ha telefonato dopo il casino Boccia-Sangiuliano?

RD’A: «No. Però ha detto: “Non mi faccio dimettere un ministro da Dagospia”. Poi Sangiuliano si è dimesso».

 

DAGO A QUELLI DELLA NOTTE NEL SERVIZIO DEL TG1 DEDICATO A GIANNI VATTIMO

DAGO DAL DENTISTA

CSF: Tu avevi buoni rapporti con lei...

RD’A: «Qualche anno fa veniva a chiedermi consigli».

 

CSF: Che consigli le hai dato?

RD’A: «Le dissi che mediaticamente non era il caso che si presentasse con al fianco Ignazio La Russa e Daniela Santanché, reliquie del passato».

 

CSF: E lei?

RD’A: «Era molto umile, allora. Non aveva quel tono da ducetta di oggi».

 

CSF: Le serviva una faccia migliore?

RD’A: «Ma certo. Un governo di destra, liberale. Poteva farcela, poteva governare bene. Non ci sarebbero stati grandi pregiudizi contro».

 

CSF: E tu le consigliasti di togliersi vecchi cadaveri di torno.

dago e renzo arbore quelli della notte 17

RD’A: «Lei, al di là della sua immagine da borgatara coatta, è una fragile. Ed è arrivata la sindrome di Carlito’s Way: l’impossibilità di liberarsi del passato. Si è trovata di fronte agli ex camerati che le hanno presentato il conto. “Ma come? Abbiamo passato 30 anni nelle fogne, esclusi dal potere, da editoria e Rai, emarginati. Ora comandiamo e pretendiamo ciò che ci è sempre stato negato”. E lei, essendo fragile, ha creato un cordone sanitario».

 

santa rita da fascia - meme giorgia meloni

CSF: Non si fida nemmeno di Crosetto?

RD’A: «Tantomeno degli ex democristiani».

 

CSF: E allora?

RD’A: «Non potendosi fidare di Crosetto, si fida del suo clan, la Fiamma Magica. Meglio la fedeltà dell’efficienza».

 

CSF: Le cifre del successo di Dagospia?

RD’A: «4 milioni e mezzo di pagine visitate al giorno. In media un utente rimane nel sito 6 minuti. Legge gli articoli, 120 al giorno, guarda le foto. Quali sono i preferiti? Non ci crederai, il più grande successo in 24 anni è stato un articolo che spiegava che le uova non vanno conservate in frigorifero».

 

[…] CSF: Sei un volgare mascalzone come dice Sgarbi?

RD’A: «Mascalzone di sicuro. Ma non cattivo. Sono stronzo. Sono libero e stronzo. Amo mettere zizzania».

 

CSF: Sei un grande stronzo.

DAGO NEL 1985

RD’A: «Sono uno stronzo normale. Il coraggio è chiedere scusa».

 

CSF: Chiedi scusa spesso?

RD’A: «Dagospia non è mica i Dieci Comandamenti. Quando succede di scrivere stronzate, chiedo scusa».

 

CSF: Hai detto: “Non cerco le notizie, sono le notizie che cercano me”.

RD’A: «È sempre stato così. I giornali respingono le notizie, Dagospia le attira. La notizia, per arrivare in un giornale, deve fare una corsa a osta- coli. Da me ci mette 5 minuti».

 

CSF: Hai chiamato Mattarella “la mummia sicula”.

RD’A: «Non parlava. Adesso parla, con la Meloni ha ritrovato la favella. È il più alto baluardo all’autoritarismo di destra, la vera opposizione alla democratura di Giorgia. Dio ce lo conservi».

 

GIORGIA MELONI ANDREA GIAMBRUNO

CSF: Non ti si vede molto nei talk show.

RD’A: «Per loro sono troppo contundente. Qualche volta vado dalla Gruber».

 

CSF: Che però ti sgrida e ti accusa di fare body shaming…

RD’A: «Perché una volta ho chiamato “nana malefica” la Meloni. Ma era come la chiamava Crosetto».

 

CSF: È pur sempre body shaming.

RD’A: «E allora la gobba di Andreotti? E i nani Fanfani e Brunetta? Dei politici si è sempre detto di tutto, caro ex direttore di Cuore».

 

cuoricini salvini e meloni meme il giornalone la stampa

[…] CSF: “Sono una donna, sono una madre, sono cristiana”, dice Giorgia.

RD’A: «E vive una vita che è esattamente il contrario. Una cristiana non convive, non ha figli fuori dal matrimonio…».

 

CSF: Vive nel peccato.

RD’A: «Ricordi i family day? Quante mogli e mariti avevano quei credenti col rosario in mano?».

 

CSF: Gioco della Torre. Butti Boccia o Sangiuliano?

RD’A: «Tutti e due».

 

CSF: Vannacci o Bandecchi?

RD’A: «Mi fanno ridere tutti e due. Una coppia da Antonio Ricci».

 

maria rosaria boccia gennaro sangiuliano

CSF: Mauro o Fabrizio Corona?

RD’A: «Più pericoloso Mauro, il re delle banalità boscaiole. Berlinguer lo usa come comico da Rambo troglodita».

 

CSF: Fagnani o Mentana?

RD’A: «Lei ha una splendida virtù: con quel sorriso riesce a sganciare bombe».

 

CSF: E Mentana?

RD’A: «Beh, Mentana, quelle battute…».

 

CSF: Ride delle sue battute…

Guarda Dagospia

RD’A: «No, ride prima. Manco fa in tempo a finirle che già ride».

 

CSF: Meloni o Salvini?

RD’A: «Butto Meloni. Salvini non ha quel retrogusto post fascio che ha lei».

 

CSF: Come spieghi il caso Giambruno?

RD’A: «Lui non ha capito che aveva un ruolo istituzionale».

 

CSF: Ma Giorgia doveva aspettare Striscia per separarsi?

RD’A: «Secondo te perché Giambruno era andato a lavorare a Milano?»

 

CSF: Che cosa stai cercando di dirmi?

ascanio moccia riccardo panzetta rocco d'agostino dago gregorio manni luca d'ammando francesco persili alessandro berrettoni foto di chi

RD’A: «Ricordi il post con il quale Giorgia annunciava che poneva fine alla storia? Diceva: “Le nostre strade si sono divise da tempo”. Da tempo. Comunque la storia è anche un’altra».

 

CSF: Un’altra? Raccontacela.

Silenzio.

 

CSF: Roberto, non sei tipo da silenzio.

RD’A: «Un giorno andrebbe raccontata».

 

CSF: Quel giorno è arrivato.

RD’A: «Quando spegnerai i registratori te la racconterò, per tua conoscenza».

CSF: Ecco. I registratori sono spenti.

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