1. VA IN ONDA LA SGANGHERATA FICTION SUL COMMISSARIO LUIGI CALABRESI E MUGHINI E MASSIMO FINI S’INCAZZANO: MA COME, NON SI FANNO MAI I NOMI DEGLI ASSASSINI (SE NON NEI TITOLI DI CODA): ADRIANO SOFRI, IL LEADER DI LOTTA CONTINUA, GIORGIO PIETROSTEFANI, IL SUO BRACCIO DESTRO, CONDANNATI A 22 ANNI DI CARCERE COME MANDANTI, DI OVIDIO BOMPRESSI E LEONARDO MARINO (IL PRIMO SPARÒ, IL SECONDO GUIDAVA LA 125 BLU) 2. MUGHINI CONTRO LA NOTA LOBBY: “IN ITALIA È PRESSOCHÉ INVALICABILE IL MURO FATTO DI OMERTÀ GENERAZIONALE E DI VILTÀ INTELLETTUALE CHE COPRE L’ASSASSINIO CALABRESI” 3. MASSIMO FINI: “IL GIORNALE DI LOTTA CONTINUA PUBBLICAVA LE FOTO, I NOMI, GLI INDIRIZZI, I PERCORSI, LE ABITUDINI DI FASCISTI O PRESUNTI TALI, ALCUNI DEI QUALI AGGREDITI SOTTO CASA, SPECIALITÀ DELLA DITTA, SONO FINITI IN SEDIA A ROTELLE. ALMENO QUESTO DOVREBBE FAR RIFLETTERE I DIFENSORI D’UFFICIO DI ADRIANO SOFRI”

1. GIAMPIERO MUGHINI A DAGOSPIA
Caro Dago, e siccome non ho uno straccio di giornale su cui poter scrivere neppure il mio codice fiscale sono qui a chiederti ospitalità. A proposito di questa recente fiction televisiva dedicata al tragico destino del commissario Luigi Calabresi. Non fosse stato per due successivi articoli apparsi sul "Fatto", prima un editoriale di Marco Travaglio e adesso un commento di Massimo Fini, le critiche più diffuse di questa fiction (assai modesta) sarebbero state quelle di chi lamentava che nelle due puntate mancavano immagini dell'"autunno caldo" o immagini che raccontassero quanto fossero numerose le bombe messe all'epoca dal "terrorismo nero".

Roba che c'entrava sì ma non a tal punto con la vicenda di quel commissario di 33 anni di cui 800 intellettualoni italiani scrissero e sottoscrissero che era un assassino e un torturatore (dell'anarchico Giuseppe Pinelli) e pure non avevano in mano nulla che lo comprovasse, a parte il fatto che Pinelli s'era sfracellato cadendo dal quarto piano della questura milanese dov'era stato a lungo interrogato.

La vicenda precipua di questa fiction era tutt'altra, era la solitudine profonda di questo commissario di polizia e fino alla mattina del 17 maggio 1972, quando un ragazzo alto gli si avvicinò alle spalle mentre Calabresi stava per aprire lo sportello della 500 con cui ogni mattina andava al lavoro. Senza scorta e disarmato.

L'"autunno caldo" certo che c'era e c'era stato, e pure le bombe dei fascisti (ma anche degli anarchici). Ma il cuore del racconto televisivo è un altro. Che quando Calabresi va in aula perché ha querelato "Lotta continua", il giornale portabandiera della campagna micidiale contro di lui, in quell'aula è solo come un cane, a parte l'avvocato che gli siede accanto. Solo come un cane, e muore solo come un cane. Mentre, lo ha raccontato una volta Nando Adornato, in un liceo "bene" di Torino scoppiano gli applausi alla notizia dell'attentato.

Ebbene, date le premesse del racconto televisivo è di certo singolare (come hanno scritto prima Travaglio e poi Fini) che nulla di nulla la fiction dedichi al chi, al come e al perché di quello che è stato il primo agguato mortale del terrorismo "rosso". La prima volta che dei "compagni" diventavano degli assassini.

Singolare sino a un certo punto. In Italia è pressoché invalicabile il muro fatto di omertà generazionale e di viltà intellettuale che copre l'assassinio Calabresi e dunque la vicenda giudiziaria fatta partire (nell'estate del 1988) dalle confessioni di Leonardo Marino, il militante di Lotta continua che guidava l'auto su cui risalì l'assassino di Calabresi.

