donald trump solo isolato

“L’AMERICA VIVE UN’ESPERIENZA MAI PROVATA PRIMA NELLA SUA STORIA: UN ISOLAMENTO INTERNAZIONALE INVOLONTARIO” – FEDERICO FUBINI: “TRUMP SI È SCAVATO IL VUOTO INTORNO, MA QUESTO È SOLO UN LATO DELLA MEDAGLIA. POI C’È L’ALTRO: LE DEMOCRAZIE AVANZATE CERCANO DI RIEQUILIBRARE APRENDO NUOVI CANALI CON LA CINA, CHE NON ERA MAI STATA TANTO CONSULTATA” – “PER NON DIVENTARE VULNERABILI, GLI STATI UNITI HANNO BISOGNO DEI LORO ALLEATI. SE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NON GENERASSE SUFFICIENTE CASSA ENTRO QUALCHE TEMPO, WALL STREET PUÒ CROLLARE. L’AMERICA HA DISPERATAMENTE BISOGNO DI MOSTRARE PIÙ RISPETTO PER I PROPRI ALLEATI, SE NON ALTRO PERCHÉ HA BISOGNO DEI LORO MERCATI”

Estratto dell’articolo di Federico Fubini per il “Corriere della Sera”

 

BENJAMIN NETANYAHU REGALA UNA COLOMBA DORO A DONALD TRUMP

Il piano di Benjamin Netanyahu e Donald Trump per il cambio di regime in Iran prevedeva l’intervento delle milizie curde. È saltato perché nei primi giorni di guerra Recep Erdogan ha subito chiamato Trump, con un semplice messaggio: l’iniziativa curda era potenzialmente destabilizzante per la Turchia, gli Stati Uniti dovevano bloccarla immediatamente se volevano mantenere il sostegno di Ankara nella Nato e in Medio Oriente.

 

La ricostruzione, uscita su Yedioth Ahronoth , è del premio Pulitzer Ronen Bergman e di Nahum Barnea, due fra i maggiori giornalisti investigativi di Israele. E non è il solo caso in cui il leader della superpotenza più grande viene messo di fronte a un rifiuto o a una netta presa di distanza da parte di alleati strategici, in questa fase.

 

donald trump xi jinping

È vero il contrario. Trump sta trovando così tante porte chiuse, proprio mentre si appresta a visitare Pechino in settimana, che l’America vive un’esperienza mai provata prima nella sua storia: qualcosa che inizia pericolosamente ad assomigliare a un isolamento internazionale involontario.

 

[…] Trump deve interrompere «Project Freedom», la campagna militare per riaprire lo stretto di Hormuz, perché l’Arabia Saudita gli nega l’uso delle basi e dello spazio aereo.

 

Keir Starmer prima lascia cadere l’invito di Trump a unirsi alla guerra […] quindi gli nega l’uso della base di Diego Garcìa nell’Oceano Indiano. La Francia gli nega l’uso dello spazio aereo. La Spagna dichiara la guerra all’Iran «illegale e immorale». L’Italia chiude l’accesso a Sigonella almeno in un’occasione. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz dice che l’America è stata «umiliata». E negli Emirati Arabi Uniti si è aperto un dibattito pubblico sull’opportunità di mantenere le installazioni militari americane.

 

MARK CARNEY - XI JINPING

Per non parlare poi dell’impossibilità per Bruxelles di ratificare un accordo commerciale con la Casa Bianca, visto che gli stessi giudici americani continuano a giudicare illegali i dazi di Trump.

 

Intanto il primo pontefice americano è anche il primo contro il quale il presidente degli Stati Uniti si scaglia con attacchi che riescono solo a rivelare ancora di più la sua debolezza politica.

 

Trump si è scavato il vuoto intorno, ma questo è solo un lato della medaglia. Poi c’è l’altro, quello che mostra come sempre di più anche le democrazie avanzate cerchino di riequilibrare aprendo nuovi canali con la superpotenza che lui stesso visiterà fra qualche giorno. La Cina non era mai stata tanto consultata.

