DIS-UNIONE EUROPEA - OGGI A BRUXELLES I LEADER EUROPEI PRENDERANNO ATTO DELLA FINE DELL’EURO - LA MISSION IMPOSSIBLE DEL VERTICE È DI RIFONDARLO - MA COME? È CHIARO CHE L’UNIONE ECONOMICA NON SI PUÒ AVERE SE NON C’È ANCHE QUELLA POLITICA - MA CHI SAREBBE DISPOSTO A CEDERE LA PROPRIA SOVRANITÀ? - IN ITALIA NON C’È PIÙ IL SENTIMENTO EUROPEISTA, LA FRANCIA PENSA SOLO ALLA GRANDEUR, LA SPAGNA DEVE PARARSI IL CULO E LA GERMANIA SOGNA UN NUOVO IMPERO PRUSSIANO...

Enzo Bettiza per "la Stampa"

Non è certo la festosa fase finale di un campionato di calcio quella che si apre oggi al vertice di Bruxelles fra gli Stati europei. La Cancelliera Merkel, alzando di nuovo la voce contro gli Eurobond e facendo crollare le Borse, ha già fatto capire, anche ai sordi, che per due giorni ci sarà assai poco da scherzare.

A darle paradossalmente manforte sarà proprio l'inaffidabile vittima sacrificale. La Grecia, simbolo per i tedeschi di doppiogioco truffaldino, è rappresentata al summit da uno scolorito capo di Stato, non dal premier Antonis Samaras, ricoverato a quanto pare in una clinica ateniese, né dal ministro delle Finanze Rapanos, dimissionario prima ancora di insediarsi.

Da un lato dunque una Grecia quasi assente, decapitata dei maggiori esponenti di un esecutivo appena formato, sospetta di aver trasgredito gli impegni con l'Ue occupando sottobanco migliaia di impiegati pubblici ed esigendo, al tempo stesso, condoni e rinvii per un rientro negoziato dall'abisso del debito. Dall'altro un'appendice greca, Cipro, che sta per assumere la presidenza semestrale dell'Unione e intanto implora un aiuto di quattro miliardi di euro. Insomma, una manna dal cielo per Angela Merkel: cosa poteva servirle di più per dimostrare, alla vigilia del vertice, che il morbo della moneta unica s'annida tra le spiagge del Mediterraneo?

Sarà da vedere a quali ricette terapeutiche tenteranno di ricorrere, per la cura del morbo, i Paesi più importanti dell'eurozona infetta e ormai minacciata nella sua stessa sopravvivenza («non più di tre mesi» secondo Christine Lagarde). Peraltro si era già capito dall'incontro romano fra Monti, Merkel, Hollande e Rajoy che sarà questa la prima ostica prova in cui i leader europei cercheranno di fondare e magari varare una nuova Unione monetaria. Dopo l'Euro Uno, inclinato sul baratro, l'Euro Due.

Come potrà funzionare? Quando e fin dove potrà estendersi? Quasi tutti, a parte gli inglesi che all'agonia del vecchio euro guardano dall'alto della loro sterlina, concordano sulla necessità di una rifondazione monetaria; non tutti concordano invece sui tempi e sul dosaggio della formula.

Ed è qui che veniamo al punto che preme e c'interessa di più. Gli ultimi quattro anni fallimentari, inquinati da un vagante euro senza testa, hanno certificato che non si può avere una Unione monetaria senza unione delle politiche di bilancio; queste presuppongono, a loro volta, Unione delle politiche economiche; il tutto esige, in definitiva, la creazione di una Unione politica tout court. Cioè una Federazione di Stati, una Unione Europea vera non nelle parole, ma nei fatti, nelle azioni, nelle intenzioni, nella solidarietà. E' evidente che l'operazione federativa non potrà avere altra palestra da quella dominata dai quattro Stati più cospicui dell'eurozona: Germania, Francia, Italia, Spagna.

Tutti e quattro affermano di desiderare il rafforzamento dell'unione, ma ciascuno lo vede e lo concepisce a suo modo: secondo la sua mentalità, le sue tradizioni, la sua potenza autentica o falsa o scarsa all'interno dell'eurozona in via di smantellamento o, se vogliamo dirla tutta, di brusca disgregazione. Il nazionalismo, il populismo di massa, derivati dal culto ottocentesco di una sovranità ormai anacronistica nell'era della globalizzazione, è presente e frenante in forme diverse in ognuno di essi.