Una vicenda giudiziaria infinita, suggellata da una condanna definitiva a 22 anni di Ovidio Bompressi (quello che spara), Giorgio Pietrostefani (il "duro" della Lotta continua milanese che avrebbe organizzato l'agguato), Adriano Sofri (il leader carismatico che avrebbe dato il suo suggello morale al tutto).

Una vicenda di cui meno si parla e meglio è, e difatti nella fiction se ne accenna furtivamente solo nei titoli di coda. Ne parlo per esperienza diretta. Una volta che Claudio Sabelli Fioretti mi stava interrogando e mi chiese chi fossero stati gli assassini di Calabresi, a me parve fin troppo ovvio rispondere che era stato un commando di Lotta continua e che era un bel drappello quello degli ex dirigenti di Lotta continua che sapevano com'era andata.

Successe il finimondo. Luca Sofri, il figlio di Adriano, scrisse che io e Sabelli eravamo dei killer. Uno dei pochi "ex" di Lotta continua che la pensavano come me, Claudio Rinaldi (il miglior direttore di giornali della mia generazione), venne intervistato dal "Corriere della Sera" e lo disse anche lui che non c'erano dubbi che a uccidere fosse stato un commando di Lc. Ebbene il redattore del gran quotidiano lombardo, appose all'intervista un titolo che era all'opposto del pensiero di Rinaldi.

Più tardi ho scritto un libro sull'argomento. Gelo assoluto, e a parte un bellissimo articolo del mio amico fraterno Aldo Cazzullo. Fra quelli che conoscevo ce n'erano che si dichiaravano esterrefatti che io avessi voluto scrivere un libro talmente malintenzionato. Ma chi me lo faceva fare, perché? Alcuni di quelli che si ergevano a difesa dell'innocenza di Lc, lo vedevi bene che non conoscevano una pagina che fosse una di quello sterminato materiale giudiziario.

E del resto uno scrittore e intellettuale che stimo, lo aveva scritto su una rivista da lui diretta. Che se ne vantava di non aver voluto leggere nemmeno una pagina di quelle circa 600 pagine a stampa dove sono trascritte le motivazioni della condanna di primo grado: dov'è enorme la mole di dati e di fatti che corroborano la confessione di Marino.

Perché mai avrebbe dovuto leggerle dato che il tutto si riduceva a un complotto di magistratura e polizia contro "i compagni di Lc"? Tutta robaccia, tutte invenzioni. A leggere quella sua vanteria gli mandai un sms più agro che dolce. Non mi ha mai risposto. Gelo. Silenzio. Omertà.


2. SOFRI E CALABRESI VI RACCONTO LA STORIA
Massimo Fini per "Il Fatto Quotidiano"

Nel serial documentaristico Gli anni spezzati (gli anni di piombo) Rai Uno si è anche occupata dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi avvenuto il 17 maggio del 1972. Quella mattina mentre il commissario usciva di casa, in via Cherubini 6, e stava per salire sulla sua 500, fu avvicinato alle spalle da un uomo che sparò due colpi di pistola, uno alla nuca, l'altro alla schiena, poi risalì su una 125 blu guidata da un complice e sparì nel traffico.

É curioso che in questo documentario, nel complesso abbastanza sgangherato non si facciano mai i nomi degli assassini (se non nei titoli di coda): Adriano Sofri, il leader carismatico di Lotta Continua, Giorgio Pietrostefani, il suo braccio destro, condannati a 22 anni di carcere come mandanti, di Ovidio Bompressi e Leonardo Marino esecutori materiali del delitto (il primo sparò, il secondo guidava la 125 blu).

Come se si volesse rimuovere dalla memoria dell'opinione pubblica non solo i responsabili di quel delitto ma anche l'ambiente in cui maturò. É strabiliante che si tenti questa obliterazione mentre, pur essendo quei fatti assai lontani, molti testimoni del tempo sono ancora vivi.

