DOVE SONO LE CENERI DI GIACOMO LEOPARDI? I RESTI SEPOLTI AL PARCO VIRGILIANO DI NAPOLI, DA POCO RISISTEMATO CON I FONDI DEL PNRR, SONO DEL POETA DI RECANATI? IN UN LIBRO DI PIERLUIGI PANZA, “RISONANZE LEOPARDIANE” (MIMESIS), PRESENTATO ALLA FONDAZIONE “CORRIERE DELLA SERA” DA PIERO MARANGHI E LEONARDO PICCININI (AUTORI DEL PROGRAMMA CULT SU "SKY" “ALMANACCO DI BELLEZZA”) VIENE RACCONTATA LA TRAVAGLIATA STORIA DEI RESTI DI LEOPARDI “ORCHESTRATA” DAL SUO AMICO ANTONIO RANIERI (E POCO CREDUTA ANCHE DALLA FAMIGLIA DEL POETA) - LEOPARDI MORÌ IL 14 GIUGNO 1837, MENTRE A NAPOLI INFURIAVA IL COLERA, DOPO AVER DIVORATO UN CHILO E MEZZO DI CONFETTI CANNELLINI COMPRATI DA PAOLINA RANIERI E BEVUTO CIOCCOLATA, UNA MINESTRA E UNA LIMONATA - LA DAGO-RECENSIONE
Dagorecensione
Il letterato e senatore del Regno Antonio Ranieri, che ospitò nella sua casa di Napoli Leopardi negli ultimi sette anni di vita, lasciò alla sua morte (1888) i manoscritti del poeta in eredità alle due serve analfabete:
Francesca Gnarro e Michela Carmelo Castaldi. Per fortuna, grazie agli eredi Leopardi, al Carducci e al “Corriere della Sera”… queste carte furono espropriate e destinate alla Biblioteca Nazionale di Napoli: da questi manoscritti si trassero le 4.500 pagine dello “Zibaldone”, che rischiò di andare perduto.
Ma questa è solo una delle stranezze di Ranieri nei confronti di Leopardi: una seconda riguarda il destino dei resti del poeta. Leopardi morì il 14 giugno 1837, mentre a Napoli infuria-va il colera, dopo aver divorato un chilo e mezzo di confetti cannellini comprati da Paolina Ranieri e bevuto cioccolata, una minestra e una limonata. Secondo la testimonianza di Ranieri si spense alle ore 21 fra le sue braccia dicendo: “Addio, Totonno, non veggo più luce”.
La denuncia della morte fu effettuata la mattina dopo dai fratelli di Antonio Ranieri, Giuseppe e Lucio, e registrata nel libro parrocchiale della SS. Annunziata a Fonseca (Capodimonte), si suppone con due falsità: che il defunto ricevette i Sacramenti, e che la salma fosse stata sepolta nel cimitero dei colerosi, mentre il Ranieri provvedeva a sottrarre il cadavere alla “iattura della fossa comune” e metterlo da qualche parte.
Questa ipotesi è sospetta, come scrive sul “Corriere della Sera” del 12-13 gennaio 1898 il più celebre italianista dell’epoca Francesco D’Ovidio: “Ognun sa che, appena morto il Leopardi, si durò fatica a dargli sepoltura, perché infuriando il colera ogni morte era sospetta.
Forse il Ranieri magnificò troppo il da fare che gli toccò per salvar la salma dell’amico, ma sin i più malevoli non potranno disconoscere che l’impresa non dovette essere agevole.
piero maranghi pierluigi panza e leonardo piccinini
Sette anni dopo, il Ranieri convinse il marchese di Pietracatella e re Ferdinando a trasferire le ceneri dell’amico dalla fossa provvisoria in un piccolo monumento nel portico della chiesa di San Vitale, “colà il poeta sta non sai dire se come chi non sia riuscito a entrar nella chiesa o come chi sia invece riuscito a venirne fuori”.
I fatti andarono così? Il “Corriere della Sera” e vari studiosi continuano a dubitarne. Nel 1844, con la complicità del parroco di San Vitale, Ranieri fece seppellire sotto il portico, con monumento dell’architetto Michele Ruggiero, una cassa contenente alcuni indumenti e alcune ossa: ma erano di Leopardi o prese da chissà dove?
Sta di fatto che Il 28 luglio 1900, in seguito ad alcuni lavori di ristrutturazione, i resti di Leopardi dovettero essere nuovamente spostati. “La cassa venne aperta e si scoprì… che era vuota” scrive il “Corriere” in un articolo. Altri reportage dell’epoca non trovano la cassa vuota, ma assai malmessa: “I resti non consistevano che di pochi brandelli d’abiti, d’una suola ed un tacco, due femori e scarsi frantumi d’altre ossa. Nessuna traccia del cranio. Così assoluta distruzione sembrò a tutti inverosimile.
Un sacerdote: Gioacchino Tagliatela, eppoi un medico: Luigi Federici, concittadino e cultore di Leopardi, sostennero con ingegnosi argomenti l’ipotesi d’un trucco del Ranieri che, lasciata andare alla fossa comune la salma, avrebbe inscenato, con un feretro posticcio, la parvenza ed il mito di una tomba di Leopardi, dalla quale qualche raggio di gloria si rifletteva anche su di lui”.
Una ulteriore descrizione dell’evento è ancora più cruda: “Di sopra al rozzo catafalco, il lenzuolo, già bianco, appena ebbe accolte le misere reliquie, si era macchiato di color giallastro. Nessuna forma si delineava chiara sotto il lenzuolo, né di piedi, né di teschio, era come una carcassa scomposta entro un cencio contaminato. Si vedeva sdrucito e consunto un brano del frak verde col quale il cadavere era stato vestito; si vedevano inoltre le tomaie piccolissime delle scarpe”.
Il povero Leopardi passò dal portico alla chiesa, come un cristiano si direbbe. Tuttavia anche sulla chiesa i reportage sono inclementi: si tratta, scrive il “Corriere”, di una “umile chiesetta di un lurido villaggio meridionale (sic!), esposta ad ogni contatto profano per la prossimità, anzi contiguità della strada provinciale attraversata incessantemente da trams e da vetture – in un sito celebre per le cene ed i bagordi, nella notte della tradizionale festa di Piedigrotta – era la meno adatta a dar pace alle ossa di un poeta, che ebbe vita così sconsolata e così travagliata”.
Sono questi i “resti” che nel 1939 Benito Mussolini volle fossero trasferiti nel Parco Virgiliano per rendere onore a quello che era diventato un Padre della patria. Il “Corriere della Sera” del 9 febbraio del 1939 (il quotidiano riporta anno XVII, dell’era fascista) annuncia che mercoledì 15 (poi spostata di una settimana a mercoledì 22) avrà luogo la traslazione.
Si dà notizia che il Principe di Piemonte (Umberto II di Savoia) e il ministro dell’Educazione Nazionale (Giuseppe Bottai) saranno presenti per il discorso che sarà pronunciato dall’Accademico d’Italia Giovanni Papini in mattinata nell’Aula Magna dell’università. Il servizio d’ordine era predisposto dai Guf (Gruppi universitari fascisti). “Sulla parte anteriore della cassa funeraria, di fronte alla porta grande della chiesa – si specifica – sarà collocata soltanto la corona di lauro del Duce e quando il feretro uscirà dalla chiesa di San Vitale cento Balilla faranno rullare per tre minuti i loro tamburi”.
lettera autografa di giacomo leopardi



