papa francesco bergoglio

DOPO LA BOMBA DI VIGANÒ, È PARTITA LA GARA DEI VATICANISTI A SMONTARE LO SCOOP: ''ROSICA PERCHÉ NON È DIVENTATO CARDINALE'', ''UN POLLO TRASFORMATO IN CORVO'', ''UN OMUNCOLO'', E LA STORIA FINISCE LÌ. MA NON FINISCE AFFATTO: BERGOGLIO BALBETTA UNA NON RISPOSTA, LA CHIESA AMERICANA RIBOLLE DI SCANDALI E ORA L'ARCIVESCOVO 'STERMINATORE DI PAPI' RISPONDE A CHI CERCA DI SCREDITARLO

 

1. LA COMICA GARA DEI VATICANISTI A SMONTARE LA NOTIZIA CHOC

Mario Giordano per ''la Verità''

 

Una «trappola» contro il Papa. Una «vendetta». L'«ombra della resa dei conti». «Veleni pontifici a orologeria».

viganò

Addirittura «puntualità sordida e mafiosa». Ebbene sì: l' atto d' accusa di monsignor Carlo Maria Viganò, pubblicato dalla Verità sarebbe accostabile, secondo i quotidiani italiani, nientemeno che a Cosa Nostra. E l' autore, ovviamente, sarebbe una specie di Totò Riina in veste talare. Senza neanche la grandezza di Riina, però: in effetti, a dirla tutta, è un «omuncolo» privo di «doti spirituali» e anche di «stabilità psicologica», un mezzo matto insomma, uno di quelli che indossa la mitra soltanto per nascondere il berretto da Napoleone. O la coppola, ovviamente.

 

È divertente leggere l' imbarazzo della stampa italiana il giorno dopo lo scoop del nostro quotidiano. Si capisce che i colleghi sono stati costretti a occuparsene per forza: ne avrebbero fatto volentieri a meno, è ovvio, ma una giornalista casualmente americana (Anna Matranga della Nbc Tv) ha posto la maledetta domanda a Francesco. Anche lei, insomma, ma come si permette?

 

Non poteva tacere come tutti gli altri? Non poteva continuare a ignorare il fatto che, per quanto clamoroso, fino a quel momento non aveva conquistato nemmeno un centimetro di spazio sui siti Internet della nostra libera informazione?

Macché: sempre a rovinare le uova nel paniere questi americani. Sempre a pensare che dare una notizia conta più che leccare il culo ai potenti, financo quando il potente è il Papa.

 

viganò

Roba da buttarli giù dall' aereo vaticano, si capisce. Perché dopo che Francesco ha dato la sua risposta (senza per altro rispondere a nulla) tutti sono stati costretti a prendere in considerazione l' esistenza del dossier, che avevano debitamente sepolto sotto il solito strato di pelo sullo stomaco.

Una notizia? Vi rendete conto? E pure un scomoda?

 

Ora come si fa? Ma siccome i colleghi giornalisti sono veri maestri nel divincolarsi dalle notizie, una volta trovatisi davanti l' impiccio, hanno subito saputo come liberarsene. E cioè spostando, come si usa in questi casi, il tiro del fuoco. Il problema, dunque, non è capire se è vero o no quello che dice monsignor Viganò, il problema è capire perché lo dice. «È furibondo per non avere fatto carriera», accusa Alberto Melloni su Repubblica.

 

È «deluso da mancati incarichi», attacca il Quotidiano Nazionale. Mentre Fabio Marchese Ragona sul Giornale non si limita a liquidare il vescovo come «non disinteressato», ma scopre anche la ragione segreta di tanta acredine: non gli hanno lasciato l' appartamento da 250 metri quadrati che aveva all' interno del Vaticano. Praticamente, una ripicca immobiliare. Solo che, anziché chiamare in causa Tecnocasa, monsignor Viganò ha pensato di chiedere le dimissioni del Santo Padre.

 

Logico, no? Pensate se insieme gli avessero anche ridotto lo stipendio da monsignore: come minimo metteva in dubbio la Verginità della Madonna.

Del resto è un «omuncolo», no? Una persona non troppo stabile psicologicamente. Una «pedina del sistema» (copyright del Giornale) o peggio ancora un «autolesionista» (Repubblica). L' autolesionismo maniacale ci mancava, no? Se ci aggiungono anche schizofrenia e bipolarismo catatonico completano l' elenco delle malattie psichiche.

LARCIVESCOVO CARLO MARIA VIGANO jpeg

 

Del resto non ci sarebbe da stupirsi: in fondo monsignor Viganò viene accusato di tutto, di aver denunciato ora, di non aver denunciato prima, di far parte della «destra religiosa», e persino di volere «smantellare l' Europa della pace per farla tornare la terra degli Dei della Guerra». Nientemeno. La sua colpa più grave però è aver usato «giornali e blog cattolici critici contro l' attuale Pontificato».