Io sono fra questi. Nel 1972 facevo il cronista all'Avanti! e abitavo in via Verga a non più di duecento metri da via Cherubini. Fui uno dei primi ad arrivare sul luogo del delitto. Il corpo di Calabresi era già stato portato via, ma sull'asfalto c'erano ancora pozze di sangue mentre qualcuno stava spazzando via, mischiandoli a della segatura e buttandoli in una di quelle palette che servono per sbarazzarsi della spazzatura, brandelli di cervello.

Lotta Continua e il suo settimanale, di cui erano o erano stati o sarebbero stati direttori-prestanome intellettuali di più o meno chiara fama, da Piergiorgio Bellocchio a Pio Baldelli, Pasolini, Adele Cambria, Pannella, Giampiero Mughini, aveva condotto una feroce campagna contro il commissario Calabresi accusandolo di essere il responsabile della morte dell'anarchico Pino Pinelli "caduto" nella notte fra il 15 e il 16 dicembre dal quarto piano della Questura di Milano dopo tre giorni di interrogatori in seguito alla strage di Piazza Fontana avvenuta pochi giorni prima (12 dicembre).

Conoscevo bene gli ambienti anarchici. Nel 1962 quando facevo la prima liceo al Berchet, un gruppo di giovanissimi anarchici aveva rapito a Milano il viceconsole spagnolo (a cui peraltro non verrà torto un capello) per cercare di impedire la condanna a morte di un antifranchista, Conill Valls.

Alcuni di quel gruppo venivano dal Berchet, ne erano usciti da pochissimo. Altri giovani anarchici, Tito Pulsinelli, Joe Fallisi, Della Savia li avevo conosciuti in seguito in uno dei bar di Brera, frequentato anche da Calabresi, poliziotto moderno, abile e accattivante, che girava in maglione, avevo incontrato anche Pino Pinelli, più anziano degli altri, sulla quarantina, che faceva il ferroviere.

Pinelli era il classico anarchico d'antan, lo era culturalmente e sentimentalmente, ma come uomo era mitissimo, uno che non avrebbe fatto del male a una mosca. Che si fosse gettato dal quarto piano gridando "É la fine dell'anarchia!" andandosi a spiaccicare nel cortile della Questura, che era la versione della polizia, pareva a tutti inverosimile.

Da qui la campagna contro Calabresi (che verrà poi assolto da ogni addebito perché al momento del volo di Pinelli non era nella stanza, c'erano altri poliziotti) condotta da Lc ma anche, sia pur con toni meno accesi, dall'Espresso e dall'Avanti!. Le indagini invece di puntare su Lotta Continua, il cui giornale nel titolo e nell'editoriale di Sofri aveva sostanzialmente plaudito all'omicidio (c'era stata anche una riunione del Direttivo di Lc in cui si era discusso se attribuirsene anche materialmente la paternità) si diressero a destra.

Perché in quegli anni postsessantottini in cui quasi tutti i giornali e i giornalisti se la davano da rivoluzionari era un delitto di lesa maestà indagare a sinistra, anche se la stella a cinque punte delle Br aveva già cominciato a brillare. Mi ricordo il tempo che si perse a seguire le piste di un giovane estremista di destra, Gianni Nardi, figlio di una facoltosa famiglia di San Benedetto del Tronto. Passarono così inutilmente gli anni e alla fine l'omicidio Calabresi fu archiviato fra i tanti casi irrisolti della recente, e torbida, storia italiana.

Sedici anni dopo, nel 1988, Leonardo Marino, un ex operaio della Fiat, ex militante di base di Lc, che vendeva frittelle in un baracchino ambulante di Bocca di Magra, mentre molti suoi compagni di origine borghese, Sofri compreso, si erano ben sistemati nei giornali, nell'editoria, nella politica e, più in generale, nell'intellighentia, si autodenunciò per l'omicidio Calabresi: lui e Ovidio Bompressi erano stati gli esecutori materiali, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani i mandanti.

Marino non era un pentito, diciamo così, classico, non era in prigione, non era indagato, nessuno lo cercava, viveva tranquillo a Bocca di Magra, non aveva nessun interesse a confessare un omicidio che gli sarebbe costato undici anni di galera (anche se poi, grazie proprio alla capacità degli altri imputati a portare il processo per le lunghe, la sua pena cadrà in prescrizione, ma al momento della sua confessione Marino questo non poteva saperlo).

