DOVREMO IMPARARE A FARE A MENO DELLO ZIO SAM – LE SPARATE DI TRUMP HANNO OSCURATO IL VERO DATO RILEVANTE DEL VERTICE DI ANKARA: È PARTITA LA NUOVA FASE DELL’ALLEANZA ATLANTICA. L’AMBASCIATORE ETTORE SEQUI: “DOPO QUELLA DEL CONTENIMENTO SOVIETICO E QUELLA DELL'EGEMONIA USA DEL DOPO GUERRA FREDDA, HA INIZIO UNA NATO POST-AMERICANA. PIÙ EUROPEA, PIÙ TECNOLOGICA, PIÙ INDUSTRIALE E CON UN ORIZZONTE CHE VA DAL BALTICO A HORMUZ. GLI USA RESTANO IL GARANTE STRATEGICO, MA LA DIFESA CONVENZIONALE DIVENTA SEMPRE PIÙ UNA RESPONSABILITÀ EUROPEA…”
Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”
conferenza stampa di donald trump al vertice nato di ankara foto lapresse 7
Trump è arrivato ad Ankara come un moderno Giove Pluvio, distribuendo saette contro alleati e partner. Ha attaccato Spagna, Groenlandia e Nato, accusando gli europei di averlo lasciato solo contro l'Iran.
In questo clima Giorgia Meloni, come altri leader europei, ha scelto la prudenza: giocare in difesa, troncare e sopire e limitare i danni, restando in trincea. Ha incassato gli attacchi senza alimentare lo scontro, ha difeso la scelta di non concedere le basi per attacchi contro l'Iran e ha posto un doppio limite: l'Italia rispetterà gli impegni Nato, ma deciderà tempi della spesa e destinazione delle risorse, privilegiando la propria base industriale.
giorgia meloni e donald trump al vertice nato di ankara - foto lapresse
Di fatto il mancato ricorso al meccanismo Purl di acquisti di armi negli Stati Uniti a favore dell'Ucraina. In fondo un "Ni" a Trump.
Le polemiche di Trump hanno oscurato la vera notizia: ad Ankara nasce la Nato 3.0. Dopo quella del contenimento sovietico e quella dell'egemonia Usa del dopo Guerra fredda, ha inizio una Nato post-americana. Più europea, più tecnologica, più industriale e con un orizzonte che va dal Baltico a Hormuz.
Gli Usa restano il garante strategico, ma la difesa convenzionale diventa sempre più una responsabilità europea.
[…] Primo. La Russia diventa una minaccia strutturale e permanente. Il riarmo occidentale non risponde più all'emergenza ucraina: prepara una competizione strategica destinata a durare a lungo.
Secondo. L'industria della difesa entra nel cuore della deterrenza. I 139 miliardi di nuovi investimenti e i 50 miliardi di nuovi programmi certificano che la guerra non dipenderà più solo dagli eserciti, ma dalla capacità di produrre droni, missili, satelliti, software e munizioni.
Terzo. L'Ucraina entra nell'ecosistema strategico occidentale. La Dichiarazione di Ankara dice in sostanza che l'Ucrina non è più soltanto il fronte orientale dell'Occidente ma sta diventando la sua accademia militare. La licenza concessa da Trump per produrre i Patriot conferma il salto di qualità: Zelensky non chiede più assistenza, ma integrazione industriale.
Quarto. Hormuz entra nell'agenda strategica della Nato. Inserire Iran e libertà di navigazione nella Dichiarazione equivale a riconoscere che sicurezza, energia e rotte commerciali sono ormai inseparabili. […]
Quinto. La riaffermazione dell'Articolo 5 è soprattutto un messaggio politico. Oggi il problema è la prevedibilità americana. La deterrenza vive della certezza che gli Usa interverranno a difesa degli alleati. Quando la certezza diventa dubbio, viene fiaccata l'intera Alleanza.
volodymyr zelensky donald trump vertice nato ankara foto lapresse2
È il grande paradosso di Trump. Rafforza e indebolisce la Nato nello stesso momento. La rafforza perché costringe l'Europa a spendere, produrre e coordinarsi di più. La indebolisce perché erode il suo capitale più prezioso: la fiducia nella garanzia americana.
La spiegazione si riassume in due parole: saturazione strategica. Gli Usa non riescono più a sostenere simultaneamente crisi in Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico. È il passaggio dal "burden sharing" al "burden shifting": Washington non chiede più di condividere il peso della sicurezza europea; ne trasferisce progressivamente la responsabilità agli europei.
CARTELLONE SULLA CHIUSURA DELLO STRETTO DI HORMUZ A TEHERAN
Ankara certifica la fine della Nato che abbiamo conosciuto per settant'anni. L'Europa entra nell'era della post-protezione americana. La domanda non è più se diventerà una potenza strategica, ma se riuscirà a diventarlo prima che la Russia metta alla prova il nuovo equilibrio europeo.
Quindi il vero tema diventa quello della competizione industriale all'interno della Nato. Il riarmo europeo significherà infatti anche la scelta tra competizione o collaborazione tra industrie nazionali. Si spiegano così anche le cautele di Meloni: sostenere una difesa europea più forte senza trasformarla in un vantaggio competitivo per pochi Paesi. Per questo la Presidente del Consiglio pianta un paletto autarchico: sì agli investimenti Nato, ma le risorse e i profitti devono restare in Italia. È questa, molto più del 5% del Pil, la sfida politica del vertice.
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