Cominciamo dall'Italia. Qui non sappiamo più quale partito, o quale leader, possiamo considerare tuttora erede legittimo di un patrimonio europeistico che ebbe tra i suoi personaggi fondativi un cristiano mitteleuropeo come De Gasperi, un liberale siciliano come Martino, un cosmopolita di sinistra come Spinelli. Indubbiamente, per esperienza personale, per indole culturale, per incessante autorevisionismo biografico, è il capo dello Stato Napolitano il più convinto e più competente degli europeisti italiani.

Non si vedono invece antieuropeisti di destra dichiarata, ultrapopulista, come in Francia, in Belgio, Olanda, Danimarca, Finlandia, o perfino in Grecia. Li hanno sostituiti in Italia coloro che, imitando Grillo, rilanciano le medesime arringhe del comico contro l'euro e propongono addirittura l'espulsione della Germania dall'Europa: il «grillismo» è stato difatti l'ultima scoperta di Berlusconi, un ex presidente del Consiglio che per diciotto anni ha impresso il suo marchio fantasioso e irriverente alla scena politica della Penisola.

Perfino l'antieuropeismo cinico della Lega, già legata ai governi berlusconiani, impallidisce al confronto di simili tirate prive di senso e anche di bersaglio. Non si può fare a meno di pensare che in Italia l'anti-Europa s'annida fra le schiere di partiti una volta dominanti, e oggi perdenti, affascinati dalle piazzate in libertà di un Grillo.

Neppure in Spagna si riesce a vedere un nazionalismo antieuropeo a tutto tondo fascista o franchista. Il clima, scosso dai terremoti bancari, dalle generiche grida degli «indignati», dalle statistiche sulla disoccupazione, è comunque prudente tra le forze politiche tradizionali che hanno bisogno di Francoforte e di Bruxelles per evitare sventure e umiliazioni di genere greco.

E' in Francia che l'idea e i traguardi federativi soffrono di più anche a livelli di governo ufficiali. E' pressoché totale la quota di sovranità che la Francia cede soltanto a se stessa. Il nazionalismo di estrema destra o di destra convenzionale, anche se urlato da una parte e trattenuto per la coda dall'altra, è ben presente di qua e di là. L'ultimo Sarkozy, quello del ballottaggio, lanciava agli elettori lepenisti gli stessi slogan di fondo antieuropeo che essi amavano sentirsi rivolgere. I socialisti hanno già avuto in Mitterrand una bella copia in rosso di De Gaulle.

Oggi Hollande sembra voler prendere una certa cauta distanza dall'unica potenza europea, la Germania, che ha sostituito con la propria economia vincente la politica imperiale e revanscista di una volta. Il nazionalismo estremo, o moderato, qui non è di moda. I neonazisti ci sono, ma non contano, al massimo ricattano, mentre surrealmente in Grecia entrano nel parlamento (inneggiando al Terzo Reich) una ventina di violenti deputati di Alba d'oro.

Quello che più conta in Germania è la sovranità in versione economica. A parole plaudono l'avvento di una maggiore coesione politica, ma, per placare la diffidenza storica degli europei, la sostengono con virtuose e devianti proposte economiche: risparmio, tagli di spesa, investimenti ridotti, unità di rigore e di bilancio nei conti pubblici. In breve, più austerità che crescita, un'austerità regolata e imposta col calmiere da una Commissione e una Banca centrale sensibili alle raccomandazioni di Berlino.

Certo, la cancelliera deve tener conto dell'oltranzismo contabile degli elettori tedeschi che rifiutano di pagare in valuta tedesca i debiti degli scialatori europei, spesso identificati con la parte mediterranea del continente, quella meno incline ad accettare i parametri nordici. Anzi, quella che non casualmente nutre il sospetto che a guadagnarci dal mercato unico e dalla moneta unica sia stato, finora, un solo Paese: la Germania, custode inflessibile del dare e dell'avere in termini prussiani. Da quando l'euro esiste, dal gennaio 2002, le merci tedesche hanno via via seppellito i mercati dell'eurozona e nessuno dei maggiori Paesi, né la Francia né l'Italia, è stato in grado di contenerne il temibile dinamismo produttivo.

Non sarà facile accordare sul concetto di «unione politica» le diverse interpretazioni che ne daranno i diversi Paesi convenuti al vertice, da cui non a caso è stata esclusa la presenza del presidente del Parlamento europeo. Sarà difficilissimo mettere in cantiere una road map per la fase due dell'unione monetaria, dalla quale dovrebbe poi dipendere, o assimilarsi, o sovrapporsi la fase politica. Il dilemma decisivo tra integrazione e disintegrazione non ha purtroppo in riserva una terza possibilità.

 

antonis samaras MERKEL A ROMA CON MARIO MONTI ANGELA MERKEL MARIO MONTI FRANCOIS HOLLANDE Mariano RajoySILVIO BERLUSCONI

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