A NAPOLI CI VOGLIONO I CASCHI BLU DELL’ONU! - LA FAIDA DI SCAMPIA E’ APPENA INIZIATA: IN GALERA I VECCHI BOSS, LE “NUOVE LEVE” DELLA CAMORRA SPARANO E NON TRATTANO - IN BALLO IL BUSINESS MILIARDARIO DELLA DROGA TRA LE VELE - I VECCHI “SCISSIONISTI” CHE FECERO LA GUERRA (RACCONTATA IN ‘’GOMORRA’’) A “CIRUZZO ‘O MILIONARIO” SI SONO SPACCATI - L’OMICIDIO DEL BOSS ABETE VENDETTA DEI “GIRATI” PER IL DELITTO DI TERRACINA?...

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

Il ritorno degli agguati - tre morti e due feriti nel giro di un paio di settimane o poco più - fa pensare a una nuova faida. O al riemergere della vecchia. A una scissione dentro il gruppo degli «scissionisti» che avevano scatenato la guerra contro il clan Di Lauro nel 2004.

Il ritmo dei morti ammazzati non è quello di allora, quando i cadaveri si contavano a centinaia; nel 2012 siamo a quarantadue omicidi a Napoli e provincia, una cifra quasi fisiologica. Come ricorda spesso un investigatore esperto di quelle parti, in città ci sono circa 80 clan di camorra: se ognuno provocasse un solo delitto all'anno avremmo 80 delitti all'anno.

Questi sono i conti della realtà nella quale nella zona nord di Scampia e Secondigliano si contano 120mila abitanti, più o meno lo stesso numero di un paio di piccole province del Nord benestante. Ma la situazione sociale e i conseguenti servizi in quelle contrade sono tutt'altri rispetto a quelli che si possono trovare nel Nord benestante.

Qui regna il degrado, e ci sono piazze per lo spaccio di droga - eroina e cocaina - che fruttano affari per decine di migliaia di euro al giorno: più o meno 50mila, si calcola. Ecco perché la gestione criminale di quelle piazze è importante; ecco perché si continua a morire ammazzati, a meno di 10 anni dalla guerra vinta dagli «scissionisti».

All'interno di quel gruppo si sarebbe verificata una sorta di sotto-scissione, ad opera di quelli che vengono chiamati i «girati», perché si sono rivoltati ai vincitori di un tempo. Gli omicidi di Gaetano Marino detto «moncherino» avvenuto il 23 agosto scorso sulla spiaggia di Terracina, seguito da quello di Gaetano Ricci sei giorni dopo (nell'agguato rimasero ferite altre due persone), e adesso l'eliminazione di Raffaele Abete, rientrano molto probabilmente in questa faida. Le prime due uccisioni sarebbero un attacco ai «girati» che vogliono rimettere in discussione gli equilibri nati dalla precedente guerra, la terza una reazione della fazione opposta.

Se questo è il quadro, è possibile che altre persone cadranno. E le loro fedine penali diranno a quale gruppo appartengono, e da dove vengono i killer. Finché un nuovo equilibrio si imporrà. Uno che temeva di essere assassinato, poco dopo la morte di Gaetano Marino ha preferito presentarsi a un posto di polizia e consegnarsi agli investigatori. Era un ricercato: meglio in carcere che sottoterra. Ha 31 anni, s'è sentito in pericolo e ha scelto di collaborare con la giustizia. Ai magistrati sta raccontando i possibili retroscena della lotta per il predominio sulle piazze di spaccio a Scampia, e chissà quali risultati potranno venirne fuori.

Il neo-collaboratore è giovane, come la maggior parte dei protagonisti della guerra che si combatte in quella periferia di Napoli. Ragazzi cresciuti con l'idea che il proprio potere si possa imporre agli altri a colpi di pistola e kalashnikov, che adesso si sparano addosso. Per ragioni storiche e contingenti.

Le prime affondano nella struttura della camorra napoletana, dove non c'è mai stata una struttura unitaria e verticistica come nella mafia siciliana (ma anche in altre realtà della Campania) che potesse imporre una pax criminale. I contrasti non si sono composti in altro modo che facendo fuori i rivali, senza «padrini» in grado di ridurre gli altri a miti consigli, senza «camere di compensazione» in cui affrontare le questioni aperte e chiuderle evitando di contare i cadaveri per strada.

Le ragioni contingenti, invece, derivano dall'azione anti-camorra delle forze di polizia e della magistratura, che negli ultimi anni hanno portato a molti arresti di capiclan e sottocapi che dopo la faida del 2004, a parte una recrudescenza verificatasi nel 2009, avevano gestito lo spaccio evitando nuovi conflitti.

Gente che provava a ragionare prima di uccidere, nella convinzione che i morti ammazzati attirassero controlli, Volanti e Gazzelle che inevitabilmente finiscono per ostacolare lo scorrere del fiume di droga e quindi di denaro. Finiti in galera o al cimitero quei capi (Gaetano Marino ammazzato in spiaggia, ad esempio, ha un padre ammazzato e un fratello in una cella di massima sicurezza, al «41 bis»), le nuove generazioni hanno preso un'altra strada, più immediata e per la quale sono più portati: gli agguati.

Dice il ministro dell'Interno Cancellieri che per il controllo del territorio le forze dell'ordine hanno fatto tanto ma evidentemente non abbastanza, «bisogna fare di più». Ha ragione. Ma probabilmente quel di più non è solo compito del suo dicastero e delle forze dell'ordine. Mai come nel caso delle faide di Scampia e del sistema camorristico da cui derivano, il problema prima che criminale è sociale. Di prevenzione più che di repressione. Laddove prevenzione dovrebbe significare influire sulle cause della guerra: il consumo e il traffico di droga.

 

 

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