Al processo, iniziato nel novembre del 1989, Sofri e gli altri si difesero malissimo. Negando anche l'evidenza. Negando che esistesse un secondo livello di Lc dedito agli "espropri proletari", cioè alle rapine. Una di quelle rapine fu compiuta con la mia macchina, una Simca coupè rossa che un mio amico, Ilio Frigerio, militante di Lc, mi aveva chiesto per uscirci, disse, con una ragazza, la sera.

Me l'avrebbe riportata la mattina dopo. E in effetti la mattina la macchina, intatta, era nel mio garage. Qualche tempo dopo Ilio mi confessò che aveva dato la mia macchina ad altri militanti di Lc che avevano bisogno di un'auto "pulita" per fare una rapina. In quanto a Pietrostefani dalle sue dichiarazioni sembrava che in Lc fosse stato solo di passaggio. Mentre tutti sapevano che se Sofri era l'ideologo Pietrostefani era il capo dell'organizzazione. "Chiedilo a Pietro", dicevano i militanti di Lc quando c'era un problema di questo genere da risolvere.

Durante i vari processi che si conclusero nel 1997 con una condanna definitiva della Cassazione, e anche dopo, venne fuori tutto il ripugnante classismo dell'entourage degli ex Lotta Continua (Roberto Briglia, Gad Lerner, Luigi Manconi, Marco Boato, Paolo Zaccagnini, Enrico Deaglio, Guido Viale): la testimonianza di Leonardo Marino non valeva niente, perché era un venditore di frittelle, un ex operaio, un plebeo, niente a che vedere con la raffinatissima intelligenza di Sofri. Una degna conclusione per chi era partito per buttare giù dal trespolo i padroni.

Sofri ha avuto otto processi, due sentenze interlocutorie della Cassazione, una assolutoria (la cosiddetta "sentenza suicida" perché il dispositivo era volutamente in stridente contraddizione con la motivazione), quattro condanne. Ha goduto anche di un processo di Revisione, a Venezia, cosa rarissima in Italia che probabilmente nemmeno Silvio Berlusconi riuscirà a ottenere. E anche il processo di Revisione ha confermato la sentenza definitiva della Cassazione del 1997.

Nessun imputato in Italia ha mai avuto le garanzie di Adriano Sofri. Nonostante tutto ciò la potente lobby di Lotta Continua, divenuta trasversale e incistata in buona parte dei media, ha continuato a proclamare a gran voce la sua innocenza e a pretenderne la scarcerazione per grazia autoctona del Capo dello Stato.

Nel frattempo Sofri è diventato editorialista principe del più venduto settimanale di destra, Panorama, e del più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica. Per meriti penali, suppongo, perché in tutta la sua vita Sofri ha scritto solo due pamphlet, mentre proprio la prigionia gli avrebbe dato la possibilità di scrivere, perché il carcere è un posto atroce ma ha infiniti tempi morti (Caryl Chessman, Il bandito della luce rossa, condannato a morte per dei presunti stupri, scrisse in galera quattro libri, fra cui due capolavori : Cella 2455 braccio della morte e La legge mi vuole morto).

Quando, a volte, un'università o qualche liceo mi invitano a tenere lezioni di soi-disant giornalismo e, alla fine, i ragazzi mi si affollano attorno e mi chiedono come si fa a diventare giornalista, rispondo: "Uccidete un commissario di polizia o, se non avete proprio questo stomaco, prendete tangenti come Cirino Pomicino".

Indubbiamente Adriano Sofri, da giovane, aveva un indiscutibile carisma. Anche un uomo di forte personalità come Claudio Martelli ne subiva il fascino se ha chiamato Adriano uno dei suoi figli in omaggio all'amico. Io questo fascino non l'ho mai capito. Era piccolo, mingherlino, il mento sfuggente del prete, l'aspetto molliccio per nulla virile.

Ma, si sa, le vie del carisma sono misteriose. Il giornale di Lotta Continua pubblicava le foto, i nomi, gli indirizzi, i percorsi, le abitudini di fascisti o presunti tali, alcuni dei quali aggrediti sotto casa, specialità della ditta, sono finiti in sedia a rotelle. Almeno questo dovrebbe far riflettere i difensori d'ufficio di Adriano Sofri.

 

 

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