“IL MOVIMENTO WOKE E’ TROPPO CRITICO, NON HA SENSO STORICO E GIUDICA IL PASSATO IN MODO MANICHEO” – IL POLITOLOGO CARLO GALLI: “LE SINISTRE HANNO DECISO CHE IL LORO COMPITO FOSSE IMPLEMENTARE I "DIRITTI" SOGGETTIVI IN UN MONDO IN CUI QUESTI, PERÒ, ERANO UNA VARIABILE DELL'ECONOMIA E DEL MERCATO. DA QUI LA VICINANZA DELLE SINISTRE ALLA CULTURA WOKE, CHE PURE STORICAMENTE NON LE APPARTIENE. INTANTO SETTORI LARGHI DELLA POPOLAZIONE SPERIMENTAVANO QUANTO FOSSERO ILLUSORIE LE PROMESSE NEOLIBERISTE, E QUANTO LONTANI DAI BISOGNI REALI DEI LAVORATORI FOSSERO LE POLITICHE DEI PARTITI DI SINISTRA, DA QUI L'ASSENTEISMO ELETTORALE, IL VOTO POPULISTA. IL WOKE OCCULTA LE CONTRADDIZIONI REALI DELLA SOCIETÀ E NON VEDE QUELLE DOMINANTI. MOLTO IN RITARDO ALCUNE SINISTRE OCCIDENTALI, A PARTIRE DAGLI USA, SI SONO ACCORTE DELLA TRAPPOLA E CERCANO DI VENIRNE FUORI ORIENTANDO LE LORO POLITICHE SU BISOGNI CONCRETI E DIFFUSI, NON IDEOLOGICI NÉ IDENTITARI” (BEN SVEGLIATI: DAGOSPIA RIPETE DA SEMPRE CHE IL PENSIERO WOKE E' UNA SPAZZATURA...)
Estratto dell’articolo di Carlo Galli per “la Repubblica”
Woke ha a che fare con "risveglio", cioè con l'esercizio della critica che mette in discussione proprio quelle strutture culturali che paiono naturali, indiscutibili — per esempio, che i generi siano soltanto due, stabiliti dalla natura; che determinati comportamenti siano indispensabili al vivere civile e quindi non negoziabili — . Il pensiero woke è decostruttivo: i valori e i costumi sono il frutto della violenza, dell'oppressione, del conformismo coatto.
E questo passato, istituzionalizzato in norme e gerarchie comportamentali, linguistiche, organizzative, va denunciato e gli si deve contrapporre un presente alternativo, che restituisca dignità agli umiliati, che includa gli esclusi, che risarcisca gli sconfitti, che stabilisca l'uguaglianza contro la gerarchia: un'uguaglianza che consenta il fiorire di ogni differenza, di ogni autodeterminazione e auto-identificazione, di ogni libertà particolare.
Il woke non pone problemi perché è critico, perché promuove uguaglianza, ma perché è troppo poco critico.
Infatti non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo, sulla base di valori contemporanei — la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili — . Inoltre, il woke si colloca sul piano simbolico, e quindi promuove interventi "retributivi" a volte deliberatamente irritanti, che prefigurano una società anarchica, resa disuguale proprio da una babele di pretese identitarie — individuali o di gruppi minoritari omogenei — avanzate a volte giustamente a volte per provocazione.
Infine, la politica woke è spesso lo sforzo di ritagliare spazi sottratti al sistema normativo tradizionale ma fatalmente interni alle strutture profonde del potere, che non vengono mai investite dalla critica.
E invece la politica è altro. È l'organizzazione del potere reale, è la dialettica dei ceti e delle classi, è la critica dell'economia, è lo sforzo di trovare spazi di libertà non solo individuale ma collettiva all'interno della ineludibile dimensione fondativa della democrazia — il lavoro, secondo la Costituzione — , è la lotta per l'egemonia, il confronto fra le diverse idee di società che nascono in un contesto pluralistico.
È senso dei processi storici, ed è la consapevolezza che quei processi possono essere guidati, orientati, e che democrazia è proprio questo: vivere in un mondo sociale in cui tutti hanno potere di conoscere, agire e indirizzare un destino comune, anche se conflittuale.
Dopo il crollo del comunismo in Occidente, a cui è seguito il crollo dello Stato socialdemocratico e l'indebolimento radicale dei partiti e dei sindacati, le sinistre superstiti hanno deciso che il paradigma economico e culturale vittorioso, che per comodità si definisce neoliberismo, era privo di alternative e che il compito della sinistra non era più criticare l'economia politica ma orientare in senso democratico le immani potenze economiche che si erano formate.
Un compito che è stato di fatto interpretato come lo sforzo di implementare i "diritti" soggettivi in un mondo in cui questi, però, erano una variabile dipendente da strutture da tutti ritenute "necessarie": le esigenze dell'economia e del mercato. Da qui la vicinanza, più o meno marcata, delle sinistre alla cultura woke, che pure storicamente non le appartiene.
Intanto le logiche economiche facevano il loro corso e settori sempre più larghi della popolazione sperimentavano sulla propria pelle quanto fossero illusorie le promesse neoliberiste, e quanto lontani dai bisogni reali dei lavoratori fossero le politiche dei partiti di sinistra.
Da qui l'assenteismo elettorale, il voto populista, e la debolezza di una sinistra che non riesce a capire e a fare capire che il proprio impegno primario è l'alternativa sociale ed economica, capace di assicurare i diritti individuali e collettivi in modo meno rapsodico e occasionale delle politiche woke. Oggi, insomma, il woke non è la critica adeguata per affermare un disegno politico alternativo: occulta le contraddizioni reali della società, o quantomeno non vede quelle dominanti. E semmai è più utile, come obiettivo polemico, alla destra che non alla sinistra, come guida dell'azione politica.
LA COPERTINA DI THE SPECTATOR SULLE ELITE WOKE
Molto in ritardo […] alcune sinistre occidentali, a partire dagli Usa, si sono accorte della trappola e stanno cercando di venirne fuori con tentativi più o meno convincenti di orientare le loro politiche su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Di praticare una critica delle strutture e non solo delle sovrastrutture. Di smarcarsi dalla presunzione di non criticabilità della forma attuale del sistema produttivo capitalistico. […]