 

keir starmer emmanuel macron giorgia meloni vertice comunita politica europea a yerevan, armenia

A gennaio Trump dichiara che il Canada è il cinquantunesimo stato federale americano e poche settimane dopo Mark Carney, premier di Ottawa — nota Michael Kovrig su Foreign Affairs — sta già stringendo mani a Pechino, dove il suo pari grado Li Qiang gli dice: l’amicizia fra noi «ci prepara per il nuovo ordine mondiale»; e questo è lo stesso Carney che un anno prima vedeva nella Cina la maggiore minaccia per il suo Paese.

 

Invece piazza Tienanmen sta diventando una meta sempre più ambita di pellegrinaggi politici: solo quest’anno, oltre a Carney, già i leader di Finlandia, Irlanda, Corea del Sud, Gran Bretagna, Uruguay, Germania e Spagna; nel 2025, sempre oltre alla Spagna, anche i leader di Australia, Francia, Georgia, Nuova Zelanda, Portogallo e Serbia.

 

Non è difficile capire perché attorno agli Stati Uniti oggi aleggi lo spettro del (relativo) isolamento.

 

vladimir putin donald trump anchorage, alaska. foto lapresse

Ci sono gli eccessi di Trump, le sue intemperanze verbali, i dazi erratici, le fantasie sulla Groenlandia, i sospetti di un’intesa opaca con Vladimir Putin, le uccisioni o i rapimenti di leader stranieri (per quanto esecrabili essi fossero); soprattutto, la disastrosa guerra all’Iran.

 

Il Paese che ha dato vita alla più vasta infrastruttura di accordi internazionali della storia — dalla Nato, al Fondo monetario internazionale — oggi si scopre solo.

 

La domanda è se l’America se lo possa permettere. Osservatori di Washington notano come la sua classe di governo oggi ricordi quella tedesca all’inizio della crisi dell’euro: sdegnosa, convinta della propria superiorità. Tre lustri dopo, la Germania non si ritrova in uno stato di salute eccelso e forse starebbe meglio se avesse capito prima quanto in realtà aveva bisogno degli altri. Ma tra qualche anno dove sarà l’America, se continua così?

 

intelligenza artificiale e investimenti in borsa

Nessuno ha la risposta, ma sono disseminati ovunque indizi per concludere che neanch’essa è in grado di sopportare l’attuale stato di cose. Per non diventare improvvisamente vulnerabili, gli Stati Uniti hanno bisogno dei loro alleati. Non solo perché devono finanziare il deficit e il debito più alti della loro storia e devono difendere la supremazia del dollaro, mai così in discussione.

 

C’è anche altro. Già solo quattro grandi imprese americane (Amazon Web Services, Alphabet-Google, Microsoft e Meta) stanno investendo mille miliardi di dollari in questo biennio per sviluppare capacità di intelligenza artificiale.

 

Da loro e pochissime altre aziende simili dipende un mercato azionario di Wall Street che vale ormai più di due volte il prodotto lordo degli Stati Uniti — mai visto prima uno squilibrio del genere — e quel mercato è in mano ad azionisti americani per più di tre quarti.

 

wall street - contrattazioni

Se l’intelligenza artificiale non generasse sufficiente cassa entro qualche tempo, Wall Street può crollare. E se crolla Wall Street, crollano i consumi e le entrate fiscali: l’America piomberebbe in recessione, con un drammatico problema di debito pubblico.

 

Tutto questo significa che le aziende americane dell’intelligenza artificiale presto avranno bisogno di mercati internazionali ben aperti e accoglienti per vendere a caro prezzo i loro prodotti, se vogliono evitare enormi perdite sui loro investimenti. Dovranno battere la concorrenza dell’intelligenza artificiale cinese, che è meno forte ma costa (quasi) zero.

 

L’America dunque ha disperatamente bisogno di mostrare più rispetto per i propri alleati, se non altro perché ha bisogno dei loro mercati. Se non lo capisce Trump, lo capiranno quelli che presto si adopereranno per chiudere la sua stagione.

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