 

A qualcuno, come al Messaggero va di traverso a tal punto che proprio non riesce di citare il quotidiano autore dello scoop, che poi modestamente sarebbe quello che state leggendo. Libero fa ancora di meglio: liquida l' intera vicenda in due righe, affogate in un articolo tutto dedicato all' aritmetica della piazza di Dublino, per dire che «Francesco non ha responsabilità dirette» (sentenza definitiva in via breve) ed «è tutto da dimostrare il fatto che egli sapesse, come si è ventilato ieri, degli abusi di un cardinale gay negli Usa». Proprio così: come si è «ventilato».

 

Sapete come succede, no? Il giornalismo, ormai, è tutto un fatto di venti. E non a caso c' è chi perde la tramontana.

Cosa che, per altro, sembra essere successa anche a Repubblica. Il quotidiano, infatti, definisce monsignor Viganò un «Corvo in talare». Anzi di più dice che è un «pollo» trasformato in «Corvo». Ora noi non siamo abbastanza esperti in materia ornitologica come i colleghi, ma normalmente dicesi Corvo qualcuno che denuncia di nascosto, in forma anonima. Dell' accusa di monsignor Viganò si potranno pensare le peggio cose, ma di certo non si può dire che sia nascosta. O anonima. Il prelato ci ha messo la faccia e ha raccontato dei fatti precisi, con date, nomi, riferimenti.

 

C' è qualcuno che vuole smentire (papa Francesco compreso?) Prego si accomodi. Ma non se la prenda con il Corvo.

viganò

Perché l' unica cosa nera, da queste parti, è la coscienza di chi non risponde alle domande.

Che poi, diciamocela tutta, monsignor Viganò sarà pure quel pollo impazzito che sogna il ritorno degli Dei della Guerra, come scrivono i giornali italiani. Ma è stato nominato o no nunzio apostolico a New York?

 

Ha avuto o no incarichi prestigiosi all' interno della Curia? E allora perché adesso ridurlo a un «omuncolo» ripugnante quanto i preti pedofili? Un simil mafioso assetato di vendetta? Perché poi, il punto resta sempre quello: è vero o no che Francesco sapeva e ha taciuto? Ieri sui giornali, accanto agli articoli di sistematica distruzione della denuncia, erano pubblicati quelli che rilanciavano gli appelli del Papa: bisogna denunciare, diceva, bisogna avere coraggio, bisogna scoperchiare gli scandali.

«Mai più silenzio», chiedeva. E non so perché ma in tutto questo chiedere trasparenza c' era qualcosa che stonava.

 

 

2. VIGANÒ SCREDITATO? ECCO COME LUI STESSO RISPONDE

Aldo Maria Valli, vaticanista del Tg1, sul suo blog, https://www.aldomariavalli.it/

 

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò, l’ex nunzio negli Stati Uniti che ha rivelato di aver informato papa Francesco del caso McCarrick fin dal marzo 2013, ha rilasciato una nuova dichiarazione scritta, che respinge come false alcune ricostruzioni che ora circolano con l’obiettivo di screditarlo.

 

MONSIGNOR VIGANO

La vicenda riguarda un articolo del New York Times del 2016, nel quale si sosteneva che l’allora nunzio negli Usa annullò un’indagine sui comportamenti sessuali dell’arcivescovo John Nienstedt, poi giudicato innocente dalle autorità civili.

Il NYT sostenne che nell’aprile 2014 Viganò ordinò a due vescovi ausiliari dell’arcidiocesi di St. Paul e Minneapolis di bloccare l’inchiesta su Nienstedt e di distruggere una lettera che gli avevano scritto per protestare contro la sua decisione.

 

Il NYT fondò la sua ricostruzione dei fatti su un memoriale di padre Dan Griffith, delegato per la protezione dei minori nell’arcidiocesi di St. Paul e Minneapolis, secondo il quale l’ordine di Viganò fu motivato dalla decisione di coprire tutto ed evitare scandali.

Riemersa ora allo scopo di screditare l’ex nunzio e minare la sua credibilità, l’accusa ha spinto Viganò a intervenire con una dichiarazione scritta, datata 26 agosto 2018, nella quale parla di falsità contro di lui.

 

bergoglio

Nella sua dichiarazione Viganò racconta di aver incontrato Neinstedt e due vescovi ausiliari – Lee A. Piché e Andrew Cozzens – il 12 aprile 2014, nella nunziatura apostolica a Washington, per discutere delle indagini in corso sull’arcivescovo, ma padre Griffith non era presente.

 

Durante l’incontro gli furono sottoposte alcune dichiarazioni giurate, fra le quali una che sosteneva che Nienstedt “aveva avuto una relazione con una guardia svizzera durante il suo servizio in Vaticano, circa vent’anni prima”.

 

Viganò spiega che “questi affidavit furono raccolti dallo studio legale Greene Espel, scelto da padre Griffith a nome dell’arcidiocesi per indagare sull’arcivescovo Nienstedt”. Aggiunge che lo studio appartiene al gruppo Lawyers for All Families, “schierato contro l’arcivescovo Nienstedt e a favore dell’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso nello Stato del Minnesota”.

 

“Investigatori privati del Greene Espel – spiega Viganò – avevano condotto un’inchiesta in modo squilibrato e accusatorio, e ora volevano immediatamente estendere le indagini alla Guardia Svizzera Pontificia, senza aver prima ascoltato l’arcivescovo Nienstedt”. Per questo motivo il nunzio disse che gli sembrava giusto ascoltare prima Nienstedt, secondo il principio audiatur et altera pars, e i vescovi furono d’accordo.

 

bergoglio

Il vescovo Piché telefonò subito a padre Griffith, informandolo del buon esito dell’incontro e dicendo che una soluzione del caso era prossima. Ma il mattino seguente a Viganò arrivò una lettera dei due vescovi ausiliari, nella quale si diceva che il nunzio aveva suggerito di fermare l’indagine.

 

Sorpreso, Viganò chiamò il vescovo Pichè per chiedergli spiegazioni e gli ordinò di rimuovere la lettera dai computer e dagli archivi della diocesi. Non voleva passare come un insabbiatore. Aveva solo chiesto di ascoltare la versione di Nienstedt prima di procedere con altri provvedimenti.

 

Scrive infatti Viganò: “Non ho mai detto a nessuno che Greene Espel avrebbe dovuto interrompere l’inchiesta, e non ho mai ordinato di distruggere alcun documento. Ogni affermazione contraria è falsa. Tuttavia incaricai uno dei vescovi ausiliari, Lee A. Piché, di rimuovere dal computer e dagli archivi dell’arcidiocesi la lettera che asseriva falsamente che avevo suggerito che l’indagine fosse fermata. Ho insistito su questo per proteggere non solo il mio nome, ma anche quello della Nunziatura e del Santo Padre che sarebbero stati danneggiati”.

 

theodore mccarrick

Viganò riferisce di non aver più saputo nulla fino al novembre successivo, quando, all’annuale assemblea della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, a Baltimora, incontrò nuovamente i due vescovi ausiliari, Pichè e Cozzens, i quali gli presentarono un rapporto e gli riferirono di averlo consegnato anche al cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, durante una visita a Roma.

 

Davanti ai due ausiliari Viganò esaminò il documento e vide che “conteneva ancora la falsa dichiarazione”. Quindi incaricò Piché e Cozzens di scrivere al cardinale Ouellet, presso la congregazione a Roma, per correggere la dichiarazione.

Viganò è in possesso sia della lettera inviata dai due vescovi ausiliari al cardinale Ouellet sia di una sua lettera a Ouellet.

 

Poi Viganò ricorda: “Proprio il giorno in cui la notizia apparve sul New York Times , il 21 luglio 2016, il Santo Padre chiese al Cardinale Parolin di telefonare al Nunzio a Washington (Christophe Pierre), ordinandogli di aprire immediatamente un’indagine sulla mia condotta, così che io potessi essere denunciato al tribunale incaricato di giudicare l’insabbiamento”.

 

theodore mccarrick 5

Lo stesso giorno, ricorda Viganò, “informai la sala stampa della Santa Sede, nelle persone di padre Lombardi e Greg Burke”. Inoltre, “con l’autorizzazione del sostituto della Segreteria di Stato, l’allora arcivescovo Becciu, l’avvocato americano Jeffrey Lena, che lavorava per la Santa Sede, si recò alla Congregazione per i vescovi, dove trovò documenti che dimostrano che la mia condotta era stata assolutamente corretta”.

Lena consegnò a Viganò un rapporto scritto che lo scagionava, eppure la sala stampa vaticana non ritenne necessario rilasciare una dichiarazione a difesa del nunzio per confutare il New York Times.

 

In ogni caso, quando l’inchiesta ordinata da papa Francesco fu completata, “la Nunziatura rispose anche al Cardinale Parolin con un rapporto dettagliato, che ristabilì la verità e dimostrò che la mia condotta [di Viganò, ndr] era stata assolutamente corretta. Questo rapporto si trova nella Segreteria di Stato del Vaticano e nella Nunziatura di Washington”.

 

papa bergoglio e theodore mccarrick

Conclude Viganò: “Il 28 gennaio 2017 scrissi sia all’arcivescovo Pierre sia all’arcivescovo Hebda (il successore di Nienstedt), chiedendo loro di correggere pubblicamente il memorandum Griffith. Nonostante le e-mail e le telefonate ripetute, non ho mai ricevuto risposta”.

 

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